645. Scheda: Pellico, “Gismonda da Mendrisio” [1832].

15 Ott

Silvio Pellico (1789-1854), Gismonda da Mendrisio, da un’edizione ottocentesca brossurata delle opere complete di SP, di cui mi mancano le prime 124 pp. & qualunque indicazione di stampatore e d’anno. Vol. di pp. Complessive 524, compreso l’ìndice, stampa su 2 col. Tragedia in 5 atti, pp. 211-233.

Soddisfo finalmente la mia curiosità per questo buffo titolo, che associa un pomposo nome germanico-romantico e quello d’una paciosa e non particolarmente poetica contrada del nord, nordItalia all’epoca descritta, oggi Canton Ticino. La tragedia è ovviamente in sciolti; la curiosità era doppia, ancfhe se non travolgente, inquantoché le più note Francesca da Rimini (qui a pp. 123-138) ed Eufemio da Messina (139-158), da me lette in altre edizioni ottocentesche – da cui la presente Gismonda era assente, evidentemente in quanto minore –, pur di accettarne in blocco i modesti valori estetici e soprattutto retorico-emblematici, m’erano risultate efficaci, nella loro maniera del tutto melodrammatica. Laddove impossibile oggi mi risulta una valutazione men che severa di tante intollerabili pagne de Le mie prigioni; motivo per cui non mi sembra completamente campato per aria rivalutare, di là dal ridotto interesse storico, queste opere, che nella loro modularità mi pajono come calchi, adatti ad accogliere l’ispirazione non tenue di un autore che comunque nel panorama delle lettere italiane del XIX secolo è e rimane un minore.

L’azione è riferita al XII secolo,. Nella contea di Mendrisio, allora in territorio milanese, all’altezza della distruzione di Milano da parte del Barbarossa. Il vecchio conte di Mendrisio, fedele a Federico, ha due figlj, Ermano, che come lui parteggia per l’Imperatore, ed Ariberto, che ha combattuto coi milanesi, tradendo l’impresa familiare. Prima di andare a militare per le armi nemiche, Ariberto era fidanzato con Gismonda, che lo amava teneramente; Gismonda aveva avuto massacrata la famiglia durante la distruzione di Lodi da parte dei milanesi. In effetti sarebbe più logicamente Gismonda da Lodi, e non da Mendrisio, ma la derivazione implica evidentemente una specie d’adozione da parte del feudatario, mosso anche a pietà delle di lei sventure. Gismonda, abbandonata da Ariberto che intanto ha sposato un’altra donna, Gabriella, ha acconsentito a sposare Ermano. Il quale è in procinto di partecipare alla distruzione di Milano sotto le insegne imperiali, sostenuto dall’entusiasmo della vendicativa Gismonda e inutilmente chiamato alla pietà dal vecchio conte, quando il guerrier Ricciardo giunge ad annunciare la caduta di Milano, e la morte di Ariberto e Gabriella – a sua volta, nova Pentesilea, combattente in armi. Pieno di gioja a questa notizia è il solo Ermano. Chi ne ha dolore è il vecchio conte, e, in segreto, anche Gismonda, che oscilla tra amore insopito e odio per il tradimento subìto. Ma Ariberto e Gabriella, che hanno con sé un figlio avuto nel frattempo, non sono morti, e tornano al castello, sperando d’esservi accolti perché non hanno alternative per salvarsi, fuggiaschi e proscritti, al difuori del perdòno del conte. Gabriella, vestita da uomo, è mandata avanti da Ariberto, che si nasconde col bambino. La prima persona del castello che incontra è Gismonda, che però la scaccia brutalmente dopo aver saputo che trattasi dello scudiero del morto Ariberto. Esce poi il conte; rammaricandosi costui che la coppia fuggitiva non abbia pensato di rivolgersi a lui, che sapendola sventurata avrebbe lasciato da banda ogni rancore, Gabriella si fida a rivelargli chi sia, e che Ariberto è in vita. Grande è la gioja del conte, che cerca in ogni modo di riconciliare i due fratelli: Ermano non sopporta che il figlio obbediente abbia lo stesso trattamento del figlio traditore. Gismonda respinge i due, rampognando però Ariberto in modo tale che il suo amore ferito è evidente. Ermano, livido di rabbia, tenta il tutto per tutto, e svela agl’imperiali la presenza di Ariberto nel castello. Ma al Margravio d’Auburgo (d’Amburgo nel dramatis personae) che si presenta con un drappello d’armati il conte si rifiuta di consegnare Ariberto; né teme l’assedio delle armi del Barbarossa, poiché la rocca è tale da resistere all’impeto. Ma Ermano fa di peggio: consegna al Margravio le chiavi dei sotterranei, rendendo possibile una eventuale caduta della rocca in caso non sia possibile ottenere l’obbedienza del conte; e svela il suo atto proditorio solamente alla cupa ma magnanima Gismonda. Ella serba il segreto fino al momento in cui non è sorpresa da Gabriella a vezzeggiare il figlio dell’antico amante, vedendo in quelle di quello le fattezze di questo. Gabriella, a cui Ariberto deve ormai svelare la precedente relazione, tenta di far leva sull’amore mai sopito di Gismonda perché salvi almeno il marito e il figlio; Gismonda rivela la prossima incursione degl’imperiali attraverso il sotterraneo, ma attribuisce a sé il tradimento. Quando avviene lo scontro, sono tutti preparati; il conte, vecchio, è ferito ad una mano, ed è accompagnato da Ricciardo in un recesso riparato, dove può riprender lena. È raggiunto dalla Gismonda, che egli maledice. Gismonda, nella disperazione, si fa quasi sfuggire la verità, ma sono raggiunti da Gabriella che tenta di sottrarre il figlio dalle grinfie del Margravio; il conte tenta la difesa (non può, ché la ferita non glielo consente); è Gismonda che, staccata un’arma dal muro, volge in fuga il malvagio, ricevendone un ringraziamento a denti stretti da Gabriella. Gismonda a questo punto esplode di rabbia; il conte prega Gabriella, già sospettando il vero, di concedere a Gismonda il beneficio del dubbio. È infine Ermano, condotto dentro ferito a morte dopo la sconfitta degl’imperiali, a rivelare che è stato lui, e non Gismonda a consegnare le chiavi del sotterraneo; & muore. Nonostante le profferte d’amore dei familiari, Gismonda vuol terminare i proprj giorni in un monastero, non potendo dimenticare l’amore per Ariberto.

Interessante e tipica la filigrana classicheggiante, che adombra la Tebaide nei due fratelli – ma il modello è attenuato: Ermano provoca inutilmente alla pugna Ariberto, per finire poi ucciso da altri soldati – e Medea nella figura di Gismonda – modello, questo, attenuatissimo, e necessitoso di una spia clamorosa (“Dal mio seno scostatevi o serpenti”) per manifestarsi consapevole. 13 07.

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