672. “Il venait d’avoir dix-huit ans” / “Diciotto anni”.

3 Dic

La gentile Veronica La Sarda Collu ha linkato, poco tempo fa, sulla board di Roberto Donati su facebook, una canzone veramente orrenda, cantata dalla tristissima Dalida, Il venait d’avoir dix-huit ans, nella versione italiana Diciotto anni (“Diciotto anni ed era lì” nella versione ritmica). Peraltro in rete si incontra il testo, ortograficamente non molto corretto (e in terza persona, “elle”, laddove Dalida canta “je”, “moi”), a firma di Franco Battiato: non sapevo che fosse sua, e francamente non lo so nemmeno adesso, perché non so se fidarmi. Altrove si dice che è stata scritta da tali P. Sevran / S. Lebrail / P. Auriat, e per quanto l’idea che ci si siano messi in tre a concepire un tale aborto sia in sé quasi fatale, ritengo che siano essi i veri autori (il testo, che presenta qualche curioso preziosismo, che fa sorridere nojaltri rozzi italiani [“Il venait d’avoir dix-huit ans  / c’était le plus bel argument / de sa victoire / il ne parlait jamais d’amour / il pensait que les mots d’amour / sont dérisoires…”], è altamente idiomatico, di mano decisamente francese), e che Franco Battiato possa essere solamente il responsabile della versione italiana. Ammenoché il sito che riporta l’originale francese a nome suo abbia riportato semplicemente una cialtronata, nel qual caso chiedo umilmente scusa.

Le versioni italiane delle canzoni straniere sono una cosa impestatissima: questo perché l’italiano si distingue tra tutte le altre lingue per le parole infinitamente più lunghe; quando va bene, cresce una sillaba, quando va male l’italiano potrebbe richiedere perifrasi d’una cinquantina di righe per suggerire quello che l’inglese o il francese esauriscono in tre parole. Questo dipende soprattutto dal fatto che nessuno ha mai pensato a rendere l’italiano più maneggevole, approfittando della sua – grande o piccola non importa – ricchezza lessicale e della sua sintassi, che per converso è piuttosto snella proceduralmente, e non necessita di tutte le indicazioni grammaticali (pronomi in testa) di cui hanno bisogno altre lingue europee e non solo. Inoltre c’è un linguaggio della canzone che, quando ci si esprime in italiano, dev’essere necessariamente elementare, piatto, banale, in modo che l’uditorio capisca che si tratta di una canzone e non del messo comunale con un’ingiunzione di pagamento in mano.

La presente canzone è ispirata ad un film di Autant-Lara, vecchio nazista sciovinista francese morto a quasi cent’anni una decina d’anni fa, che nel 1954 girò Le blé en herbe, tratto da un romanzo della tardona Colette, e rititolato in italiano come Quella certa età. Racconta, come fa quasi sempre Colette quando non parla della sua barbosissima adolescenza provinciale, del rapporto bavoso tra una carampana e un fresco giovinetto. In questo caso il giovinetto è appena maggiorenne, e la pedofila ha 36 anni (deux fois dix-huit ans), quindi non è nemmeno così cadente, per quanto truccata col nero intorno agli occhj (blu nella versione italiana, per ragioni di rima) e i capelli sciolt’in sulle spalle faccia ridere il bamboccio (che cionondimeno la tromba; nella versione francese “elle découvrit émerveillée / un ciel superbe”). Il testo francese è questo qui:

Il venait d’avoir dix-huit ans
il était beau comme un enfant — fort comme un homme
c’était l’été évidemment
et je comptais en le voyant  — mes nuits d’automne
je mis de l’ordre a mes cheveux
un peu plus de noir sur mes yeux — ça l’a fait rire
quand il s’est approché de moi
j’aurais donné n’importe quoi — pour le seduire
Il venait d’avoir dix-huit ans
c’était le plus bel argument  — de sa victoire
il ne parlait jamais d’amour
il pensait que les mots d’amour — sont dérisoires
il me disait: “j’ai envie de toi”
il avait vu au cinéma — “le blé en herbe”
au creux d’un lit improvisé
je decouvris émerveillée — un ciel superbe
Il venait d’avoir dix-huit ans
ça le rendait presque insolent — de certitude
et pendant qu’il se rhabillait
déjà vaincue, je retrouvais — ma solitude
j’aurais voulu le retenir
pourtant je l’ai laissé partir — sans faire un geste
il m’a dit: “c’était pas si mal”
avec la candeur infernale — de sa jeunesse 
J’ai mis de l’ordre à mes cheveux
Un peu plus de noir sur mes yeux, — par habitude
J’avais oublié simplement
Que j’avais deux fois dix-huit ans…
 

Il testo italiano è questo che segue; l’aspetto gustoso è che qualche italiano ha trascritto come poteva il testo francese, mentre il testo italiano si trova trascritto su un sito francese, con effetti speculari (dunque ho dovuto correggere un po’ l’orthographe):

18 anni ed era lì
Col volto ancora da bambino — Eppure uomo
Come l’estate mi incendiò
Ed io guardandolo contai — I miei autunni
Ho messo agli occhi un po’ di blu
Ed i capelli un po’ piu giù — L’ha divertito
Quando è venuto incontro a me
Avrei pagato non so che — Per conquistarlo
18 anni e stava lì
Era già tutta nell’età — La sua vittoria
Perché parlare mai d’amor
Diceva che parlar d’amor — E’ vecchia storia
M’ha detto “ho voglia di te”
Il suo respiro su di me — Aveva fretta
Un letto improvvisato e poi
Tra le sue braccia mi si aprì [od “offrì”] — Un cielo immenso
Coi 18 anni stava lì
Che lo rendevano insolente — Di sicurezza
E si era appena rivestito
Che io sconfitta ritrovai — La mia tristezza
Volevo dirgli “resta qua”
Ma per fermarlo non tentai — Neppure un gesto
M’ha detto “mica male sai”
Con il candor senza pietà — Dell’incoscienza
Ho messo agli occhi un po’ di blu
Ed i capelli un po’ più sù — Come ogni giorno
Mi ero scordata per un po’
Di aver due volte 18 anni

Oltre a tutte le nuances (per la verità abbastanza di mezza tacca) o sfumature, come suol dirsi nostralmente, che ovviamente saltano a causa della carenza di spazio, quello che maggiormente colpisce, e che si nota abbastanza regolarmente quando il traduttore italiano è alle prese con un testo d’intonazione elegiaco-crepuscolare – un altro esempio, anche questa una canzone cantata da Dalida, “Bang bang“, fatta così bene da Nancy Sinatra, in italiano una stronzata atomica – , è l’indelicatezza, la grossolanità. C’è da contestare che la compresenza un po’ anfibia del bambino e dell’uomo nel ragazzo non sia resa come nell’originale: il était beau comme un enfant / fort comme un homme; era bello come un bambino e forte come un uomo, ossia, per aspetti diversi, uomo e bambino insieme. E’ una caratteristica di molti maschj tra i diciotto e i ventun anno, e questo contribuisce al loro fascino, perché la loro apparenza è delicata, ma la loro forza già virile. Il testo italiano fa saltare questa coincidentia oppositorum, sembra, in favore dell’uomo: “Col volto ancòra da bambino – eppure uomo” è sbilanciare tutto verso il secondo termine, dando anzi il sospetto che il primo sia proposto come deminutio, o come apparenza ingannevole sotto la quale la sostanza dell’uomo, fortunatamente, è viva e presente. O addirittura che quel volto da bambino sia una specie di difetto, che la potenza sessuale fattiva del giovine stallone vale a smentire interamente. Non c’è nemmeno il vantaggio dell’effetto-sorpresa: egli sembra piccolo, si dice, ma è già grande, ossia è perfettamente in grado di ouvrir un ciel superbe alle carampane con la forza dirompente dell’ammennicolo. Non è poco grave difetto.

Proseguiamo. Ovviamente non occorre scivolare nel marinismo, ma il testo francese, un po’ gransecolaristicamente, bisquitta antitetizzando: “c’était l’été évidemment  / et je comptais en le voyant  — mes nuits d’automne“, ovvero: “egli appariva esattamente come l’estate / e io contavo, guardandolo, – le mie notti d’autunno”. Il giovinetto è come un’ipostasi del pieno rigoglio stagionale, laddove la carampana, ovviamente, rappresenta l’autunno, la decadenza; con l’immissione di quell’immagine delle “nuits“, che oltre ad aggravare la tetraggine dell’immagine confacente alla donna, rendono – in qualche modo asimmetricamente – anche l’idea della sua profonda solitudine sessuale – come è precisato anche più avanti. Il testo italiano semplifica: “Come l’estate mi incendiò / Ed io guardandolo contai — I miei autunni“; laddove gli autunni starebbero con grigia ironia ad indicare le fraseologiche primavere. L’immagine è più simmetrica, ma lui, meno poeticamente, smette di essere l’estate, e lei non è l’autunno come nell’originale; e ci si potrebbe anche chiedere alcunché intorno alla liceità di rappresentare l’insorgere dell’estro coll’immagine d’un’estate che incendia; che non è molto precisa. Ma soprattutto l’immagine è troppo rilevata e, appunto, flamboyant per il contesto, che è crepuscolare e lagrimoso. Scivoliamo sopra il “blu” dato agli occhj – di per sé non brutto, ma la precisione lirica dell’originale contempla un “noir” che è più adatto a far ridere un crudele diciottenne: l’azzurro infatti avrebbe alleggerito, si sarebbe notato appena (e sarebbe stata la nota più confacente alla tardona, che cosmeticamente fa esattamente l’opposto del raccomandabile), mentre il noir, pateticamente, le marca i tratti, e la fa anche un po’ mignotta. Di qui, ovviamente, il riso del giovine trojetto. Dev’essere fors’anche notato che il movimento dei capelli, che l’italiano precisa dal basso verso l’alto, in francese non c’è: la passa non mette prima i capelli “un po’ più giù” e poi “un po’ più sù”, li mette semplicemente in ordine, dice l’0riginale.

Çà l’a fait rire” è reso con un crasso “l’ha divertito“, che la cantante sottolinea mi pare in modo detestabile – d’altra parte l’organizzazione sintattica in francese è più naturale, e dunque perspicua, mentre l’esecutrice, tra i capelli un po’ più giù e il divertimento del giovane porco, doveva pur far sentire un minimo stacco. La strofa seguente è ben fatta, anche perché la rima è stata recuperata (“vittoria” / “vecchia storia”) con un escamotage che, come le prestazioni della damazza, non è niente male; e tuttavia il francese ha una preziosità fanée – quel bel argument già accennato – che l’italiano non raggiunge, sicché la strofa meglio riuscita dal punto di vista traduttorio è anche la più sbagliata dal punto di vista del colorito.

La cosa peggiore in assoluto è tuttavia la versione di “il me disait: “j’ai envie de toi” / il avait vu au cinéma — Le blé en herbe“, dove c’è riferimento al film ispiratore della canzone; qui si vede che il traduttore s’è infojato, e non solo ha tranciato via riferimento e tutto, ma ci ha ficcato dentro un’immagine, nuovamente, troppo sudorosa: “M’ha detto “ho voglia di te” / Il suo respiro su di me — Aveva fretta“; che è imperdonabile, poiché, avendo comunque deciso di estromettere il riferimento al film, poteva anche escogitare qualcosa di sintatticamente articolato, mentre l’immagine è da stalla (il suo respiro su di me!), e si tratta di due frasi nucleari, una per giunta con verbo implicito, ineleganti perché non legano, e che inoltre contraddicono completamente all’atmosfera tenue e piangolosa della gracile canzonetta. Non è mestieri il dire come la prognata Dalida, con quel sorriso melenso perennemente stampato sul grifo da doccione, aggravi ulteriormente la situazione esalando un “aveva fretta!” interiettivo anzichenò, che l’emissione falsettante da vecchio disco rende ancor più disgustosa. L’eccitante piccolo stronzo dell’originale francese non ha affatto questo sentor d’aldamara addosso.

Ritornellando, i francesi iterano “Il venait d’avoir dix-huit ans“, mentre il traduttore, scorrettamente, inferisce un “coi diciott’anni stava lì” – stava lì cosa? a far che? – , dopodiché, ricalcando malamente il francese, prosegue: “che lo rendevano insolente – di sicurezza“. L’italiano è zeppo di francesismi, che periodici rigurgiti puristi hanno talora tentato di sterminare dalla circonferenza del dicibile in questo idioma, ma questa movenza non ha nemmeno la scusante d’essere, nonché in qualche modo tradizionale, almeno tràdita da alcun testimone: càpita talora di intendere movenze, soprattutto da ultimo, come “ti amo di bene”, per esempio, che implicita un’idea d’amore intenerito, con la costruzione genitivale in tutto sommato prevista funzione di specificazione, per quanto in casi consimili possa sonare, e suoni in effetto, stravagante. Ma, appunto, è nell’uso; da quando in qua, invece, si disse in italiano che un diciottenne, per quanto stronzo e piacente, è “insolente di sicurezza“? Posso dire della corriera che è “esasperante di lentezza“? Posso dire del fulmine che è “assordante di tonitruanza“? Posso dire del casigliano che è “rompicoglioni di rumorosità“? Dato che voleva aderire al testo non gli occorreva fare molto sforzo per defecare un modesto “che ne rendevan più insolente – la sicurezza”, mi pare.

“La mia tristezza” deve rimare con “sicurezza“, ma il francese ha “certitude” e “solitude“, che è più preciso. “J’aurais voulu le retenir” è molto più elegante e intonato coloristicamente di un prosaico “Volevo dirgli: Resta qua“. Un “Feci per dirgli: Stai con me”, o un insinuante “Vai già via?” sarebbero stati più indicati, e non più difficili da trovare. Anche perché il traduttore (la canzone, ricordiamo, è del 1973, ha l’età della tardona e più) non si pèrita dal ricorrere a brutte tronche, come nel caso di quel “candor senza pietà”, che sostituisce malamente quella candeur infernale dell’originale; senza poi dire quanto meno affascinante sia l’incoscienza – in fondo, che ne sappiamo dello stronzetto? E’ veramente incosciente, lui che ride in muso alla tardona pittata, che alla fine dice “Beh, mica male”? – di quella jeunesse che, come sappiamo, non è nemmeno possibile tradurre in italiano, dov’è prevista una parola irredimibilmente e intrinsecamente vecchia come “giovinezza“. Le due volte diciott’an-ni della versione italiana costringono all’aggiunta sgraziata di una sillaba, che Dalida peraltro accenta davvero con un candor senza pietà, probabilmente avendo in mente la superiorità dell’originale francese.

La cosa più importante, poi, è che il giovinetto venait d’avoir diciotto anni nella versione francese, ossia li aveva appena compiuti; laddove l’italiano schiaccia tutto sul presente, e il giovine ha diciotto anni tout court. Il fatto è che la canzone, notando, e ripetendo, che questi diciott’anni sono stati compiuti adesso adesso, rileva con pudore il pregresso rapporto tra la carampana e il virgulto, quand’egli ancòra non era uscito di tutela, almeno legalmente; quindi un rapporto che è complicato dalla minor età di una delle parti in gioco, al che tutto può immaginarsi. Si può anche fantasticare su un rapporto fino ad ora con venature materne, come avviene sempre con queste vecchie navi-scuola, ovviamente necessitose di nascondere sotto veli come di impegno socioassistenziale il sano — ma sempre più frustrato a causa del crollo di tutte le protuberanze più atte a suscitare desiderio nel maschio — desiderio di addivenire carnalmente con un uomo. Poi, a un certo punto, lo stronzo tocca i diciott’anni, che lo possino, ed è e si sente uomo, si spupazza la vecchia ma un po’ la deride, un po’ la disprezza – e comunque è impossibile che sia o sarà l’unica, quindi è semplicemente un votamento di palle come un altro. La precisazione temporale del francese permette di intravedere un prima e un poi, i diciottanni della traduzione sono come una luce meridiana che non projetta ombre.

http://www.youtube.com/watch?v=PQh1adEJyXg

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