831. ORAZIO, Atto IV., Scena V.

25 Mar

Scena V.
ORAZIO, CAMILLA.

ORAZIO.
Sorella, il braccio eccovi che vendicò i fratelli,
Che seppe il corso frangere dei fati a noi ribelli,
Che Alba ci fa suddita; il braccio, infine, forte
Che da solo oggi ordina di stati due la sorte;
Guarda d’onore i simboli, testi della mia gloria,
Rendi l’omaggio debito alla mia gran vittoria.

CAMILLA.
Prendete queste lacrime: quanto le spetta è questo.

ORAZIO.
Roma non può permetterle, dopo il sublime gesto,
E i fratelli che caddero tra l’armi in tristi istanti
Troppo sangue rimunera perché chiedano pianti:
Vendicata la perdita, non si perde più niente.

CAMILLA.
Quando si soddisfecero con quel sangue scorrente,
Per essi voglio smettere di mostrarmi angosciata,
D’una morte scordandomi che avete vendicata;
Ma chi sarà che vendichi la morte d’un amante
Perché della sua perdita mi scordi in un istante?

ORAZIO.
Che dici, miserabile?

CAMILLA.
Oh Curiazio adorato!

ORAZIO.
O di sorella ignobile coraggio spudorato!
Di quel nemico pubblico di cui son vincitore
Sul labbro hai il nome, e palpita per lui quel reo tuo cuore!
La tua fiamma, ch’è crimine, alla vendetta aspira!
Osa il tuo labbro esigerla, il cuor tuo la respira!
La tua passione modera, dà freno ai tuoi rimpianti,
Non più d’onta m’imporpori l’ascoltare i tuoi pianti;
Le fiamme tue ad estinguere ormai tenuta sei;
Dall’anima bandiscile, e pensa ai miei trofei:
D’ora in avanti siano l’unico tuo pensiero.

CAMILLA.
Dammi tu dunque, oh barbaro, come il tuo un cuore nero;
E se infine desideri che t’apra in tutto il cuore,
Il mio Curiazio rendimi, o franco sia il mio ardore:
La mia gioja e i miei spasimi eran nella sua sorte:
La vita venerandone, io piango la sua morte.
La sorella non credere trovar dove lasciasti;
D’amante offesa vivono soltanto entro me gli astj;
E quella, come menade sempre da te ad un passo,
Sempre farti rimordere vorrà quel suo trapasso.
Tigre di sangue avida, che m’impedisci i pianti,
E vuoi che insino giubili a quel morto davanti,
Ed al cielo magnifichi quella tua impresa stolta,
E da me stessa a ucciderlo provveda un’altra volta!
T’auguro che il tuo vivere tanta sventura insidj
Che sia ridotto al termine che la mia sorte invidj;
E che tu presto insudici di qualche tua viltà
Una gloria ch’è merito della brutalità!

ORAZIO.
Cielo! Dove di simile rabbia trovar l’uguale?
Mi credi tu insensibile ad un oltraggio tale,
Nella mia razza tolleri la mortale vergogna?
Questa che ci fa prosperi morte amare bisogna!
O almeno più considera del ricordo d’un morto
Quel che devi per nascita al romano conforto.

CAMILLA.
Oh Roma, oggetto massimo del mio risentimento!
Roma, per cui da un attimo hai tu il mio amante spento!
Roma che la tua nascita vide, e il tuo cuore adora!
Roma che odio, in ultimo, poiché il tuo braccio onora!
Possan tutti i suoi prossimi insieme congiurati
I basamenti scuoterne non bene anche fissati!
E se forza gl’Italici non hanno sufficiente,
Gli orientali si alleino contr’essa all’Occidente;
Che cento uniti popoli da tutto l’universo
Mari e montagne passino a far qui tutto sperso!
Ch’essa su sé medesima le proprie mura abbatta,
Delle sue stesse viscere da lei strage sia fatta!
Che del cielo la collera, che di mia voce invoco,
Faccia su essa piovere un diluvio di fuoco!
Possa veder quel fulmine cadere sopra noi,
Le case sue in cenere, polvere i lauri tuoi,
L’ultimo ai nostri l’ultimo respiro trar vedere,
Io sola causa esserne, e morir di piacere!

ORAZIO, la mano alla spada, e inseguendo la sorella che fugge.
Troppo il mio cuore tenero di ragione fa strazio!
Vai all’inferno a piangere, va, va, quel tuo Curiazio!

CAMILLA, ferita dietro le quinte.
Vile!

ORAZIO.
Sfuggire a sùbita condanna spera invano
Chiunque osi compiangere un nemico romano!

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