673. Questioni d’alta politica (la storica beffa di piazza Carlo Alberto).

6 Dic

Qui, dove stando a Petruccelli della Gattina Verdi avrebbe dato il Trovatore per poter fare almeno un discorso; dove il Settembrini, che era stato accolto festevolmente coll’aspettativa d’un discorsone oleografico, deluse tutti con un modest proposal inerente al piano del traffico, contestando la scelta di allargare le strade di Napoli col fine di renderla più simile a quella stessa Torino che s’incoronava a quei dì nana regina d’Italia, e le cui prospettive slargate consentivano, giusta l’osservazione del président de Brosses, un controllo paranoico su tutti gli abitanti (le strade strette, notava il professore, rendono possibile la guerra di trincea; dovesse venire un re stronzo, noi come ci difendiamo?); qui, dove un Carlo Alberto di tre metri sembra muovere, arma sguainata, contro la stessa prisca sede del parlamento italiano; qui, dico, l’alta politica non è morta come potrebbe sembrare a prima vista. Solo che si svolge di notte. La mia posizione, particolarmente privilegiata, è grosso modo sotto l’arco in centro della trifora che a sua volta si trova in posizione di centro: anche in questo senso posizione per sé centralissima, dunque: e propizia per avere sempre sotto gli occhj il primo dei Carignano,  caso mai avesse un colpo di testa e decidesse di dar la carica – rimane pur sempre casa sua, non bisogna dimenticarlo, e devo anche cogliere l’occasione per aggiungere che come anfitrione è per taluni versi spartano, dato che scarsa è la suppellettile nel mio alloggiamento, ma per altri magnifico, poiché in quasi un anno di permanenza non fui tenuto all’esborso di un centesimo che uno.

Il pernottamento, fatti salvi i finesettimana, è placido, le condizioni igieniche sufficientemente garantite, la compagnia discreta. Posso ricevere visita praticamente a qualunque ora, persin verso le 2.00, quando mi portano panini e briosce; lamentevole rimane l’invadenza di torme di spagnoli (perché spagnoli? come mai Torino ultimamente è così intasata di giovini spagnoli rumorosi ed alcolizzati? epperò ho avuto modo di scoprire che hanno cara, anche loro, l’interiezione “ostia!”, che nel loro idioma ha una modulazione tutt’affatto particolare) che lasciano sotto i portici, nelle notti di neve o di pioggia, una spianata di cartoni di tavernello, acinello & pampinello mezzi spremuti con quarti di bottiglie di pseudocola e succo d’ananasso; ma non si può avere tutto.

In compenso val sempre la pena di abitare in centro: la vera vita è lì. A maggior ragione davanti alla sede del Parlamento, che non può solamente servire a ricettare negli anditi il pisciatojo dei residenti, degli studenti spagnoli e dei tamarri reduci dalle serate alcoliche in quel puttanajo di via principe Amedeo.

Sicché questa notte, vegliando in compagnia dell’antologia Le tre corone – Carducci, Pascoli, D’Annunzio, per cura d’Augusto Vicinelli, verso le 3.00 ho visto.

Ho visto l’eroico manipolo degli anarcoinsurrezionalisti avanzare, con un fracasso indicibile in sulle prime impossibile a sapersi da che prodotto, tra scambj di ordini e direttive dell’ultimo minuto (“Ohi raga, servono sacchetti”, “Non ne abbiamo più!”). Ho visto la quindicina di giovani eroi accostarsi al monumento, brandendo oggetti gialli in sul momento non riconoscibili per quel ch’erano – caschi, erano.

Ho visto cinque o sei di loro montare sull’alta base, a incoronare le figure allegoriche – facendo cadere i caschi solo tre o quattro volte, con molto rumore – , e i quattro altissimi soldati di guardia – salendo il secondo piano della costruzione, che è su tre livelli. E ho visto quell’unico e solo segnalato ardimentoso che ha espugnato la cima del monumento, fronteggiando impavido la figura enorme di Carlo Alberto minaccioso in groppa al corsiero gigante; l’ho visto piegare le ginocchia agili, e spiccare il balzo, e protendere in avanti, e sopra la testa, il casco, tentando di fargli raggiungere quello bronzeo del re; l’ho visto ripetere l’operazione, industrioso, indefesso David con la fromba d’un casco di plastica gialla, alle prese con un Golia bronzeamente indifferente. L’ho visto ripetere instancabile il gesto, tre, quattro, cinque volte. L’ho visto fallire cinque, sei, sette volte, e infine quasi farcela. Ma non tutto si può avere al primo colpo: altre occasioni ci saranno, più propizie per la causa. Il giovane eroe è infine sceso dal monumento, saltando con mirabile destrezza dall’ultima alla mastaba mediana, e poi raggiungere con armonioso fulmineo movimento il livello del suolo, saltando dall’altissimo piedestallo; senz’esser riuscito nell’impresa, ma sicuro in cuor suo d’aver vinto la sfida con la forza dell’intento adamàntino, con la buona fede sempre invitta. I maschj, impegnati nell’esercizio quant’altri mai virile, volteggiavano sul morto ammasso di marmo e di bronzo come i giovinetti di Micene sulle groppe marmorizzate dei tori selvaggj; le femmine, accompagnando coi gridolini festosi ed esortatìvi l’impresa, accorrendo laddove uno dei preziosi caschi, sfuggito di mano ai coraggiosi, subiva la legge di gravità, erano il ritratt0 d’una muliebre sollecitudine, e le piccole Estie degl’imberbi ma temibili guerrieri; scattarono ripetutamente i flash dei telefonini, immortalando la visione superbamente anarcoinsurrezionalista. Velocemente com’erano venuti li ho visti andarsene, sorridenti e soddisfatti, il più ardimentoso coll’ultimo casco giallo in mano – e la promessa in cuore: Carlo Alberto, sarai espugnato! la causa lo esige. Sennò Massimo Numa che cazzo gli rimane da scrivere, sulla Stampa?

Potevano essere le 3.00.

Potevano essere le 3.30 quando una macchina bianca e lunga, sgommando, ha raggiunto precipitosa la piazza. Ne sono scesi un uomo e una donna. Hanno cominciato, con la massima serietà del mondo, a fotografare la traccia vistosa dell’eroica beffa. Poi, con la stessa fretta dannata, sono rimontati in macchina, e se la sono data.

Potevano essere le 4.00 quando un’alta figura di giovine uomo è sfrecciata lungo la parte esterna dei portici, reggendo un oggetto piccolo, non visibile, nelle mani. S’è posto di spalle alla mia posizione – dalla quale ho potuto notare che aveva un bel giacco rosso e, ad occhio e croce, un culo magnifico – , come appoggiandosi sul bidone verde della spazzatura. Tutta la sua attitudine, concentrata e seria, l’impossibilità di notare l’oggetto che aveva in mano e intorno cui pareva star aggeggiando, m’hanno indotto a pensieri preoccupati: dopo l’eroico gesto, che fosse venuta l’ora tragica dell’attentato? Che stava facendo, il giovane dalle chiappe scolpite? Poteva essere una bombacarta, una carica di trinitrotoluene, un petardo? In brevi istanti ho contemplato la possibilità di raggiungerlo alle spalle, tramortirlo con una scarpata in testa e portarmelo nel sacco a pelo: avrei evitato un infarto alla vecchiarda che dorme più in giù e avrei trovato un modo piacevole di passare il resto della notte (almeno finché non risensasse). Ma non ce ne fu né il bisogno (fino ad un certo punto, ovviamente), né il tempo: anch’egli, forse, era venuto per garantirsi memoria eterna dell’impresa, e quella che tratteneva nelle mani era probabilmente solo una macchina fotografica, un telefonino, un coso. Scivolando, ombra inquieta, lungo la serie degli archi spalancati sulla scena epocale, s’è dileguato: poco dopo una portiera sbatteva, e un’altra macchina sfrecciava a tutta velocità sù per via principe Amedeo.

Potevano essere le 4.30 quando, assai lentamente, una macchina della polizia a lampeggianti spenti ha fatto il suo ingresso nella piazza. Ha parcato con molta flemma al lato del monumento, e un agente ne è sceso. Pensosamente ha cominciato a girare intorno al simulacro, con grande circospezione: non occorre grande sforzo d’immaginazione per capire quali vorticosi pensieri gli frullassero nel capino. D’altra parte, come spiegarsi l’incòndita visione? Come chiedere ad un angusto cervello di tutore dell’0rdine di ricostruire l’ingegnosa successione dei movimenti calcolati, la precisione delle operazioni, lo scalamento dell’alto zoccolo, impresa già piena di pericoli, incrementati dalla necessità di compierla con il casco in mano – ma io ho fiducia illimitata in questi imberbi eroi: la prossima volta scommetto che non sarà loro impossibile affrontare la scalata colle mani libere, e solo poi farsi lanciar sù i caschi dalle loro fedeli; ne dubitate? Chi vivrà vedrà – , l’espugnazione del secondo piano della costruzione, il posizionamento dei caschi sulle teste delle quattro ciclopiche guardie del re: e alla visione dell’umile tutore mancava la riprova dell’atto più splendido, la conquista della regal capocchia, che era cosa fatta, in pectore, solo per me inveduto osservatore, e per gli autori, e i loro anelanti sodali! Ma quanto poteva essere storicamente comprovato, ed era già archiviato nelle memorie di tanti e tanti telefonini, era sufficiente allo sbigottimento dell’ingenuo graduato, a cui furono necessarj non meno di sei giri completi del monumento per rendersi conto della realtà fattiva, non meno del marmo, non meno del bronzo, dell’atto stupendo, benché non irripetibile!

Potevano essere le 5.00, o poco meno, quando finalmente, con flemma tutta ufficiale a sua volta, la mole sferragliante di un automezzo dei vigili del fuoco ha fatto a sua volta ingresso nella piazza; la macchina, con stolida cautela statale, con tutta la bovina pazienza a cui può abituare uno stipendio a carico dei contribuenti, ha protruso un braccio di metallo, che terminava in una gabbietta, sorta di balconcino mobile; all’interno del quale, con tutti i segni della più profonda costernazione a gravargl’il complesso della fisionomia, un tetro omino, sormontato da un casco del tutto simile a quelli dei soldati del re, si accingeva ad un’operazione quasi al disopra delle sue forze. Potevano essere le 6.30, e almeno quattro caschi erano stati pazientemente rimossi.

Le luci dell’alba hanno sorpreso gli ultimi sudori sparsi dall’agente volante, allorché il simulacro di Carlo Alberto e dei suoi attendenti aveva riacquistato la prisca, bronzea nudità.  

Al momento d’accendere il mio primo mozzone, nessun segno superstite denunciava i fatti della notte. Ma essi rimangono bulinati al vivo in tanti scintillanti pixels; e ora hanno fresca la loro concelebrazione.

AD MAJORA!!!

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