CCXLIV. Pareri.

7 Apr

CCXLIV. Quando trovo qualche cianciafruscolo facile da caricare, lo appiccico qui. Stavolta è stato il Berluscounter, che ho trovato su un blog di splinder che si chiama papero sgonfio o qualcosa del genere. Ma ce lo lascio per massimo due o tre giorni, perché quella faccia da culo mi disturba a prescindere. Ho molta invidia per www.sonouncoglione.splinder.com, che è stato creato da uno staff di giovani studiosi di comunicazione (in specie per quanto riguarda la politica). Comunicare è importante. Saper comunicare è ancora più importante. Comunicare senza saperlo fare è una delle massime jatture capitàbili. Dopo il parlare di comunicazione, ovviamente (parere mio personale, ovviamente, e di chi sennò?). Informarsi è pure assai salutare: occorre infatti ad avere qualcosa da comunicare, a parte menzogne e puttanate. Per esempio, jeri, invece di salire direttamente al primo piano e sprofondarmi nella lettura degli Ecatommiti, esercitando una leggera violenza su me stesso ho girato a sinistra, pianterreno, ficcandomi nella sala periodici. Dove ho guardato l’ultimo numero di Musica, dove si parlava molto bene delle perfette esecuzioni della recentemente scomparsa e universalmente compianta Birgit Nilsson. Poi ho guardato Sipario, su cui, tra prosa lirica concerti, mi pare fosse parso tutto ben eseguito. Poi, facendomi coraggio, ho dato di piglio alla Stampa. In prima pagina c’era un intervistone alla Franzoni, che invocava la pena di morte per gli assassini del piccolo Tommaso, inquantoché è stata un’esecuzione veramente atroce.

Nel frattempo, non so nulla delle elezioni, e ancora non ho recuperato il certificato elettorale.

A parte questo, trovo che il senso di compassione, tenerezza, pietà — tutti quei moti dell’animo che spingono a salvaguardare qualcosa che non siamo noi stessi, vadano sempre più riferendosi alle creature più piccole, sia come dimensioni che come anagrafe. Gli indifesi vengono al secondo posto, così ad occhio e croce. In via Garibaldi è ricomparso un altro di quegli stravaganti jettatori che tengono quei banchetti gremiti di volantini fatti alla cazzo, foto rivoltantissime di animali variamente massacrati, adesivi, opuscoli stampati al contrario. Con voce da imbonitore fa sentire un gridolino lamentoso, intermittente: "Dài-dài, dài-dài… Firm anche tu per i cani abbandonati…" (o roba del genere, comunque il concetto, e il dài-dài, è quello). Stavolta non l’ho nemmeno sfiorato. Il primo libro che abbia destato gran sensazione, e che resta il migliore del genere per quanto riguarda l’Italia, è l’Imperatrice nuda di Hans Ruesch. L’imperatrice sarebbe la scienza (nuda e orribile, quale la vedrebbero i comuni cittadini se solo alzassero il capo deferente e si decidessero a guardarla). Hans Ruesch penetrava con ogni mezzo illecito in laboratorii non tutti autorizzati dove cani, gatti, scimmie e quant’altro era fatto oscenamente a pezzi: molti suoi opuscoli degli anni Settanta (credo il momento ‘eroico’ dell’animalismo) sono adornati di siffatte fotografie, indispensabili ad illustrare un fenomeno che via via è diventato sempre più noto — col risultato di essere avversato, ma anche accettato (‘se non si fossero fatti quegli esperimenti, oggi tante malattie sarebbero ancora incurabili’, &c.). Delle foto omologhe (?), che oggi, a trenta o quarant’anni di distanza, ornano i cartelloni e gli opuscolazzi di queste petulantissime associazioni, colpisce più la valenza — proprio — estetica: è roba fatta ‘alla maniera di’. Sembra che, a spese di cani sanguinanti e scimmie scraniate, si voglia recuperare una specie di gusto figurativo. Sono colpito in un modo singolarissimamente negativo da tutto il côté pubblicitario di queste iniziative. Hanno qualcosa di genuinamente sordido. O sono io che vedo dappertutto il male che non sono comunque più in grado di fare? Secondo me sono più quelli che si masturbano su quelle fotografie che quelli che salvano cani, gatti, pappagalli, scimmie grazie ad esse fotografie.

Il negozio di animali appena oltre piazza Statuto ospita nella vetrina centrale, ultimamente, un grosso e lungo serpente: il diametro nella parte centrale, più spessa, sarà sui dieci centimetri, e la lunghezza non può essere di tanto inferiore al metro. Ha passato il primo giorno ad esplorare, teso come un arco incoccato, ogni singolo angoletto della sua gabbia di plastica trasparente. Dal secondo giorno, invariantemente, se ne sta nascosto dietro la cassettina verde dell’acqua, ogni tanto immergendoci dentro il ventre o la coda. Si vede che odia essere guardato, e che cerca di rendersi poco interessante. Mi rattrista, perché prima o dopo ci riuscirà, e magari perderà l’occasione di essere acquistato, e di finire in un gabbione splendido, o di girare più o meno liberamente in piccolo eden appositamente piantumato dal danaroso imbecille che lo affrancherà. La vetrina di destra, destinata ai gatti (piano di sopra) e ai cani (piano di sotto) è rimasta quasi sprovvista di cani, in pochissimi giorni; a parte un piccolo dobermann e un bassottino, che le dimensioni ridotte e le identiche focature affratellano in un modo curioso. Hanno l’aria allarmata. Ho deciso che non ci guardo più.

Questa settimana ho incontrato un libro che secondo me vale la pena di essere letto (un evento), se mi va ne parlo (spesso le cose che mi piacciono sono molto fuori dalla mia portata — forse è per quello che mi piacciono), poi fate vobis. Oggi ho letto la pièce che passa per la migliore di Bulgàkov, La cabala dei bigotti (dovrei mettere le letture della settimana tutte insieme, in un post unico, poniamo il sabato, così si possono saltare tutte a piè pari), che poi racconta di Molière, come Monsieur de Molière dello stesso autore. Ma ho già deciso che ne parlo con ordine domani.

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