Archivio | maggio, 2006

CCLXVI. Due note a margine (non so di che) sul realismo magico

27 Mag

CCLXVI. Dato che non so esattamente di che parlare, pesco a casaccio dai pensieri che mi frullano nel cervello a ciabatta, e mi baso sulle imprezziòni che ho raccolto dalla quartultima mia lettura, quella di un romanzo di cui ci sarebbe da scrivere molto (nello specifico) anche se non è il meglio riuscito del rispettivo autore, che è Salman Rushdie, mentre il romanzo è La terra sotto i suoi piedi. L’argomento, il perché del titolo, il numero delle pagine, la trama, i rimandi interni, le eventuali assonanze, le eventuali assonanze a parer mio: : rimando tuttociò ad altra volta, quando avrò organizzato (SE avrò organizzato) la babele delle scartocchiature confuse e quando sarò riuscito (SE sarò riuscito) a copiare, brandello dopo l’altro, quartodora dopo l’altro, lo stracciafoglio che avevo / avrei / ho [sic!] in animo di ultimare. Il discorso che vorrei fare è anche risentimento molto generico e impressionistico della recente trasmissione in tivvù di Harry Potter e la camera dei segreti. Mai visto prima (non guardo mai la televisione, perché mi annojo, ma stavolta ho fatto eccezione), ho letto solo i libri. Il pajo di notazioni era intorno al realismo magico. Ora, esiste un libro, molto interessante, di Stefano Calabrese, www.letteratura.global, PBE 2005, che tratta del romanzo del post-postmoderno. Vi si parla di realismo magico. Il realismo magico, per quello che ho potuto intenderne (so di non poter dire ‘per quello che a me è interessato intenderne’, della cui cafoneria mi rendo perfettamente conto — in più, vorrei sinceramente che non fosse così), è quella cosa a due facce, di cui si è parlato a proposito vuoi di Poe, vuoi dei sudamericani (Cent’anni di solitudine è il capolavoro del ‘genere’), vuoi di Pirandello, vuoi di tutta una serie di scrittori — spesso è mera componente, non aspetto fondamentale; &c. E’ una definizione a specchio, come un po’ tutti gli ossimori (quando sono usati come definizioni, ovviamente), essendo che può definire sia un modo magico di narrare la realtà sia un modo realistico di narrare cose magiche. Calabrese delimita una nozione di realismo magico molto più centrata e delimitata (ne fa un termine, volendo), specie a questi ultimi anni, benché la definizione esista da parecchio. Un intero capitolo è dedicato a Rushdie, e sono in sua compagnia anche la Allende de La casa degli spiriti, bel romanzo popolare, e i costruitissimi romanzi della serie di Harry Potter. L’analisi su Rushdie non sfiora nemmeno La terra sotto i suoi piedi, e si concentra eminentemente sui Versetti satanici e sul precedente (capolavoro) I figli della mezzanotte. A proposito di Harry Potter notava come il volume dei testi a mano a mano che sono stati pubblicati sia andato, via via, aumentando, fino ad uscire dal target ‘per soli giovanissimi’; una trasversalità quanto ai destinatarii che corrisponde ad altre forme di trasversalità sulle quali non mi dilungo (anche perché sono opinioni dell’autore del libro, che può essere compulsato da chi vuole come vuole quando vuole): ma il realismo magico è un genere (?) intollerante di strettoje, è ambizioso, e tende (consapevole l’autore) all’opera mondo.

(Si parva licet,) sui libri della Rawlings (sulla confezione esterna) sono spesso riportate le sue parole circa il ricordo vivido che lei personalmente serba dei suoi undici anni — ‘a quell’età’, chiosa grosso modo, ‘si è veramente impotenti’. Anche questa notazione, a ben guardare, è anche un po’ fuori target, non solo le settecento pagine di H. P. e il calice di fuoco. Non si tarda a riconoscere un aspetto (noto da Freud in poi, circa la nevrosi del romanziere, dagli amici immaginarii in poi) che è stato solo susseguentemente isolato, spiritosamente, come ‘realismo isterico’, e che si riferisce ad un’altra scrittrice. Per quanto attiene i magni, Rushdie concepisce la sua scrittura, a sua volta (mutatis mutandis — ma la vicinanza imbarazzante è già nel saggio di Calabrese!), come una forma di compensazione. Parola parte oscena e parte no, in questo contesto & quest’accezione (bisogna vedere che cosa si ha da compensare). Ma la funzione del suo romanzesco è poi il recupero di quella dimensione, che un tempo non era solo dello spirito, che è la Bombay pre-Mumbai, che non era né del tutto India né del tutto Inghilterra; con equilibrii familiari del tutto particolari — poiché i genitori erano (sono) musulmani, come (oggi nuovamente, salvo ulteriore resipiscenza) lo stesso Rushdie; il quale, però, per rendere l’idea, ricorre a personaggi, in questo romanzo, zoroastriani.

Per moltissimo tempo (non parliamo dei secoli passati) l’apprezzabilità di un libro è stata garantita solo dalla condivisione di oggetti: solo la riconoscibilità, criterio, poi, di fatto del tutto esterno al libro, ha garantito, nel caso, la fortuna di un testo. Segno (dev’essere per forza così) che si poteva ragionevolmente pretendere di scrivere solo a partire da un certo grado di condivisione esperienziale e libresca con il pubblico — o ribaltando un determinato universo di valori. Fino al punto da scalciare fuori dalla letteratura, dalla poesia, qualunque bellezza (salvo tenerle aperte le imposte, nel caso volesse far una svolazzatina, prima o poi), vale a dire — più precisamente — qualunque ricerca estetica. Il realismo magico è attualmente appannaggio di personaggi dal destino (etimologicamente) eccezionale di déracinés, per i quali la comunicabilità del proprio materiale biografico, e del proprio universo di valori, dipende fortissimamente dalla capacità di fornire oggetti e riferimenti. Del tutto in controtendenza con quanto di più avanzato mi sembra aver prodotto il ‘900, il realismo magico (secondo questa nuova accezione) reimporta nella letteratura la preoccupazione di produrre quanti più riferimenti sia possibile, per far cadere il lettore, in qualche modo, in un’altra vita. Banditi (per ovvie ragioni) tutti i simbolismi e le astrazioni, lo scrittore magico-realista si propone, per ragioni di mera sopravvivenza di sé e di tutto un mondo, di consegnare (con tutte le difficoltà del caso) la parte più propria e caratteristica del proprio universo di senso. Leggere in questo caso non serve più a confermarsi in un’idea; anche il lettore più stanco e pigro deve costringersi o ad interessarsi o a rifiutare una volta per tutte un mondo che, comunque sia, non può giudicare, perché, in quasi ogni caso, non è il suo e suo non sarà mai. Se vuole essere e mantenersi in grado di leggere da capo a fondo, deve aprirsi alle suggestioni, e rappresentarsi mentalmente quello che legge: è riesumata, per ragioni concretissime e non edonistiche, una lettura ben equilibrata tra l’inesistente (meramente narratologica) ingenuità assoluta e la (quasi altrettanto intesistente) lettura critica. Si legge per conoscere — nulla di letterale (di letteralità sono piene biblioteche, archivi, catasti, casellarii, uffici di polizia, agenzie dell’erario e quant’altro), tutto di sostanziale. E’ chiaro, c’è anche il rischio che, di là da un interesse variamente posticcio, si finisca con lo scrivere cose che non interessano a nessuno — ma rimane la possibilità del messaggio nella bottiglia, con un pizzico di esotismo barocco (c’è molto snob depurato, in questo realismo magico) e una punta di postromanticismo. E’ una flessione estremamente affascinante della letteratura degli ultimi anni, secondo me.

[Non ho il tempo di rileggermi. Tornerò, spero, sul romanzo di Rushdie al più presto — su Rushdie in generale, &c.].

CCLXV. Volevo solo prendere l’aire.

25 Mag

CCLXV. Forse non tutti sanno che io mi sono catapultato verso il basso perché volevo perdere tutte le sovrastrutture, come le chiamano, e poco prima di toccare terra, lasciandomi scivolare giù dalle spalle la mostruosa impalcatura, prendere il volo, virando fulmineamente verso l’alto. Oppure schiantarmi, perire e — finalmente — risorgere spirito. Mi sono sbagliato: ho perso tutto, sono morto e non sono risorto. La sovrastruttura era la parte più vera della mia fulgida personalità, là sotto ci stava (e sta) solo mota, una specie di fabbriceria o marrame (e materiamen) da solo inservibile; lo spirito non esiste. Ho le ossa che mi urlano.

Ma penso sempre (a che cosa dovrei pensare, sennò?) a quanto sarebbe bello nascondere la mia vita ed espandere l’anima. Diventare, almeno per un periodo, quel tanto che mi basti a rendermi parte del mondo, cose, storie, persone che non sono io. Invece ho l’anima parte piombo e fango, parte strega impazzita dallo sdegno, dal risentimento, dal disprezzo. La mia anima è un semplice organo interno — un organo giudicante interno, del tutto contraria a liberarsi come (cioè contrabbandarsi per) soffio, vento, palpito, vapore, fumo, ombra, niente. Ciò che è peggio, non hanno ancora inventato una lingua adatta per lei, sicché non si esprime, e morde. Vorrei prenderla a schiaffi, ma mi farei male e basta.

Sento che certe occasioni sono mancate. Per esempio, jersera parlavo con un amico di dormitorio, che mi illustrava una serie di usi e costumi di casanza (=galera; ci sono stati quasi tutti quelli che conosco, i pochi che non ci sono stati l’hanno solo scapolata), che cosa s’intende per ‘Bronx’ e che cosa per ‘Manhattan’, le gerarchie invertite, le ore d’aria, codici e convenzioni — molto spiritoso, anche, è un bravo raccontatore; mi sono fatto anche qualche risata. Quando abbiamo finito la conversazione mi sono detto: ma perché non farne un pezzo da mettere sul blog?

Perché non sono in grado di farlo non l’ho capìto, e forse non lo capirò mai. Sicuramente non è il mio argomento, ma con un po’ di sforzo sono riuscito mille volte, nel passato, a trattare altri argomenti che non erano il mio. Se questo non è il mio argomento, vorrà dire che mi dovrò occupare di altro. Cioè del mio argomento (che so qual è, ma non posso dire che esso è individuatamente a, b, c, &c., perché infatti coincide con quello che di esso argomento dico/direi/dirò, &c. &c. &c.). Qui, o anche non qui.

[quello che mi sto chiedendo è: se questo non è il mio argomento, io come sono finito qui? Mi ci hanno portato, e le alternative erano molto incerte. E io ho pensato che nel giro di poco tempo mi sarei affrancato. E come ho potuto sopportarlo? Be’, ho conosciuto cose, persone, sono lontano da una situazione intollerabilmente verminosa, sono solo, sono — volendo — libero. E’ sufficiente? Tutto sommato, assolutamente no. E che cosa dovrebbe indurmi a continuare a sopportare tuttociò? A parte la miseria, niente. Ah, ecco. Eh, già.]

CCLXIV. Invidia.

24 Mag

CCLXIV.

Q

ual

cuno sa

c h e   c o s a

s  i     p  r  o  v  a

ad   e s s e r e

g r a f o m a n i ?

[Secondo me ci si annoia meno]

CCLXIII. Che palle.

22 Mag

CCLXIII. Non è la prima volta che uso questo titolo. Il fatto si è che scrivere mi dà una soddisfazione particolare. Inquantoché per me scrivere, specialmente in pubblico, implica un grande sforzo della volontà. In realtà non ne ho mai voglia. E mi vergogno, sì, a dirlo, almeno un po’; ma non posso pretendere che non si capisca. Il fatto è — mi spiego meglio: ne avrei anche voglia, ma non mi viene così spontaneo. Non quando c o n s i d e r  o che in realtà la mia intenzione sarebbe scrivere, non comunicare. Ma dal momento che scrivere presuppone, lo si voglia o no, un pubblico, tanto vale che afferri il toro per le corna (così mi sono detto), cioè che scriva direttamente in pubblico. Ma in pubblico — appunto — c’è un pubblico. Di tre, quattro, cinque persone che giornalmente vengono qui e leggono; pochissime (non che ne vorrei di più, anche se forse un annetto fa mi avrebbe fatto piacere), ma pur sempre un pubblico. Purtroppo, mi sono accorto che a mano a mano che vado avanti, la stanchezza di produrmi su questo minuscolo e scassatissimo palcoscenico mi pesa vieppiù. Tutte le volte che mi connetto, ormai, mi viene più da piangere che da scrivere. Riesco a  g u a r d a r e  qualcosa sul blog di azu, mentre i blog di ella e la sirenetta sono attivi solo assai periodicamente. L’idea di familiarizzare con altri blog mi sderena non poco… Senza contare che quando càpito su blog che mi fanno schifo mi sento male…

CCLXII. Mea culpa.

19 Mag

CCLXII. Mi rifaccio a un rapido (e interrotto) scambio di battute avuto su un altro blog. Faccio qualche precisazione volante qui prima di tutto per mandare avanti di un altro post il blog, e poi perché su quell’altro non posso più entrare (l’autore dev’essersi offeso per qualcosa — a me interessa poco, non sono legato a quella persona da nessun vincolo particolare né di stima, né di affetto né di qualunque altro sentimento implichi un certo grado di dipendenza).

So che in realtà faccio malissimo, che tutte le volte che sento dir male dei gay dovrei sentirmi tirato di mezzo e mettermi a sanguinare, e chiedere scusa se esisto mentre mi dileguo, spiandomi al disopra della spalla se a qualcuno gli sono venuti i lucciconi da rimorso. Un genio malvagio conduce la gente (intelligente o cretina che sia, ma lascio ad altri giudicare chi appartenga all’una o all’altra categoria; a me queste distinzioni [che poi sono un’ulteriore forma di razzismo, nemmeno tanto più sottile di qualunque altra forma il razzismo scelga per manifestarsi] hanno smesso d’interessare da tempo immemorabile) a sopravvalutare micidialmente la propria opinione. Una delle poche cose che so è questa: che i fatti contano (anche a livello di pensiero: la conoscenza, innanzitutto), e le opinioni no. Sono una cosa ininfluente; possono diventare influentissime quando, unanimisticamente, perdono la loro natura specifica e funzione essenziale, del tutto privata, personale, e non necessariamente comunicabile. Ricordo che Sciascia era convinto (dopo il ’75) che la sua posizione in merito all’omosessualità avesse fatto soffrire Pasolini, per esempio. Sciascia era perfettamente in grado (a differenza di me) di discernere tra cretini e intelligenti, ma stavolta il cretino era stato lui.

Posso apprezzare una persona per i suoi contenuti — per certi suoi contenuti, e l’apprezzo finché ci trovo dell’apprezzabile. Posso, apprezzando, apprezzare molto e apprezzare poco, ma pur sempre apprezzare. Posso apprezzare sommamente e mediamente. Posso apprezzare a mezzo, e mezzo no. Ora, c’è questo blog www.artifiziale.splinder.com, che mesi e mesi fa conteneva degli interventi deliziosi, ben scritti e coltivati. L’ho apprezzato per quanto si può apprezzare qualche intervento coltivato e spiritoso lasciato cadere in Rete a mezzo blog. Di lì a qualche tempo ha cominciato a manifestare idee destrorse (suo diritto — e anche andasse in giro a spaccare la testa alla gente [cosa che non so, non posso sapere e di cui non me ne frega niente] sarebbe affare delle autorità competenti e non mio) e, ciò che è peggio, a ripetersi. Ah, per uno di quei meccanismi d’inversione piuttosto scontati proprio nel periodo in cui capitavo io sul suo blog aveva messo come testata "A.I.: anonimo ricchione". Che ci fosse qualche sfumatura sfottitoria (non necessariamente omofoba, ma che non fosse un ricchione — mettiamola così) mi era chiaro, e non mi ha disturbato.

Bè, a rischio di scandalizzare devo dire che non mi ha disturbato nemmeno quello che ha scritto in séguito, esprimendo antipatia (spesso giustificata con qualche schizzo d’acquasantiera) nei confronti di neri, ebrei, zingari e quant’altro. Semplicemente, ho smesso di andare sul suo blog.

Un giorno c’è stata un’inopinata impennata nelle visite (sono tempi di decadenza, questi, per il povero anfiosso), e ho letto tra i siti riportati dal contatore che sta in fondo a questo blog che la gran parte di quelle visite proveniva dalla sua parte. Sicché ci sono andato, e in effetti aveva aperto un post in cui diceva: "Visitate l’anfiosso: egli è irrimediabile". L’idea mi è parsa anche carina, perché ha portato qualche visita e qualche link in più. Nei giorni seguenti sono tornato sul suo blog, dove ho letto qualcosa dei post più brevi (quelli lunghi, anche quelli che m’interesserebbero, sono fuori portata, per me, data la tirannia del tempo) ed è stato piuttosto automatico intervenire pacatamente quando se ne è venuto fuori con una delle sue ossessioni favorite. Una ragazza lesbica, "laura", aveva messo un suo intervento in cui esprimeva rammarico per le affermazioni dell’owner; toni che, non provando rammarico alcuno, io non avrei tenuto. Ho detto la mia, con la consueta diffusione. Spero che fosse chiaro che non sono queste le cose che mi offendono.

Non mi offende il fatto che una persona limitata mi faccia maledire dal suo dio, ma tengo a precisare che, come non mi faccio niente e delle maledizioni (m’interessano di più quelle che scaglio io, semmai) e di qualunque dio, così la "mancanza di carità" dimostratami non mi significa un cazzo. Né la sua carità né la mancanza di carità mi possono aggiungere o togliere alcunché. Tutto ovvio, ma tengo a precisarlo. Per il resto, ho la netta convinzione che una persona che, in quest’annodòmini, giustifica la sua posizione con quell’ipocrisia di sempre chiamata ‘fede’ abbia qualcosa che non va al piano attico. Potrei essere un suonato anch’io, ma non sono uno stronzo (nonostante, ahimè, abbia fatto paura a qualcuno persino qui…). E sono convinto anche di un’altra cosa: che chiunque la pensi in un certo modo sull’omosessualità, sempre per la piccola legge delle opinioni, che hanno da fare con la personalità nel suo complesso e non sono nulla di cui la società circostante debba farsi (e, di fatto, si faccia) carico, non giungerà mai a nulla che meriti, veramente, la mia stima, il mio interesse (il mio affetto, il mio trasporto, la mia curiosità, &c. &c. &c.). Là, dentro di noi, tout se tient, immancabilmente.

Vale per tutti, ovviamente.

Cia’.

d.

CCLXI. Esistono.

13 Mag

CCLXI. Su splinder esistono i seguenti blog (non tutti attivi, ma esistono):

IMPRESENTABILI.

www.tamarro.splinder.com
www.truzzo.splinder.com
www.sfigato.splinder.com
www.rottinculo.splinder.com
www.inguardabile.splinder.com
www.cozza.splinder.com
www.rospo.splinder.com
www.befana.splinder.com

FACILI COSTUMI.

www.vacca.splinder.com
www.troia.splinder.com
www.puttana.splinder.com

MINUS HABENS

www.cerebroleso.splinder.com
www.cretino.splinder.com
www.idiota.splinder.com
www.fuso.splinder.com
www.testadicazzo.splinder.com
www.pirla.splinder.com
www.mona.splinder.com

BLEAH!

www.immondizia.splinder.com
www.trash.splinder.com
www.monnezza.splinder.com
www.merda.splinder.com

www.brufoli.splinder.com

SANITARI.

www.cesso.splinder.com
www.tazza.splinder.com

DEVOZIONI e derivati.

www.porcamadonna.splinder.com (ma anche www.morcapadonna.splinder.com)
www.porcatroia.splinder.com
www.porcaputtana.splinder.com
www.porcavacca.splinder.com
www.porcapaletta.splinder.com
www.porcamiseria.splinder.com
www.diocane.splinder.com (chiuso)
www.dioporco.splinder.com

PERDINDIRINDINA.

www.eccheccazzo.splinder.com
www.mannaggia.splinder.com
www.vaffanculo.splinder.com
www.socmel.splinder.com
www.mortacci.splinder.com

ODOROLOGICI.

www.rutto.splinder.com
www.peto.splinder.com
www.puzza.splinder.com

CCLX. Lettura.

12 Mag

CCLX. Consiglio di lettura:

http://www.intratext.com/X/ITA2566.HTM

CCLIX. Ispirazione.

12 Mag

CCLIX. Non ho capìto in che senso sarei irrimediabile, ma tant’è (è una vita che ispiro alla gente il desiderio di cambiarmi radicalmente — tutta la mia vita piena di gente che parla, parla, parla — beati loro, a cui non mancano mai le parole. A me mancano in continuazione, si sente?). Comunque è bello avere 56 visite in un giorno invece che in una settimana. Sono cose che rialzano il morale.

Due giorni fa mi sono seduto, come quelli che fanno le interviste, accanto a un autentico barbone, di quelli che chiedono l’elemosina e che hanno ingenti motivi sanitarii per essere nei dormitori. Ora, costui (che conobbe tempi migliori) si bucava, poi ha dovuto smettere per non morire; prenderebbe (cioè dovrebbe prendere) il metadone ma non lo prende perché tanto è da molto che non si buca. In compenso beve: deve bere dal momento in cui mette i piedi giù dal letto (o si sveglia) al momento in cui va a letto (o comunque si sdraia), sennò vomita l’anima. Mi ha raccontato svariate cose di sé, ma una delle prime mi è rimasta impressa: il fatto che avesse passato la notte dormendo su un treno in movimento. A scrocco — adesso ti fanno scendere, ahinoi, ma lui è noto al personale viaggiante quindi ha potuto dormire indisturbato fino alle cinque del mattino, avvolto tra le tendine appositamente strappate ai finestrini. Era un intercity, ma si vede che faceva freddo lo stesso, con tutto quello che costa. Non è la prima volta che sento che qualcuno ha trovato questa soluzione, ovviamente. Però mi ha dato da pensare — lui certe cose me le racconta, ogni tanto, in funzione ispirativa, perché è convinto che invece di fare un cazzo tutto il giorno farei bene a scrivere un libro, un romanzo. Mi ha anche proposto una cosa autobiografia (riguardante cioè la biografia mia, di me), una cosa intitolata La lumachina, una cosa tipo omnia mea mecum porto, sul rapporto tra me e il mio sacco a pelo, e le volte che dormo fuori. Ma non mi convinceva.

Invece, essendomi (si vede) io posto in una prospettiva ispirativo-passiva (cioè quella di colui che bouche béante aspetta l’ispirazione dell’incarnazione dell’Idea che passa il convento), ho colto questa prima idea, divenendo piuttosto distratto circa il resto del lunghissimo discorso (che verteva su carcere, musica, arte e altre cazzate), e ho cominciato ad espormi una sorta di trama. Un signore (vale a dire il Narratore, che poi sarebbe un "io" [non nel senso che io da qualche parte sia un signore, è chiaro]) un giorno prende un treno: un treno lungo, che deve fare un lungo viaggio — metto in chiaro che i riferimenti in questa fase iniziale sono aderenti alla realtà, cioè copiati dal vero, poniamo che "io" parta dalla stazione di Torino, poniamo Porta Nuova, o Porta Susa, e sia diretto a Napoli piuttosto che a Reggio Calabria, o perché no a Roma o Brindisi. Giusto a titolo di esempio. Bene, costui ("io") sale, e comincia il viaggio. Quasi sùbito incontra una coppia dall’aria decorosa ma che s’intuisce maluccio in arnese, che cerca una bambina, loro figlia. Due cose strane: se "io" incontrasse la bambina, cercasse di attirarla al loro scompartimento (quello in cui si trovano adesso, scelto a caso, perché il treno infatti è semideserto) senza dirle che i suoi genitori la cercano; infatti la fanciulla è sonata, e crede che i suoi genitori siano altri. Secondo, i due non hanno il più pallido ricordo di quale sia il loro esatto scompartimento, dato che tendono a confondersi. Gli spiegano che essendo caduti in miseria hanno avuto un abbonamento familiare al treno da un’assistente sociale, una carta che permette loro di viaggiare quanto vogliono per tutta la penisola (una cosa non lontanissima dal vero): da allora, non avendo altro posto dove andare, sono sempre vissuti in treno, scendendone solo per prendere qualche coincidenza o al termine delle corse. La donna, asciugandosi una lacrima di angoscia, crede riconoscere qualcosa di suo nella retina sopra la testa di "io", verifica che è sua e se ne va. Il viaggiore "io", perplesso, si addormenta. Quando si sveglia, ripensa alla strana storia della bambina. Sicché comincia a cercarla, ma senza troppo impegno, se non altro per vedere che fondo di verità può eventualmente esserci nelle parole dei due signori, percorrendo in lungo il treno. A questo punto comincia a percorrerlo in direzione della motrice, senza peraltro mai raggiungerla, e nota non solo che i vagoni sono uno per sorte, sicché i più moderni e attrezzati si alternano a roba degli anni Quaranta e a carrozze addirittura ottocentesche, ma assiste ai più strani spettacoli, incontra la gente più strana, della propria e di anteriori epoche. Si addormenta esausto in uno scompartimento e al risveglio nota che i quadretti che mostrano i panorami di celebri città sono cambiati, o che è cambiato lo scompartimento tutto quanto, finestrini e tendine, sedili e pannelli. Il treno, a mano a mano, si fa sempre più deserto. Parte del delirante viaggio nel treno "io" lo fa in compagnia della bambina. Compaiono strani personaggi; l’atmosfera si fa tesa e cupa, soprattutto dopo che alcuni cadaveri sono scoperti in certi vecchi scompartimenti. Dopo un lungo tratto di entrata e uscita da certe lunghe gallerie, adesso il treno è entrato nella più lunga, dalla quale sembra non voler uscire. "io" e la bambina hanno come punto di riferimento uno dei vagoni ristorante, che riescono a ritrovare, tutte le volte, con relativa facilità; vagone dove si rifocillano grazie alla comprensione del personale viaggiante, e in particolare di un signore baffuto. Ma le provviste cominciano a scarseggiare, il signore baffuto consiglia loro di mettersi in viaggio ora, e andare verso l’ipotetica motrice, avanti, molto più avanti. I due partono; intanto la luce e il riscaldamento vengono a mancare. Vanno avanti per molto tempo, e chissà se è giorno o notte, e quanti giorni e quante notti ci impiegano. Attraversano vagoni deserti e tutti bui, e forse scampano alla morte per mano di un misterioso assassino. Dopo un lunghissimo estenuante cammino, durante il quale perde di vista la bambina, "io" finalmente crede di raggiungerla. Molto davanti a sé vede che qualche vagone dev’essere rimasto illuminato; e c’è una figuretta che corre in avanti. Nonostante abbia pochissime forze, la insegue, fino a raggiungerla sulla soglia del primo di — pare intravedere — tanti vagoni illuminati, con qualche viaggiatore dentro. Sta per chiamarla, quando qualcuno fa il suo nome prima di lui. E’ una coppia triste, seduta nel primo compartimento. E’, dei due, la donna che chiama la bambina accanto a sé, come se fosse sua figlia. Una sconosciuta, a quel che vede "io". La bambina, guardando "io" con espressione tra il furbesco e il colpevole, si siede docile accanto alla donna; in attesa di scappare di nuovo. "io" continua il suo cammino verso la motrice. Nel frattempo (a qualcosa ho accennato) dovrebbe succedere anche molto altro, esserci qualcosa di peripetico e tramoso che rimpolpi e tenga desta l’attenzione.

Stamani un altro, che pure conosco da tempo, mi ha accennato alla sua storia (con me lo fanno tutti, non riesco a capire bene il perché e nemmeno mi piace troppo, il più delle volte), sicché ho scoperto che appartiene a una famiglia molto alternativa, nel senso che non solo lui, ma anche i suoi genitori vivono per dormitori, a Torino, la madre e il padre. Credo di aver intrasentito, in altro tempo, che persino suo fratello sia del giro. Particolare, no? Ha accennato a qualche difficoltà a vedersi e sentirsi, e in effetti è verosimile, sapendo come funzionano. A questo proposito non ho idee plottistiche, è un mero spunto.

CCLVIII. Ho un grosso problema.

11 Mag

CCLVIII. Non riesco a cacciare negli indesiderati le puttanate che mi mandano da supereva. Qualcuno sa come posso fare?

CCLVII. La vecchiaja.

9 Mag

CCLVII. Posso dire in buona fede di non essermi mai considerato giovane. Già all’età di sedici anni ne dimostravo almeno trentacinque. Mi aspettavo che a trenta ne avrei dimostrati quarantacinque; non so se sono stato buon profeta. Probabilmente ne dimostro ancora trentacinque. Alcune mie foto da piccino (non ricordo più quando le vidi l’ultima volta, ma in quell’occasione — a differenza di ogni altra [molto sporadica] volta — mi colpirono tanto che non me le sono, poi, mai più potute dimenticare) mi mostrano su un balcone assolato invaso di piante secche. La mia faccia (sulla parte anteriore di una testa che allora era troppo grossa) è completamente adesa a terra — sono, credo, seduto sul pavimento, cioè sul balcone, ma la positura generale della persona dà l’idea di una di quelle meduse che, in occasione di una gita al mare con la scuola, avrei scoperto di lì a non molto essere l’unica attrattiva delle spiagge di Mestre. Non si trattava di nulla di tanto nobile come l’umor saturnino, e nulla di tanto aristocratico come la melancholia. Nemmeno di qualcosa di così scientifico come la cosiddetta depressione, perché la depressione, come dice la parola stessa, indica uno sprofondamento, un abbassamento di livello, mentre — che io ricordi — il mio livello è sempre stato quello. Avevo la radice del naso leggermente strombata e gli occhi sporgenti, una combinazione che come risultato dà sempre l’espressione di un’incontestabile ebetudine. Ma tutto con moderazione: purtroppo non sono un mostro, sono solo squallido. Ma soprattutto (per concludere sulla faccia di me bambino), ero praticamente identico ad ora, cioè dimostravo trentacinque anni. Tutto questo per dire che dopo i trentacinque anni potrei considerarmi comparativamente fortunato, se la tendenza continua invariata.

CCLVI. Adesso che

8 Mag

mi sono connesso, rimpiango di non aver fatto un cadaverino eccellente, in modo da poterlo ricopiare adesso, di una bella frase che ho letto alle pp. 174-175 de La terra sotto i suoi piedi di Salman Rushdie (che sto leggendo adesso): è il pensiero di un serial-killer inviato telepaticamente al fratello. Potrei parafrasarlo, ma se non riporto le parole esatte non ha senso. E’ un concetto così ben espresso! Il fatto (in sintesi) è che ormai sono convintissimo che mi siano solo rimaste solo poche, semplici e chiare istruzioni da seguire. Non si può essere sé stessi a oltranza. A parte il fatto che è tremendamente patetico, è l’immensa dispersione che mi spaventa, o mi dovrebbe spaventare.

CCLV. Silenzio.

5 Mag

CCLV. Se non altro per contrastare (l’incontrastabile) declino di questo bloggo converrebbe, almeno ogni tanto, scrivere una virgolina, un punto, una parentesi quadra. Novità poche e nessuna di rilievo. Al momento sono caduto in disgrazia (il secondo e ultimo articolo [!] scritto per Scarp de’ Tenis ha mandato un’operatrice in orbita). Mi sto facendo pere di Nothomb (Nothomb a parte, mi sto seriamente chiedendo se le donne scrittrici disgustose siano in numero maggiore rispetto agli scrittori uomini disgustosi o se, semplicemente, la maggior resistenza le avvantaggi sulle lunghe distanze, tanto da risultare nel complesso più produttive, più vistose e più vomitevoli). La Lucia di Lammermoor con la Sutherland (a parte l’avversione che ho per Pavarotti) non è più quella di una volta. Che altro? Ah, sì, vorrei provarmi a dormire un po’ per strada, di questi giorni. E’ problematico per lavare i vestiti, ma tanto anche la cattività fa puzzare animali nobili & assai liberi come le moffette e i licaoni.

Voi come state? (Chi siete? Ci siete?)