CCXLV. Tuttalpiù muoio.

11 Apr

CCXLV. Edoardo Albinati / Filippo Timi, Tuttalpiù muoio, Fandango 2006, pp. 454.

Volevo (come ho detto più in basso da qualche parte) dedicare un post a tutte le letture della settimana, tutti i sabati, a partire da sabato scorso. Ma è meglio che non faccia questi programmi, perché c’è quasi sempre qualcosa che me li manda a carte quarantotto. Dato che non ho nient’altro da scrivere, parlo di questo romanzo.

E’ un romanzo biografico: racconta la storia del secondo autore, Filippo Timi (1974), che in precedenza non ha mai pubblicato nessun libro ma ha fatto l’attore. Per chi è interessato, qui e là in rete si trovano parecchie immagini e recensioni a suoi spettacoli, c’è chi lo dice uno dei più valenti e intensi attori italiani oggi,  &c. Edoardo Albinati invece fa lo scrittore, insegna a Rebibbia e tratta storie difficili. Non che questa sia una delle storie difficili di cui Albinati si occupa normalmente: è un’altra cosa.

Tra una ‘prima parte’ dedicata all’infanzia e una ‘seconda parte’ dedicata agli anni adulti non c’è quasi nessun passaggio intermedio (come peraltro càpita spesso nelle autobiografie, le romanzate e le no), cioè non si mostrano i gradi intermedi della formazione; dico che in questo caso lo scarto è molto notevole, perché c’è un taglio netto (a parte un breve gioco analessi/prolessi), anche nel tono del racconto, sorridente all’inizio, più teso nella seconda metà del libro.

Nato in un paesino dell’Umbria da famiglia modestissima, con zie baffute, una sorella chiattonissima e una zia mentecatta (Daniella), ‘Filo’ è nel complesso grasso, omosessuale (almeno in linea di massima), perseguitato da diversi malanni fisici (tra cui una malformazione che lo inchioda lungo tempo a letto), fortemente balbuziente e affetto dalla rara sindrome di Stargard (che riduce progressivamente l’acutezza visiva, è una tara genetica e non è curabile); eppure la ricostruzione dei suoi stralunati anni infantili è solare & umoristica. Non sono tanto i fatti (di per sé piuttosto comuni), quanto certa aneddotica, — a parte i ripetuti congressi sessuali, il lungo e frustrato amore per una ragazzina che, come lui, si dedica alla danza ma molla poco dopo lasciandolo solo; le fighure storiche dovute alla sua disastrosa esperienza di altar boy; il bacio in bocca al professore, &c. — e, soprattutto, il dialogo nell’affatturata favella di quelle zone (nella quale sono scritte anche alcune poesie, che fanno del primo mazzetto di carte del libro qualcosa sul limitare del prosimetro) ad essere particolarmente sinforosi; e soprattutto il fatto che una persona dotata dalla natura di tutto quanto occorre ad essere un caso umano abbia saputo costruirsi una carriera, senza peraltro rompere né con il paesello né con i genitori (comunque di mentalità, si narra, aperta & comprensiva), in modo da poter raccontare, oggi, non una storia ‘difficile’, ma semmai la storia non del tutto convenzionale di un trentenne e di un attore di oggi.

Una seconda parte (variamente anticipata e rimandata in una sorta di ‘zona franca’ centrale da quelle analessi e prolessi di cui sopra) riguarda gli anni adulti; sono nominati, con franchezza di giudizii, colleghi anche piuttosto famosi e altre persone piuttosto importanti. Soprattutto questa seconda parte, in cui spicca, tra altre due o tre cose (oltre alla descrizione dello spettacolo La vita bestia, che passerà anche per Torino, mi pare di ricordare, verso maggio, la descrizione di una fortunosa corsa in bicicletta, della fame, la sfilata per Armani, un altro spettacolo, degli esordii, un tour de force atletico), la descrizione di un amore romanticamente disperato per un cameriere, è molto meno sorridente, ma soprattutto è tutta nel segno di un vistoso egocentrismo — può non dispiacere. Per esempio (cito a braccio, e anche un po’ alla cacchio), Timi si attribuisce l’abitudine di spippettarsi nei cessi dei treni, e poi di ejaculare sulla maniglia. Che è come raggiungere l’intimità con tutti i pipponi (e piscioni, e cagoni) da treno che passano per lo stesso cesso, & s’impiastricciano. (Yuk).

Il romanzo finisce con una sorta di ‘sbobinatura’ dal filmino delle nozze tra ‘Filo’, per l’occasione nuovamente al paesello, con una ragazza ctonia. Ma ‘n era frogio?, si chiede il padre di Filo, ma la madre lo zittisce. Peraltro c’è anche un siparietto che ospita un dialogo con la zia Daniella. Costei, mentecatta, ha passato praticamente la vita a prendersi coccole in testa dalla madre tutte le volte che dava noja; a 36 anni, dato che nessuno era stato sfiorato dal sospetto che anche una mentecatta può aver bisogno di un dentista, s’era trovata con tutti i denti marci e glieli avevano dovuti estrarre. Solo che così era rimasta con la bocca rientrante, come le vecchiette, e per rimediare, invece di una dentiera, le avevano fatto siliconare le labbra, come "la Parietti". Durante questo dialogo Timi viene a scoprire che la mentecattìa della zia Daniella è mera convenzione; come implicitamente riconosce, peraltro, la stessa madre della Daniella, quando viene a chiamarli.

In generale mi è proprio piaciuto, ma forse bisogna fare un po’ di tara, perché il tema dell’afasia e della compensazione scrittoria (di cui qualcun altro ha scritto meglio di me), soprattutto per motivi organici, mi affascina da gran tempo. Comunque non bisogna dimenticare che è stato scritto a quattro mani (o a due, meglio ancora, dato che devono averne impiegata solo una alla volta). Dice Albinati, da qualche parte in rete (non riesco ad essere più preciso, mi rompe ri-cercare…), che non è possibile distinguere quello che ha scritto l’uno e quello che ha scritto l’altro. In generale, mi sembra tutto parecchio unitario, anche se (mi rendo conto che può parere un paradosso) c’è quella discreta spaccatura tra anni d’infanzia e anni adulti — ciò che però avrei riferito semmai al diverso atteggiamento con cui si considera un’epoca ormai rivolta della vita e a quello, ben differente, con cui si guarda a quello che è il presente. Ma se proprio mi va di farmi gli indovinelli, la bonaria aneddotica della prima parte e quella omologa della ‘scena’ conclusiva (il filmino delle nozze) sembrano più verosimilmente dovute alla mano del cinquantenne Albinati che alla mano del trentaduenne Timi. (Ma non è importante).

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