752. 77.

18 Dic

77. Tolta questa particolare, per quanto abbastanza cruciale, possibilità di coincidenza simbolica tra una scatola e un uomo inteso come contenitore, in special modo in senso morale, rimanevano comunque incidenze interessanti, o che tali Le parevano: Olu era, come qualunque uomo, un contenitore della propria storia, in un certo senso, come anche Lei, Quintiliano, o chiunque tra i Suoi familiari, i Suoi insegnanti, i Suoi compagni di scuola o di squadra e, insomma, come qualunque Suo simile: posto di precisare, però, che quel contenitore era animato, flessibile, umido, in grado di emettere suoni e fluidi, trasformabile e deperibile – trasformabile anche dal proprio stesso contenuto, a differenza di un contenitore inanimato che non fosse costituito da materiale flessibile e permeabile – come un sacchetto di carta, per esempio, ma al momento non Le interessava, come termine di paragone, poniamo, un sacco o una borsa; perché la questione essendo Può un uomo essere paragonato a un contenitore e al suo contenuto?, era molto difficile non trovare più suggestivo e ricco di conseguenze il paragone che vedesse da una parte l’uomo e dall’altra uno scrigno, un contenitore rigido, atto a contenere e nascondere insieme; poiché, così almeno Le pareva in quel momento, il fenomenico di un uomo era sì anche forgiato dal suo contenuto, ma di esso era anche cattivo ambasciatore, anzi, più cattivo ambasciatore che buono, o enigmatico o menzognero o fuorviante, o quantomeno reticente sul proprio contenuto, non mancandoLe molti esempî, Olu a parte, di uomini e donne dotati di fisionomie dal fascino misterioso che indiscutibilmente non erano all’altezza, sia dal punto di vista spirituale sia dal punto di vista della storia personale, del loro assetto più superficiale, vistoso ed esteriore; e, per converso, di uomini e donne d’aspetto del tutto dozzinale, insignificante e per nulla attraente, che nascondevano passati e contenuti e sapienze i più straordinarî: come il prof. Hirsch, che Le aveva dato alcune lezioni private di latino, e nonostante fosse fuggito fortunosamente da Auschwitz, avesse attraversato il Sud della Francia trascinando una gamba spezzata, fosse dotato di uno spirito eccezionalmente acuto e di una cultura ineffabilmente ampia e profonda, e in più appartenesse al Popolo eletto, mostrava la fisionomia sgraziata e priva di qualunque fascino di un attempato parroco di campagna; al contrario, Roger Olsen, con cui giocava a hockey un giovedì sì e uno no, era alto, già a quattordici anni, un metro e ottanta, aveva un volto da lemure dominato da due occhî di diverso, e ciascuno particolarissimo, colore (uno viola e l’altro di un verde-oro praticamente giallo), la testa sormontata da un gonfio casco arcangelico di liscî capelli biondobianchi sparsi di fila di rame, e un fisico adorno in pari misura di muscoli e di grazia, un semidio, o un dio, dal sorriso solenne ed enigmatico, dalla voce armoniosa, olimpica e distante, molto richiesto e sbavato dietro da numerose ragazze sceme e da qualche gay dei più ritardati – eppure ignorante come una capra, pessimo giocatore, prosaico, senza carattere, un imbecille perfetto.

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