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230. “Turin” (da Benn).

7 Feb

“Vado, le scarpe rotte, per la via”,
Ha scritto il grande genio universale
Nell’ultima missiva — stette male,
Lo portarono a Jena — psichiatria.
    “Libri per me non riesco a comperarne,
Sicché li leggo nelle librerie;
Appunti — esco a comprarmi un po’ di carne: —
Così, a Torino, le giornate mie”.
    Lor Fetenzie la pancia piena rasa
A Pau, Bayreuth, Epsom s’ingolfavano.
Abbracciò due ronzini che passavano,
Finché lo trasse il suo affittuario a casa.

Con qualche licenza, da Gottfried Benn, Poesie statiche 1935-1946.

229. La stazione ferroviaria di Nettuno.

3 Feb

   Tu che credevi ogn’atto tuo, ogni  passo
Assiduamente vigilato, e attento
L’Occhio ostile a ciascun tuo movimento,
Apprendi il vero, e restaci di sasso:
   Per gogne e roghi  è aperto il sottopasso
Della stazione, a usarsi a piacimento: 
L’Occhio non fa la spia, se manca o è spento.
Apri il bavero; & rialza il capo basso.
   Ostacolo non è alla privatezza,
Cieca, la scolta, & ai diporti tuoi:
L’Occhio è là, ma di te non ha contezza!
  Getta maschere, sciarpe, & va ove vuoi;
Bando alla paranoja! alla tristezza!
(In più, ora sai che ffà, quando t’annoj).

228. Unruhe.

28 Gen

   Invano pensi che dai contrappesi
Che le ore per tuo tramite misurano,
Tratti i chiodi che sempre ti torturano,
Di libertà godrai gl’istanti attesi.
   Se mai ti vedrai sciolto dagli arresi
Ferri che tempo al tempo qui assicurano
(Ché le cose che durano non durano),
Peso morto cadrai  coi morti pesi.
   Pari a te mi sembr’io, triste Inquietudine,
Che oscillando, agitandomi, un mai sorto
Mattino aspetto tra martello e incudine:
   Così aspetto, né requie ho, né conforto
(Ma immoto!), libertà: beatitudine
Che godere potrò solo da morto.

225. Sonetto.

9 Gen

Una bagascia
istituisce
un paragone
tra la propria funzione
e quella
dell’orologio.
   Ambo battiamo; però proferita
E’ da te l’ora; a me «Ora!» si dice,
E sovente più volte, ah me infelice!,
Prima che intera un’ora sia finita.
   Mentr’è in ciò la mia sorte alla tua unita:
Nel ripartire il tempo; e nell’altrice
Mano ostinata d’ambedue motrice
Finché resti la macchina sdrucita.
   Da un solo ufficio la vicenda alterna
Delle di lei durate è regolata,
Che la consuma dalla parte interna.
   E poi che resta tanto scardassata
Che buon tempo non più un po’ vi si scerna,
Come oramai inservibile, è gettata.

219. Al Sonno.

17 Nov

IPNO, tiranno già, ora refrattario
Anarca, & infingardo, che tra reti
Capziose tra il volere mio divario
Ponesti spesso, & storici, & poeti,
Perché mai neghi adesso il necessario
Riposo, o, dove sia, che mai Ti vieti
Indurre in me & oblio, pace, & ristoro,
Io non capisco, io non mi spiego, io ignoro.
***
Vero è che cristallizza a me le notti
In veglie raggelate ispido Arturo,
Che gli occhj a me con ghiaccj non mai rotti
Spalanca Inverno irrigidito & duro,
E so se inane vi s’opponga, & lotti
(E in specie quando esposto all’aere oscuro)
L’intrinseco calore, e trovi immiti
Ceppi di brine, e sbarre in stalattiti.
***
Vero è che l’incombenza irta di Crono
Periunt & imputantur mi deversa
Contro, da quant’intorno a me vi sono
Quadranti, rinfacciando la perversa
Vita a me, che vaneggio, & che sragiono,
In ogni ora additando un’ora persa,
In ogni dì additando un giorno in meno,
E in fondo al tempo vuoto un fosso pieno.
***
Vero è che, nel girarsi, il diffidente
Sguardo, per imprudenza ormai sottile,
Non scorge un volto umano tra assai gente,
Non vede gente amica in clima ostile,
Non ha clima secondo in terra algente,
Non trova salda terra in fogna vile,
Sicché Ti teme, e ai sogni Tuoi non cede,
Perché rinati da quel ch’esso vede.
***
Vero è che, del passato incubo atroce,
La memoria di sangue deturpata
Mi garrota le notti, e con la voce
D’alcuna ombra negletta strambasciata
S’oppone a che abbia pace, e più feroce
Si fa nell’ombra, & torva, e allucinata,
Che me in tant’anni ha perseguìto tanto
Che seccò il sangue al cuore, le urne al pianto.
***
Vero è che la Vergogna inveterata,
Che oggi arrossisce come alla prim’ora,
Contro m’è volta, e con la sua annodata
Sferza mi sferza, & che non mai scolora 
Spiega scoprendo faccia butterata,
Ché è quella lue che la fa rossa ancòra
(Lue che arde però meno della fretta
Ch’io compia in chi la merita vendetta).
***
Vero è ben tutto questo; ma se questo,
Mina della mia fabbrica infiacchita,
Coll’urto suo prevale, atro & funesto,
Sull’anelito a conservar la vita,
Dunque l’estremo limite m’appresto
A valicare; & quest’ombra avvilita
In cui, sono anni, affondo non disdice
A un passo d’altri più non infelice.
***
Ma se è vero che etern’oblio m’accoglie,
Quanto a schiudersi tarda atrocemente!
Dunque Tu scendi, e tocca queste spoglie
Con la virtù che è Tua, pietosamente:
Con la virtù che dal dolore stoglie,
L’ultime volte a queste membra spente
Dà conforto; & insegnami le torte
Vie per cui s’entra al regno della Morte.

205. Da conversazione (a g.).

8 Ott

Poi che mia madre giù dalla finestra
Una per una buttò le mie borse,
Sicché mi trovo del futuro in forse,
Battendo in giro un piatto di minestra,
    Odo che mossa tarda, ora, & maldestra
Dal crollo i grassatori non soccorse,
E chi già allegro speculò & estorse
Farfuglia ora Ave e Pro peccata vestra.
    Se piansi, allora, ora che a pavimento
Giaccion le borse vostre, oh sfruttatori,
Non m’importa che scarso emolumento
    Frutti la borsa a me dei passatori:
Purché vi tocchi un po’ del patimento
Di stare all’aria, e con le borse fuori.

202. Abbastanza bene, grazie.

29 Set

Senz’occhio di riguardo a ciò che sento (1),
O ai numerosi impegni (a cui non crede
Quasi nessuno, in verità), si chiede
Spesso da me qualche componimento.
 
Senza inferire intoppo, o patimento,
Che alla musa dispiace, e che mi lede,
Senza cui solo con baldanza incede
Coi suoi numeri Clio, che odia il tormento.
 
Senza pensar ch’io abbia le risorse
Impegnate in qualch’opera importante,
Immatura tuttora, e ancòra in forse.
 
Senza idea della mia borsa vacante.
Senza sospetto di sventure occorse.
Comunque, sto benino. Grazie tante.
 
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(1) Qui c’era un’ipermetria.
Così impari a improvvisare.
Stronzo.