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206. Non so che cosa sia “buono” in arte.

8 Ott

Maria Callas, Medea, “Numi, venite a me” (1953, Firenze)

Il prossimo 2 dicembre compirebbe 85 anni (dev’essere anche un promemoria, vorrei scrivere una cosa, per quella data) — fa un po’ specie, e suona anche tra il ridicolo e il blasfemo, trattandosi di lei. Riconosco di pensarci spesso.

186. LG2

11 Giu

Leyla Gencer – Tornami a vagheggiar – Alcina

Non riesco ad attaccarlo sotto il post precedente senza cancellare i commenti, dunque ne apro un altro. In coda al post precedente davo qualche distratto consiglio di ascolto; io jersera ho ascoltato questo. La registrazione è tarda (1981), ma la forma della Gencer è smagliante; peraltro il timbro, come si sente, è freschissimo. Le arie barocche erano utilizzate come scaldavoce, per inizj soft, nei vecchj concerti dei vecchj cantanti; ma “Tornami a vagheggiar” è  molto difficile.

Bello l’obituario del Telegraph.

185. E’ morta Leyla Gencer.

10 Giu

Non l’ho fatto per Di Stefano (03/03/2008), di cui peraltro s’è parlato deludentemente poco (non credo tanto per via della morte di Pavarotti, 06/09/2007, che non era propriamente a ridosso, quanto per il fatto che era pochissimo amato dai critici e da tutti quelli che scrivono e discutono di opera), forse perché mi è dispiaciuto troppo, lo faccio per Leyla Gencer, 10/10/1924-questa notte, Milano. E’ una cosa molto singolare il fatto che anche lei fosse di pochissimo più giovane della Callas (otto mesi), come anche la Sutherland, che aveva solo tre anni meno: eppure la sua collocazione nella storia dell’opera è quella di una delle più accreditate eredi, una delle più illustri epigone. Tra le molte eredi non ce n’è una più meritevole o più importante delle altre, dal momento che il legato della capostipite, si può dire, è stato fatto a pezzi e distribuito in parti piuttosto eque tra le diverse primedonne, che ne hanno poi fatto il meglio che sapevano: la Caballé ha fatto sua la voce-strumento, un po’ flauto, un po’ oboe, un po’ violino, apprezzabilissima nelle nenie specialmente, donizettiane e belliniane; la Sutherland, fulmine di guerra, ha approfondito tutto il discorso sulla coloratura, pervenendo ad esiti di inedita astrazione; altro dovrebbe essere detto delle cantanti nere, che la vigorosa “etnicità” della Callas ha contribuito come nient’altro a consacrare (penso alla Verrett, soprattutto), altro su cantanti, come la Deutekom, che a partire da quei presupposti hanno fatto tutt’altro, con originalità e spregiudicatezza — ma sempre a quella matrice si rifanno. Sono tutte quante diverse e indipendenti, nessuna di loro merita alcuna palma sulle altre; ma la Gencer, tra tutte le eredi, è quella che con la cara estinta ha i più marcati tratti di somiglianza. Una somiglianza di estrazione, che non l’ha schiacciata, perché le era coessenziale: una greca, sia pure per modo di dire, l’altra turca; una studia con una cantante spagnola (Elvira de Hidalgo) in Grecia, l’altra con una cantante italiana (Giannina Arangi Lombardi) in Turchia. Hanno una formazione del tutto “europea”, ma sono irredimbilmente orientali; l’una, la maggiore, di famiglia non incospicua ma déraciné, incerta, un pajo d’occhj spalancati sull’orrore; l’altra, di estrazione altoborghese, figlia di diplomatici, pacata, sicura di sé. Tutte e due destinate ad importare nell’opera qualcosa di straniero, di alieno, o forse semplicemente di originario. Quando la Callas, dopo il ’57, entrò in crisi, furono diverse le cantanti che cercarono di riportare Norma e Violetta alla Scala, ma finivano regolarmente fischiate e prese a pomodori marcj (gl’insulti vomitati dal loggione erano irriferibili): alla Scotto e alla Freni, accolte al grido di “guitta! guitta!” o ingaggiate in scambj d’insulti proscenio-loggione, non disse affatto bene, e si allontanarono per qualche anno dal massimo teatro italiano. La Gencer, non senza tensioni ma alla fine successful, poté riprendere Anna Bolena e Norma immediatamente a ridosso delle produzioni incentrate sulla Callas, o in anni in cui il ricordo della Callas era ancòra vivo, doloroso e bruciante, e il rancore nei confronti di tutto quello che aveva contribuito a distruggerla era feroce. Ciò si spiega col fatto che la Scotto e la Freni, benché fossero cantanti majuscole, potevano passare per rappresentanti di quell’italianità asfittica, melensa e al fondo aggressiva, a cui pareva essersi sacrificato un po’ troppo; la Gencer, invece, era un’infiorescenza rara ed esotica; la sua terra era, per estensione, quella della Callas. Aveva il merito di portare altrove, e oltre, in anni che avevano ben poco di bello da offrire. Accanto alla Simionato e a Zaccaria, in una bellissima Norma che tuttavia non vale la sua Bolena, ebbe un mezzo trionfo. Seguendo la vulgata (per quanto riguarda la Callas), c’è un’ulteriore rima interna nel fatto che anche le sue ceneri sono state inghiottite dal mare (l’Egeo per l’una, quello del Bosforo per l’altra), ma è una cosa macabra. Mi sono riferito a Di Stefano, poco sù: con Di Stefano fece una bella Forza del Destino, 1957, direttore Votto. La consiglio, perché no? Era una cantante straordinaria, interpretò decine di ruoli (a differenza, stavolta, della Callas, che aveva un repertorio ecletticissimo ma non cantò molti ruoli), fece molte grandi cose.

183. ?

28 Mag

TOMOTAKA OKAMOTO:Mozart-Alleluia, Handel-Lascia ch’io pianga

Da che zoo sono scappati?

164. Wagner.

12 Dic

Ora che mi viene in mente, questo è il primo anno in assoluto che non mi preoccupo di sapere con abbondante anticipo con che opera si aprirà la Scala (magari per non sentirla nemmeno, poi — mi riferisco alla radio, non sono mai stato a un’inaugurazione della Scala, ma ciò va senza dire). Solo l’altrojeri ho saputo che hanno aperto con il Tristano, diretto da Barenboim e cantato da alcuni tedeschi tra cui si è distinta Waltraud Meier, una cantante che è molto assidua alla Scala da quando c’era Muti (e quando c’è Wagner, chiaramente). Seguendo i link di adlimina ho anche letto tre recensioni (una,  due e tre) assai competenti, pare a me che non so nulla di Wagner in genere e del Tristano in particolare. Ultimamente, quando non mi occupo di scrivere, leggo parecchia “critica musicale”; per esempio, ho considerato con attenzione L’opera in CD e video di Elvio Giudici (che qui è presentato come l’uomo che ha ascoltato tutte le opere di tutti i compositori incise su tutti i dischi e quant’altro; l’unica cosa che posso dire è che delle opere complete con la Callas che ha ascoltato [61, nemmeno tutte], solo 8 sono indicate come di riferimento) e poi gli scritti musicali e artistici (più quelli musicali) di Montale, che poi si riducono a una serie di recensioni, nulla di teorico, compresi ne Il secondo mestiere. Arte, Musica, Società, opulento Meridiano. Ma di Montale qui & ora non dico nulla, perché  ho raccolto uno zibaldoncino, più mentalmente che manualmente, di questa raccolta, e c’è una serie consistente di sue affermazioni — in materia appunto di Musica, di Arte e di Società — su cui vorrei soffermarmi come si conviene.

Io non ho sentito per radio il Tristano diretto da Barenboim (sarà perché non ho una radio). Credo di aver letto su qualche giornale, magari City Metro o Leggo, che ha diretto in calzini, quasi sempre seduto. Tutte cose che sarebbero andate benissimo in un “teatro di musicisti”, un teatro che sorge in un luogo con una sua tradizione e un suo gettito significativo di artisti di musica, mentre la Scala è sempre stata un salotto, e questo rende il suo gesto, nelle intenzioni così deliziosamente informale, piuttosto una melensaggine. Ma, appunto, non c’ero e nemmeno m’interessa proprio.

Qualcuno ha accennato alla liceità o meno di aprire la Scala con un dramma musicale di Wagner; non nei termini in cui si sarebbe accennato alla questione qualche annetto fa, quando il repertorio tradizionale, o quello che ancora di tradizionale si poteva trovare nel repertorio, posto che ci sia qualcosa di tradizionale nel repertorio, o posto che possa, in un repertorio, trovarsi alcunché di non tradizionale. A parte questo, credo che da qualche annetto si sia passati dal ritenere lecito aprire la Scala con la Valchiria al ritenere impossibile aprirla con La forza del destino. Di fatto l’opera ha un grande nemico, la noja del pubblico che la va ad ascoltare. Che poi si possa razionalmente pensare di combattere la noja con il Tristano, che persino a me che non trovo del tutto indigesto Wagner pare una rottura di coglioni monumentale, è assai dubbio. Piuttosto che aprire con Cianciafruscolo al Bivio o Partenofilo e Melloninfa, ha detto qualcuno, va bene anche il Tristano. Io non ho nulla contro l’idea di aprire la Scala col Tristano, intendiamoci, o in generale con un musikdrama di Wagner. Non ho nulla nemmeno contro l’idea di chiuderla, la Scala.

Ho letto in una delle recensioni surriportate che, come prevedeva la regia di Patrice Chéreau (che a suo tempo fece la regia di tutta una Tetralogia bayreuthiana diretta da Boulez, ed era un bellissimo spettacolo), a un certo punto il soprano e il tenore si avvinghiavano assai realisticamente, mimando l’atto sessuale, e che Isotta moriva con la faccia tutta impiastricciata di sangue. Che la scena era spoglia e la regia molto essenziale. Che il musikdrama di Wagner, proprio come le altre volte, durava quattro ore esclusi gli intervalli.

Non so, non ho idea di quale opera o dramma per musica o dramma musicale sarebbe la cosa più indicata per aprire la Scala. Fattostà che trovo tutto questo assai poco attraente. Dev’essere in previsione di questo progressivo sprofondare nella sempre maggior minor attraenza, che è cosa di questi ultimi dieci o quindici anni, che ho finito col disinteressarmi persino all’opera con cui avrebbero aperto la Scala il 7 dicembre.

136. Chi mi ajuta a trovarli?

30 Giu

JOAN SUTHERLAND – Masnadieri aria

Scena di Amalia, I masnadieri di Giuseppe Verdi. La parte fu scritta per un soprano non verdiano, la Jenny Lind; è la parte sopranile meno verdiana che si conosca, credo. Comunque sia, nella parte c’è abbastanza Verdi da mettere alle corde la Sutherland — qui correva il 1981, e per avere 55 anni se la cava più che egregiamente, ma mi riferisco alla ‘scrittura vocale’. Nella cabaletta (“Carlo vive” — che il donizettiano Bonynge inquadra con tempi secondo me detestabili, a parte le mossette colle mani) ci sono diversi trilli, una specialità della Sutherland, che però in quella posizione non riesce a granirli come dovrebbe — almeno così mi sembra. Tanto che mi sembra di non sentirceli proprio. Finora su youtube (su cui non intervengo mai) sono l’unico a cui sono rimasti impercepiti. Qualcuno li sente?

132. Haendel e il pitone.

23 Giu

Handel’s Giulio Cesare