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195. De Valérie?

14 Lug

Ci ho sbirciato dentro e devo ammettere di averci, in generale, capìto assai poco (in specie come mai tra i ringraziati figuri Lina Sotis, di cui è riportato uno di quei pareri per cui di solito si è poco portati a ringraziare. Spirito? Understatement? Ironia? Idiozia?). A un certo punto l’autrice e protagonista sostiene di essere la reincarnazione di molte donne della storia. A questo proposito, a pagina 81 parla di una certa Louise de Valérie, che si attribuisce come amante a Luì Catòrc. Mi ci sono scervellato sù per dieci minuti buoni. Poi alla fine ci sono arrivato. E dire che ci si sono messi in due a scriverlo.

189. “Vite perdute per strada” di Fabrizio Filosa.

28 Giu

Quando urza me l’ha visto in mano ha pensato seriamente a una provocazione. Quando gli ho detto che l’idea era lungi da me, e l’ho convinto, m’è parso preoccuparsi; mi ha chiesto che cosa non stia andando, in particolare, nelle mie condizioni attuali, se i servizj sociali funzionino ancòra a dovere, quanti pasti mi siano garantiti al giorno, se mi trovi in una situazione di disagio particolarmente acuto. Nulla di tutto questo: io leggo volentieri libri sul barbonaggio, specialmente quelli di ordine crassamente idio-biografico, perché vi si trovano spunti interessanti, per la vita, per la scrittura, insomma stimoli all’immaginazione. C’è un grande bisogno di immaginazione. Mentre venivo qui, un signore dalla brutta e antipatica faccia da tipico gianduja subalpino, frutto di trentadue generazioni di incesti selvaggj, un abisso di torva idiozia di cupa demenza sotto la fragile maschera imposta dal benessere , mi fissava con sguardo diabolico, con sorriso sardonico, reggendo la copia fresca della Stampa aperta davanti a sé. Eh, lo so, ne ridono tutti così, la gente istruita. Fino a un anno fa avrei provato il desiderio di cacargli in gola. Adesso, oramai, lo compatisco, perché so che trascina una vita di merda — il patrimonio genetico e le false convinzioni ne hanno fatto un morto che cammina — lui e tutti quelli che gli assomigliano, intendiamoci, che (intendiamoci, però) io non disprezzo, cioè non disprezzo più. L’autor del Leviatano dice che ride, sorride, degli altri, deride gli altri chi è sicuro del proprio destino. Io non sono sicuro di nulla, quindi non sorrido, non rido, non irrido, non derido. Compatisco, senza più compassio, sempre sperando — beninteso — che nessuno dei diretti interessati se ne accorga.

Il libro di Fabrizio Filosa, pp. 171, pref. di Oreste del Buono, Muzzio, Padova 1993 è molto bello, ha scelto con cura le storie che compongono il libro, raccolte dalla viva voce di 13 barboni, uomini e donne, di Milano, di Roma e di Torino.

Perché è anche, o soprattutto, una questione di storie, di — horresco referens, ma la movenza usata in questi casi è questa — “storie di vita”. Giungere alla perfetta sicurezza circa il proprio destino, quello dei proprj familiari, quello della propria categoria è frutto di una violenza incessante; non posso dire che “la rifiuto” perché, per mia costituzione, sono totalmente alieno da questi meccanismi — ma nessuno, ed è sicuramente un’altra delle fortune che mi sono capitate, capisce quale sia il mio merito in questo — e una volta integrato finirei coll’aver sempre la parte peggiore. Comunque sia, nessuno al mondo può sfuggire alla società: ad un titolo o ad altro, tutti siamo integrati nel sistema da cui dipendiamo: una vera e propria “uscita” da esso, quale dovrebbe essere determinata da quello che si chiama emarginazione, è materialmente impossibile e inconcepibile. Fuori dai margini non c’è nulla; il dropout non droppa in nessun “fuori” reale. Cambia, radicalmente e con conseguenze sempre più incalcolabili, il modo di star dentro. E’ vero che ci si esclude da certi giri precostituiti; ma entrare nell’indeterminato, o nel meno determinato, o nel diversamente determinato, non vuol dire “uscire”. Nessuno esce. Si cambia posizione, punto di vista — nulla si cancella, tutto si reinveste in una chiave del tutto diversa. E poi ci sono anche esperienze, non sempre dirette va da sé, diverse. Più il punto di vista diverso. Mi piace riportare uno stralcio del libro; si noti, per chi ha presente l’autore, come il tema, la storia, la fabula, in sé sia sostanzialmente similare a quello che si trova, poniamo, in tutti gli insight borgatari di Siti, per esempio; ma c’è un punto di vista diverso, ovviamente, che non è quello dell’osservatore. Sbaglia chi pensa che la cosiddetta vita di strada, a tutti i livelli e con qualunque intensità vissuta, possa essere “libera”, e pertanto cercata e conseguita a questo scopo. La perdita di tutto prelude al compimento di una cosa che è l’esatto contrario della “libertà” volgarmente intesa, cioè di un destino, che è impossibile rivelarsi finché si rimane irretiti nelle convenzioni e nei rapporti di forza contestuali al nucleo familiare, al lavoro e quant’altro — prendendola dall’altra parte: i rapporti codificati hanno in qualche modo il còmpito di eludere il destino (con molte conseguenze che sono sia positive sia negative, come càpita per qualunque “scelta di vita”; ma è una scelta?). Leggendo storie di questo tipo ci si rende conto di come il tragico non sia affatto morto: ha solo girato l’angolo. Finisce per strada chi ha scoperto il suo destino; chi non può liberarsi del destino finisce in strada?

Sono più gli interrogativi che le risposte, come al solito. Ma mi premeva rilevare questa cosa: una parte degli uomini, delle donne, che vivono “a diverso livello” nella società, è più di altri prigioniero della propria vita. E, comunque vada, certe storie, anche grottesche e/o atroci, sono belle:

La mia sfortuna è cominciata nel 1984, quando sono stata picchiata da un ex-carabiniere: Anzi,per dirla proprio tutta, è stato un tentativo di omicidio in piena regola, una cosa che a ripensarci mi vengono ancora adesso gli incubi e sto male per giorni e giorni. Mi ha bastonata con un oggetto pesante e mi ha provocato una lesione permanente alla testa. Tre ore e mezza di sala operatoria ho dovuto fare. Un tentato omicidio per un motivo banale… e la polizia non gli ha fatto niente.

E’ dopo quella storia, dopo il trauma al cervello, che ho preso a bere forte. Anche prima, per la verità, bevevo un po’, ma non ero alcolizzata. E non avevo bisogno di dimenticare.

Quello lì, quell1ex-carabiniere, è uno di Bolzano. E’ l’incubo della mia vita. Mi perseguitava. Nell’ ’89 mi ha bruciato la casa ed è per questo che sono finita in strada, perché mi ero appena divisa dal mio convivente, era lui che pagava l’affitto. Tempo dopo l’incendio del mio appartamento sono riuscita a rintracciare il fratello del criminale e gli ho detto: “Guarda che il tuo bel fratello mi ha fatto questo e questo e questo.” Sa cosa m’ha risposto? “A me se lo ammazzi mi fai solo un piacere. A mia madre la fai rinascere”. Son cose, queste, da cui non ci si riprende più.

Questo biondo qui era uno che aveva conosciuto un certo giro e una certa vita quando faceva il carabiniere e deve aver pensato che gli conveniva di più infilarcisi dentro. Quando ha lasciato la Benemerita si è infatti subito messo a fare il balordo, il piccolo malavitoso. E allora sono cominciati i guai perché ha coinvolto il mio convivente. Quei due insieme facevano un sacco di porcherie: si travestivano da donne e si prostituivano, rapinavano, rubavano portafogli, orologi, quel che capitava. Lo facevano per guadagnare con tutto comodo, perché non avevano voglia di andare a lavorare.

Io lo sapevo fin dall’inizio della nostra storia che lui pendeva un po’ da quella parte lì. Ma non mi sembrava una cosa tanto grave, stavamo bene insieme, la situazione era accettabile. Finché una sera tardi, mentre rientravo, me lo sono trovato sul marciapiede a 500 metri da casa vestito da troia. Madonna, cosa non è successo quella sera! Io non pensavo che il vizietto si fosse spinto fino a quel punto perché in casa non vedevo parrucche, non vedevo vestiti da donna, ma solo degli abiti variopinti, pantaloni alla Celentano, di due colori, che erano di moda. Allora è venuto alla scoperto tutto il movimento e io lì ad assistere.

(…)

Poi piano piano l’ho accettato, l’ho dovuto accettare.

(…)

Pp. 141-142

174. Metaforum & democrazia.

10 Gen

Benché sia abbastanza difficile da credere, il dirigente di un’agenzia di lavoro interinale qui di Torino è anche dirigente in una casa editrice, di medie dimensioni ma assai valorosa, meridionale, l’Avagliano. Motivo per cui chiunque s’immatricoli presso l’agenzia può far richiesta di volumi stampati da questa ottima casa, a titolo assolutamente gratuito. Me ne hanno regalati sette.

Tutto questo non c’entra nulla con quello che mi viene da dire a proposito di uno di questi sette libri, il secondo di cui ho completato la lettura — si tratta di Divora il prossimo tuo, di Enzo Verrengia, 2004, dedicato al cannibale di Rotenburg, Armin Meiwes. E’ uno strano instant-book, infarcito di flaccida erudizione: dal momento che l’assassinio è avvenuto in Germania, l’autore ha voluto diffondersi ampiamente sulla violenza nazista; dato che cannibale e cannibalizzato si sono conosciuti in Rete, non mancano diverse riflessioni sul funzionamento delle comunità virtuali; &c. Informazione che l’autore ha voluto di volta in volta inquadrare entro un proprio disegno, per dir così, ideologico, ignorando allegramente gli scompensi derivati dalle derive rispetto al tema assunto, che così rimane schiacciato piuttosto che valorizzato da tanti excursus. Posto che un tema del genere possa essere lumeggiato a dovere da un uomo che non sia contemporaneamente osservatore spassionato e cannibale a propria volta, una circostanza che di per sé è piuttosto difficile che si verifichi.

Piuttosto, tutta la fetta digressiva sul funzionamento di fora e ciats mi si è presentato in un momento in cui avrei voluto, quasi acutamente, riprendere in mano Troppi paradisi di Walter Siti, non perché c’entri con la Rete, quanto perché è un testo importante, onesto e profondamente inquietante su una società in cui, non essendovi ormai più, almeno in potenza, nulla che non sia democratico o democratizzabile, ad una certa specie di intellettuali e scrittori, magari più della vecchia che della nuova guardia, sembrano venire a mancare completamente gli spazj stessi della comunicazione letteraria, e l’atmosfera vitale in cui lo stesso fare letterario può effettivamente essere.

Ma Siti, appunto, non c’entra: mi riferivo ad esso esclusivamente perché, ripensandovi a distanza di mesi e mesi dalla lettura, mi è parso proprio jeri di coglierne l’intima essenza ideologica. Peraltro in Troppi paradisi Siti ha fatto materia di romanzo la propria attività triennale come coautore del Grande fratello, il reality ottimo massimo, e dunque massimo esempio di utilizzo dei media, o del medium che fino a qualche anno fa poteva essere definito di punta, o il medium antonomastico, declinato a finalità di esercizio cannibalico, propriamente sadiano, di un potere sostanzialmente incontrastato, perché fondato sul consenso delle stolte vittime. Forse queste ultime parole dicono qualcosa sulla coincidenza tematica che mi è parso di cogliere, sia pure con qualche poetica forzatura (della quale sono conscio) tra i due testi, uno dei quali è un romanzo importante, mentre l’altro è un saggio un po’ del piffero, per quanto volenteroso.

Non solo, dunque, la mia attenzione non si è appuntata in modo speciale sul Meiwes, che comunque è, a distanza di quattr’anni, storia antica (in termini d’informazione), e del quale m’interessa solo, eventualmente, come articolo d’inventario, quanto su alcune riflessioni di carattere etico/funzionale circa la rete, e su quanto ha reso possibile; e su quanto le stesse possibilità aperte da essa risultino allarmanti per un certo tipo d’intellettualità; e su quanto debba essere stata determinante, per un numero non facilmente determinabile di persone che hanno scelto la carriera letteraria a vario titolo, la molla del potere e del guadagno.

La quale molla è messa in moto, fatta scattare dal lavoro svolto dal principio di autorevolezza; la quale autorevolezza è apprezzabile, ossia misurabile, solo in un contesto chiuso, in cui sia possibile affermare scale di valore, le quali hanno bisogno di molti ma non infiniti — nemmeno potenzialmente infiniti — valori relativi per poter essere fissate. La Rete, spazio non spazio in cui ogni giorno esordiscono infinità di nuove leve che vi trovano possibilità di espressione che nessun altro contesto garantirebbe, manca proprio della conchiusura, ed è per questo che può essere un luogo in cui il successo può avere un senso, ma non l’autorevolezza, né l’autorità. Un certo tipo di intellettualità è fortemente preoccupata da questa evaporazione dei concetti più crassamente gerarchici, segno che ha sempre identificato il valore della letteratura, o di qualunque cosa sia ad essa, in senso lato, assimilabile o apparentabile, con la sua capacità di conferire qualcosa alla vita delle persone che vi si dedicavano — qualcosa che, di diritto o di rovescio, ha sempre da fare con il principio d’autorità. Fino al punto da trovare, tardivamente ma non ipocritamente, oh! tutt’altro, solidi motivi d’intesa con chiunque, anche alla facciaccia di qualunque valore, non dico umanistico, dico anche solamente umano, con essiloro condivide la necessità di occupare una posizione di superiorità rispetto al materiale (altri uomini) di cui gestiscono. Così si spiegherebbe come mai il più titolato erede di Pasolini nel romanzo metta in bocca alla D’Eusanio, che ero abituato a considerare un prodotto della fogna, parole assai serie; e come mai Busi, che è pure personaggio del romanzo, sia andato a fare lezione ai ragazzi di Maria De Filippi, che, a quanto ne sapessi io, è un sacco di merda. Forse tra l’Academiuta e la Casa del Grande Fratello non c’è poi ‘sto grande abisso.

Il Verrengia cita un pajo di luoghi da testi ideologici che riguardano, nello specifico, la Rete; io cito a mia volta, e mi limito a citare; per esempio, questo passo di Howard Rheingold, Comunità virtuali:

Quella delle bacheche elettroniche è una tecnologia democratica e “democratizzante” per eccellenza […]. Le bacheche elettroniche crescono dal basso, si propagano spontaneamente e sono difficili da sradicare. (p. 62).

Di grazia, perché questo signore vuole sradicare le bacheche elettroniche?

Un altro, Jean-François Lyotard, ne La condizione postmoderna, nota, a proposito dell’informazione in Rete, e questo può essere interessante per chi ha visto, ad es., che cos’è wikipedia:

La ricerca della precisione non si scontra più con un limite dovuto al suo costo, ma alla natura della materia. Non è vero che l’incertezza, vale a dire l’assenza di controllo, diminuisce a mano a mano che aumenta la precisione: aumenta invece anch’essa.

Credo che sia noto sin dai vagiti del pensiero umano, c’entri o non c’entri Koyré. Ma il fatto è che nessuna conoscenza o sapienza è definitiva. In questo sta il bello della conoscenza, ero abituato a ritenere. La cosa importante è il percorso verso la conoscenza, e poi, a giochi fatti, anche il passaggio di consegne, o del più umile testimone. Ma la condivisione non ha veneri per chi difende un privilegio.

Tutto ciò in ordine sparso, buttato giù alla grossa, senza presunzione di organicità e definitività (anche a causa della tirannia del tempo).

171. La legge di Lupo solitario.

27 Dic

Se non avessi letto La donna che parlava coi morti di Bassini, probabilmente non sarei stato invogliato a leggere questa cosa qui, che s’intitola La legge di Lupo solitario ed è di Massimo Lugli, giornalista e conoscitore dei bassifondi di Roma. O della mala-Roma o comunque vogliasi chiamarla. Da una parte, è vero rischiavo comunque di leggerlo perché vi si parla di uno spostato — un mezzo barbone, non esattamente un delinquente, che gira per mense dei disperati e dormitorj, e quindi poteva essere interessante da conoscere per sapere come e che cosa si scriva attualmente di questo tipo di cose. Ma soprattutto è il fatto che è stato pubblicato nella stessa collana (“Vertigo”, Newton) di Bassini, e per un nonsoché nell’impostazione grafica e nel blurbo che mi ha fatto pensare ad una politica editoriale abbastanza individuata — ho pensato a una sorta di filone noir tendente al mainstream ma comunque riconoscibilmente noir o fatto-coi-materiali-del-noir, come mi era capitato di dire anche per Bassini.

Il cui romanzo aveva in esergo una frase di Marco Travaglio, che riguardava però la poetica di Bassini in generale. Lugli, invece, ha in esergo la frase di un’altra firma illustre, quella di Corrado Augias, che rileva: «Nel libro di Massimo Lugli il degrado della capitale diventata metropoli». Frase che ha un senso solo se il libro di Lugli è letto, in sé, come fenomeno e documento di un avvenuto cambiamento; mentre una valutazione più intrinseca deve necessariamente prescindere da qualunque sociologia, spicciola o meno spicciola, perché in sé il romanzo è solo ed esclusivamente un romanzo.

Vi si racconta — e non ci si deve far fuorviare dalla copertina, che del tutto inconsultamente riproduce le fattezze di un giovinetto stile Arancia meccanica, con un rivolo di fumo di sigaretta che gli esce dalla bocca — di un cinquantenne (mi sembra di vederlo, in effetti ne ho conosciuti di cinquantenni non cinquantenni, elastici e cazzuti — la vita di strada, se si comincia presto, mantiene giovani [anche se loro sostenevano che è la droga]), di cui non si saprà mai il vero nome, chiamato Lupo da tutti.

Se si eccettua la cornice, che consiste nell’apparizione di una pantera nera, dall’evidente significato simbolico, che scorrazza liberamente per la campagna romana, e che alla fine salva il protagonista permettendogli di andarsene lontano con molti soldi e una nuova vita tutta da vivere, le vicende di Lupo sono, prese una per una, piuttosto verosimili: è il loro accumulo, in meno di 200 pagine di testo, che denuncia chiaramente che l’intenzione dell’autore non era affatto quella di fare della critica sociale o della fotografia ma semplicemente di scrivere un libro d’avventure.

Con stile spigliato e scorrevole, seguiamo Lupo che è accolto in casa di una donna, ricca e satanista, che il marito farà fuori per convivere coll’amante rumena; Lupo che, ricoverato in ospedale, penetra (guidato da un gatto!) nei sotterranei della morgue, dove ci sono orge necrofile e sono custoditi i favolosi guadagni derivati dalla vendita sottobanco di farmaci; Lupo che va a vivere nella stamberga di un vecchio mangiatore di topi, il quale ha un figlio mentecatto e impotente che ucciderà una vecchia prostituta; Lupo che per racimolare qualche soldo partecipa a combattimenti clandestini, e rimane massacrato; Lupo che salva dall’amore opprimente di un barbone una tossica en travesti (en travesti perché nessun altro se la trombi), permettendole di tornare in seno alla famiglia. Lupo che alla fine smaschera il ricco signore e si fa dare dimolto oro con gioje, da aggiungere al bottino precedentemente accumulato dalla sua capatina nei sotterranei dell’ospedale. Lupo che smette di dibattersi in un mondo di violenze iperboliche e vicende incredibilmente intricate e sordide, appestato dalle scorregge e assordato dai rutti (se avessi con me la copia conterei tutte le volte che qualcuno sgancia una pirita, nel breve giro di 180 pp.: credo siano centinaja). Non un eroe del nostro tempo, non il protagonista di una storia vera e romanzata — non esattamente un uomo, insomma, ma il protagonista di un romanzo. Un romanzo in grandissima parte già scritto, di lettura scorrevole (ma quanti sono quelli che sanno tenere la penna in mano, o ammaccare i tasti della tastiera, ma non hanno poi tantissimo da dire?) e anche piacevole, ma del tutto privo di originalità e di nerbo.

Se, allora, la frase di Augias ha un senso abbastanza preciso, può essere in termini di — diciamo — sociologia della letteratura? Cioè a dire: è questa la letteratura “che va” adesso, o che può andare?

Massimo Lugli, La legge di Lupo solitario, Newton “Vertigo”, sett. 2007. Pp.186.

169. Un consiglio ad azur & rael.

23 Dic

Uscite da quel foro di deficienti.

A parte il fatto che non mi piace che abbiano copincollato da qui la mia “recensione” (?) al romanzo di Bassini senza chiedere uno straccio di permesso — sarebbe quantomeno buona norma, o semplice cortesia, intesa come mancanza-di-rozzezza –, ma questa è cosa da nulla, la questione fondamentale da mettere in chiaro è che lì girano troppi pirla, con cui è inutile pensare di ragionare.

Che ce l’hanno con rael perché tiene botta, e con azure perché odiano l’idea che le capacità scrittorie non si assorbono frequentando fora — l’osmosi telematica non l’hanno ancora inventata.

E’ un branco di malati, malati veri (hoover, boycotto [per quanto ci andiate d’accordo], cla & chi più ne ha ne metta), il cui còmpito è limarvi via un tot di neuroni al giorno. Non hanno altro mezzo per indurvi a spapellarvi intellettualmente se non accerchiandovi, fingendo di fare i simpatici, rubandovi tempo ed energie. Sono vampiri, ascoltatemi. I coglioni sono pe-ri-co-lo-sis-si-mi. Ancòra un mese di quella roba e sarete completamente rimbecillite. Datemi retta. Scappate. Prima che sia troppo tardi.

151. Pascoli e le piccole cose.

20 Nov

Solo perché non riesco a rispondere di là, su lalucedimizar.

Mi limito a riportare le esatte parole di Manganelli, sottolineando quello che mi sembra indiscutibilmente discendere dall’immagine del poeta delle piccole cose nel profilo fatto da Manganelli (approfittandone però per rilevare che per me quella definizione versificazione spesso inconsistente non dà senso, sicché mi piacerebbe che qualcuno me la spiegasse):

“Se vi sono libri che valgono a formare un abito mentale, che suggeriscono ed esemplificano un modo, destinato a restare lungamente autorevole, di considerare la poesia, i “Canti di Castelvecchio” è certamente uno di questi.
E’ difficile negare che molte cose ci rendono estranea quella  sottile e ingenua miscela di dotto, di arcade, di contadino e di professore che fu il Pascoli: la sua versificazione è spesso inconsistente, il linguaggio insieme prezioso e banale, le sue idee morali vaghe e adolescenti. E tuttavia, con quel suo tono gracile,  quel lieve isterismo esclamativo, Pascoli ha introdotto nella nostra letteratura una poesia privata, non soffocata dai miti collettivi, ma affettuosa verso il singolo, il solitario, una poesia che prepara la metamorfosi  delle gloriose sofferenze ottocentesche nelle più impure e ingegnose angosce d’oggi.”

149. Dostoevskij.

10 Nov

Mi riferisco al post presente (http://lalucedimizar.splinder.com/post/14651452#comment), dove, da questa postazione, non posso commentare. Io credo che l’antisemitismo e il filozarismo di Dostoevskij dipendano dal filosemitismo e dall’antizarismo dei suoi contemporanei: dal sogno di un’umanità deterritorializzata, che è impossibile. Per uno scrittore, specie se ambizioso, il territorio è tutto. Lo dice, anche. Non ce l’aveva tanto cogli Ebrei quanto con i motivi per cui le informi “sinistre” di allora difendevano gli Ebrei stessi.

Comunque, per quanto in cacca, la Russia dei suoi tempi doveva essere un paradiso, rispetto all’Italia di oggi come di jeri e dell’altrojeri. Qui nessuno può permettersi di dire: coltivo sogni letterarj troppo vasti, ed essendo un poeta e non un artista finirò collo sciupare anche quest’idea. Qui nessuno ha mai osato fare una cosa tanto puerile come sognare. Se solo si azzarda lo sfondano.