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406. La fame.

27 Ott

La domenica sera soprattutto, non essendoci alternative, mi reco spesso ai già citati servizî vincenziani, di v. Nizza 24, specialmente quando ho talmente fame da temere seriamente di cominciare ad autodigerirmi furiosamente. Questo anche perché quello che passano lì non è molto buono: di tanto in tanto, anzi, credo su segnalazione di qualche utente, subiscono qualche ispezione, e certi giornali locali riportano, a cadenze di qualche mese, la notizia che nei panini sono state trovate quelle che chiamano “tracce di muffa”. Io non ho nulla in contrario ai miceti, non più di quanto sia ostile ai batterj in sé, o alle polveri sottili: ma so che qualche volta possono far male. Se, aprendo il sacchetto – bianco, dove sono schiacciati dentro i due panini, insieme con due tovagliuoli, normalmente unti del contenuto dei panini stessi –, sento che se ne sprigionano gas tossici, uscendo dal portone deposito il sacchetto direttamente nel cassonetto dell’immondizia, tanto so che per una sera non morirò.

Questo articolo, apparso sulla Stampa di non molto tempo fa, riporta il grido di dolore di questa piccola suora sarda, che si chiama Teresa Bella, che è la responsabile dei servizî che distribuiscono i suddetti panini. Come si vede, lamenta il fatto che il fisco fa pervenire in ritardo il 5 per mille destinato alla chiesa cattolica; vedi qui. Risultato, nello specifico & particulare, Teresa Bella ha meno soldi a disposizione, come tanti altri abituati a raccogliere i soldi della comunità attraverso il fisco, oltre ai donatìvi spontanei. Ma sta di fatto che Teresa Bella non è affatto una dipendente della chiesa, per quanto riguarda il suo lavoro, che consiste appunto nel somministrare colazioni e sacchetti-cena, e nel distribuire vestiti, ma del comune di Torino. I servizî socioassistenziali non sono affidati alla chiesa, che non può farsene carico istituzionalmente: la chiesa ha, ovviamente, le strutture e il personale adatti per svolgere certe mansioni, e gli enti locali pagano lo stipendio a tutti quelli che esse mansioni svolgono. Suor Tirolesa sostiene che i soldini del Comune arrivano in ritardo: e va bene. Capirai che cosa me ne frega a me, sono 28 anni che è lì e l’unica cosa sicura è che non è mai morta di fame. Ma è assai sospetto definirli “i pochi soldi” che il Comune “passa”: non è una mancia, è il necessario a far sì che la struttura, come le altre affini, continui a funzionare.

È sicuramente vero che a questa signora sono venute a mancare risorse, essendo venute a mancare ovunque. Chi vuole accedere al servizio deve esibire un documento d’identità, ed essere registrato; è un servizio ufficiale, che si regge su un’anagrafe interna, come tutti quelli che operano per conto del Comune, e che fornisce al Comune i dati necessarj a sapere quante persone accedono e su quali risorse debbano contare i suddetti operatori per fornire il detto servizio. Capisco che si lamenti che il Comune dà poco – dànno sempre poco per i servizî socioassistenziali, a quello che si sente; ma la sua lamentela riguarda soprattutto il 5 per mille.

Dice poi delle prenotazioni per i vestiti, che sono talmente pochi da non permetterle di dare a tutti al momento in cui fanno richiesta. Prima ci si presentava, ci si metteva in fila, si entrava quando era il proprio momento e si prendeva quello che ti davano. Adesso no: pare ci si debba prenotare – sono anni che non passo a prendere vestiti lì, mi baso sulla notizia del giornale. Io, veramente, ho visto un’altra cosa.

Per quanto riguarda i vestiti, molto, ovviamente, dipende dai donatìvi delle persone che vengono appositamente a lasciare sacchi di vestiario presso una portineria accanto alla mensa. La gente dona poco, s’infervora quest’orfana del 5 per mille.

 

Ma, appunto, io ho visto un’altra cosa, che sul giornale non c’è: sono infatti alcuni mesi che sull’ingresso di detta portineria c’è un cartello che informa con dispiacere che al momento (sic) non si ritirano vestiti. Vale a dire che non si accettano, “per il momento” – un momento può avere una durata assolutamente elastica -, donatìvi in vestiti. Girano voci implausibili sulle favolose ricchezze contenute nei magazzini di via Nizza; attenuando un po’, basterebbe ragionevolmente, e benevolmente, arguire che questa signora ne sia talmente piena da non poterne raccogliere altri. Ma come si spiega, allora, che lamenta di aver dovuto imporre la prenotazione per chi si presenta a chiedere vestiti? A parte il fatto che ho saputo che anche la distribuzione di vestiti, che già tempo fa si lamentava piuttosto insoddisfacente, è stata ripetutamente sospesa, ultimamente, a causa del fatto che molti straccioni prendevano i vestiti più belli per portarli a vendere al Balôn. Non ho ancóra capìto per quale motivo non potessero, o non dovessero, farlo – Teresa Bella preferisce che spaccîno, o rubino? – ma tant’è.

Questo di sospendere a tutti il servizio a causa del comportamento furbetto o troppo esuberante di alcuni è un vizio di questa signora, o di chi la rappresenta. Già la settimana passata, arrivato poco prima delle 19.00, sono stato servito dallo spioncino del portone (che fa tanto Dickens), ciò che poteva essere solo dovuto a disordini dentro l’androne; già in altre circostanze ho visto succedere la stessa cosa. La sera dopo alla stess’ora, infatti, un cartello sul portone informava che i panini non sarebbero stati distribuiti a causa del “comportamento scorretto” di alcuni. Lì dipende, chiaramente, da quanto hai fame: la questione di principio non conta affatto, per me; nella fattispecie io avevo poca fretta, al momento, e m’ero fatto un giro – di là dal fatto che è un periodo in cui comunque, sarà il fresco, mi ritrovo a inghiottire a tutte le occasioni praticamente qualunque tipo di commestibile, o equipollente, senza troppo sottilizzare, purché faccia massa nello stomaco.

Insomma, domenica sera, per esempio, avevo fame. E alla solita ora, verso le 19.00, ero davanti al portone, ermeticamente chiuso, dei servizî vincenziani di v. Nizza, come un imbecillino, sola & unica presenza nell’area antistante; laddove normalmente c’è una piccola folla. Se c’era stato un avviso, non si vedeva più – è supponibile che qualcuno l’abbia strappato, fatto a pezzi e gettato via.

È poi passato un vecchietto, evidentemente antica conoscenza di Teresa Bella, che mi ha detto, richiesto, che quella sera nulla era stato distribuito; a causa del comportamento scorretto di qualcuno – lui ha usato un verbo, che piace qui in Piemonte, “bisticciare”; credo in quasi tutte le regioni d’Italia per “bisticciare” s’intenda il cinguettio di una coppia di passeri che si contendono un fuscello, o la lite di due bambini per una pallina; qui, anche quando si sgozzano, si piantano una scure tra le scapole e s’impiccano nelle reciproche budella, si dice che “hanno bisticciato”.

Understatement o manliness o semantizzazione regionale che sia, benché al servizio accedano molti che non sono certo piemontesi, e nemmeno italiani, e neanche europei, una spessa gromma di tolleranza cola su tutti quelli che si trattengono in queste lande per qualche tempo. Nessuno, che io sappia, si lamenterà per essere stato trattato come un bambino deficiente, e strumentalizzato per una lite che – a me sembra evidente – dovrebbe essere stata scatenata dalla ribalderia villana degli stessi operatori di quel posto del piffero: infatti le liti furibonde che scoppiano lì dentro a cadenze regolari non avvengono in nessun altro posto. Io stesso, pur senza averci mai litigato – anzi, pur senza averlo in precedenza mai conosciuto –, sono stato regolarmente trattato in modo gratuitamente cafonesco & plebeo da un notorio finocchio cogli occhiali dalla montatura spessa, finché una bella sera gli ho dovuto necessariamente spiaccicare i panini sugli occhiali; e devo dire che si è calmato solo relativamente. Ora, per fortuna, non c’è più.

Scommetto che se avessi chiesto a qualcuno dei frequentatori abituali, eccettuati i diretti coinvolti, che cosa ne pensano, mi avrebbero detto con aria virtuosa che “suor Teresa ha fatto bene”, ché così “impariamo” (!) – salvo farsi passare sottocappotto il sacchetto della cena dalla vecchia ciula dall’altra entrata, ovviamente, essendosela lavorata in anni e anni di solerti strategie lecca- e paracule.

 

Per una cena negata il Cristo fu tradìto. Questi cristiani non hanno imparato proprio una mazza, dalla (loro) storia. O hanno capìto tutto?

E codesta Teresa Bella? Cinque per mille a parte, lo stipendio del comune continua a prenderlo?



356. Porca paletta.

30 Set

Non che dia la testa al muro, intendiamoci: non me ne frega niente, ma sta di fatto che tutti quei miei foglietti, piccoli e pasticciati, finché rimangono così mi dànno noja. La cosa più importante, per me, era farli, ma mi scoccia lo stesso, perché il fatto di poter mettere tutto qua sopra, nel tempo, è diventata una specie di garanzia – tralasciando le cose più importanti & redditizie che dovrei intanto fare con la macchinetta.

Comunque sia, alla peggio mi sarei sentito dire da alcor che inciampa, o da qualche sconosciuto che tutto quello che scrivo, comprese queste cosucce, sono messe lì nel tentativo occulto di convincerlo di qualcosa.

Riprenderò appena sarò in grado di ricollegarmi alla corrente. Tante cose, tutte insieme, unitamente a tutto quello che m’è successo in precedenza – e non sono stati tutti incidenti, e anche questo ha la sua marcia importanza – m’indurrebbero a dirmi, novo Giobbe: Tutte a me, diocane. E invece mi rendo conto che sarebbe inutile, io non quievi, non dissimulavi, e nessun diocane mi ascolta, o sta lì a farsi dare la responsabilità per la mia dabbenaggine. Con tutti i problemi che dànno gli AspireOne, sono riuscito ad averne uno che non càpita praticamente mai – la rottura dell’accumulatore.

Avrei probabilmente fatto meglio a scrivere qualcosa di pianta, o a copiare, per quanto potevo, il già fatto; ma, come captain Gale tra i bloggeurs più disertati della rete, non potevo correre il rischio (che non c’era: ma sarebbe stato un tentativo, ovviamente, di evitarlo; e sarebbe stata hybris, allora sì apriti cielo) di perdere anche questa ennesima riprova.

Come state?

Io mi sono accorto, jeri, di star mangiando poco. Di tanto in tanto mi succede, ho dei cali energetici paurosi. Quello di jeri è stato il peggiore, sbandavo e sudavo freddo (siete almeno un po’ impietositi?). Mentre aspettavo di far orario per andare a mendicare un frusto di pane alla porta di qualche chiesa intestata a san Ciula, o san Porco, mi sono distratto scrivendo quanto segue sul diario (un moleskine nero, assolutamente incongruente con la mia condizione, ma conto molto sul fatto che qui non si vede, ammenoché non ci metta una foto):

Mercoledì, 29 settembre 2009. […] 17.30, […]. Mi sono fatto un giro, sono andato all’IG. Ho controrisposto a quel Galbiati che sostiene le posizioni di quello Halper, peraltro m’è venuta una fame tremenda, devo precipitarmi da soeur Tirolèse, ma comincio a correre solo tra un’oretta, o un attimo di meno. Un buco allo stomaco indicibile, oggi mi sono entusiasmato

[sic!!]

e questo mi brucia energie e cervello. Probabilmente non posso dfare di più, non lo so, che mangiare più abbondantemente, ma come faccio? Quello mi dànno. E’ una situazione drammatica, dovrei garantirmi almeno un euro di pane al giorno, come riempitivo. Se chiudo gli occhj vedo tavole imbandite, scorgo bu-fè, spio carrelli  sovraccarichi di leccòrnie e bendiddii: mi si parano incontro leccarde di gnocchi alla romana, vassoj mi verdure ripiene, e scutelle di pasteasciutte coi broccoli, le amandole, & l’aglietto, che tanto mi piacciono: mi attraggono lo sguardo famelico pani bianchi dalle morbide interiora e dal cròstolo abbrustiato, che mi convolvono di nebbioline candide quando li sparo, ché ne sussulta via la farina. M’incanto ad ammirare piatti di portata gravati da piramidi di polpette dall’interno di bianche patate; fagiolate intense in sughi bruni, e pomidoro succhiosotti a fette contornati di tropee affettate e riccioli d’aglio striturato, con vezzi verdi di basilico, e zucchine trifolate, che vedo chissà perché affogate nella panna, e ravioli in vapore, e rolate di pastasfoglia, cogli spinacj, & l’uvetta. M’occhieggiano per il dipoi le mezzelune fritte e panciutelle con l’interno di marmellate acidule, e ciambelle marmorizzate in cui il cacao si sente appena; le peschenoci dal profumo penetrante, e le albicocche redolenti e pastose, dall’aroma rotondo dalla nota acutissima. Per ora avanzo la mano su’ risi di chicco grasso e glutinoso, dove ogni grano è isolato dai sughi dall’aroma erboso delle verdure stir-fried, in pezzi piccoli, i peperoni versicolori, il pomodoro a tocchetti, un poco rondelline di sedano, le carote in granelli, e, chissà se ci va, l’aneto a tempestare il tutto con le minuscole dita. Poco, come si vede, di dolci, e niente di formaggio, anche se è solo deficienza dell’immaginazione se non pervengo a figurarmi i castelmagni che si destrutturano in granuli nel miele, i gorgonzoli sfatti, e le paste lattee, piene di sale & di sapori, dei formaggj di monte dalla facies compatta, che ingrigisce appena a mano a mano che ci s’accosta con lo sguardo alla crosta. Mentre, se la moira assiste, dovrò tentare di riempirmi un angolo di stomaco con un frusto di pane gommoso come la pancia della monaca, quella bashtarda, e dentrovi due scagliette di pecorino mezzo saponificato, o la fontina al lattice degli ajuti CE, o qualche po’ di grana dalla pasta fastidiosa, dalla consistenza rimponente, dagli armonici corrosìvi, dagli spessori occlusìvi, dagli effetti lesìvi. E poi, se sarò buono, la frittata di carciofi, specie di sughero abbrugiato sparso & infilzato di filacce dure, sterpaglie ingrate, bagnato nella majonese lardosa, gelatinosa, che sa di muffa; o i peperoni in lacerti puzzolenti di fogna, che intridono e fanno cadere a pezzi imbibiti il pane – tipo “carota” – che tenta vanamente di tenerli insieme, e, proditorio, nasconderli quel tanto che basti alla vista; o le zucchine dall’alito pestilenziale, dalla consistenza di smegma caseificato, con note di ammoniaca e afrori di Po in piena, quando i tronchi e le sterpaglie si bloccano sui rinforzi del ponte Vittorio Emanuele, e rimangono a putrefare al sole malato.

Il mantra ha funzionato: di lì a poco, poi, mi hanno dato due panini con la frittata, ma senza majonese, ed era buona, & saporita; e due panini con le melanzane, buone & fresche; e, da dentro uno scatolo, ho pescato tre pezze di pane con le patate, morbidi, che ho mangiato la sera.