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501. Paolo Poli (2).

14 Gen

http://www.youtube.com/watch?v=dnWO8evDHKg

[Aldino mi cali un filino: “Se piove e vaghi per la città”]

Rodolfo di Giammarco: Da un punto di vista personale direi che la sua solitudine, perché è la solitudine l’unico motivo fondante della sua esistenza, può essere per certi versi considerata dall’esterno una fragilità, ma credo che per lui sia stato l’unico modo per vivere.

Paolo Poli: Non vo alle feste, mi tocca baciare Fini, non so… Bello, sì, sì. Può dare felicità a una donna, ma a me no. A me piacciono i mascalzoni, gli assassini, i ladri, gli extracomunitari. Ecco, e quindi…

[L’asino d’oro: “Che martirio, ragazze”].

Natalia Aspesi: Io poi quello che apprezzo, proprio, in lui è il suo isolamento. Facendo un lavoro che ha bisogno di pubblico e di pubblicità, lui riesce a vivere isolato.

Paolo Poli: Avanti, avanti. Dunque, questo è il corridojo che non si può levare perché è una casa vecchia, con le travi ancóra di legno.

E qua c’è la mia cara statua, che ho comprato da questi… eh, antiquarietti che c’eran qui. Cecilia, vedi?, acchiappa la nota colla boccuccia aperta e la mano così… La mano è quella di… anche di Mussolini, “il grande masturbatore del popolo” come diceva – chi lo diceva? Gadda, no? Eh… Dice: Il pòppolo italiano, e faceva una sega al popolo. Ora questo viene tagliato, ma non importa. Ecco, e così….

Guarda com’era bella la mia sorella quando ci aveva il bambino, lei come me, mai sempre avuto poppe, e invece l’è venuto le poppe, e il bambino dentro… allora gli ho fatto fare la foto, perché era proprio bella. Vedi, ci ho Moravìa… Fellini non ho mai lavorato con lui, perché io gli ho detto: Ma tu vai bene con le comparse, di te ci si ricorda la Saraghina; gli attori vanno bene per conto loro. Ma lui era straordinario, con le apparizioni. Quando c’è la nebbia, arriva un vecchio, il nonno… il nonno che scorreggia, questo ci si ricorda di lui.

Vieni, vieni. Ora ti farò scavalcare la porta segreta. E qui ci stava la mia caratterista…

[Jole Silvani]

Quella era la mia caratterista. E fino a quando ce l’ha fatta da sé, a essere indipendente è stata qui con me, e poi è ritornata a Trieste, la sua città di origine, da quell’orribile figlio che sta allattando, che bisognerebbe ucciderli appena nati, capìto?, perché è meglio. Diceva Michelangelo: I miei figlî sono le statue, che stanno ferme e zitte, non dànno noja.

[Babau: “Odio tutti, sono un mammone mancato”]

Lucia Poli: Ora comincia a essere considerato un personaggio di serie A, di primo piano, ma fino a pochi anni fa era considerato un… un comico, quindi già serie B, come se fosse una categoria inferiore. Un comico, uno che fa le sue stranezze, a modo suo… Invece di uno che ha inventato uno stile, no?

Paolo Poli: Non abbiamo autori di teatro, abbiamo comici. E quindi c’è Petrolini, Fellini, Mussolini. Sappiamo fare quello, noi: sappiamo vendere il niente. Ecco. Eh, la bravura del… trasformismo, tutte quelle robe lì, c’è sempre stato… le maschere… noi italiani siamo andati in giro nel mondo a raccontare Arlecchino e Pulcinella, sempre. E Dario Fo giustamente nella Scandinavia l’hanno molto apprezzato per queste sue doti funamboliche, perché da giovane era vivace, alzava una gamba, si rivoltava… [mima].

Rodolfo di Giammarco: Lui avrebbe spopolato sia in Inghilterra sia in Francia, ma lui è stato grandemente fortemente cocciutamente italiano, con il suo fiume di parole, e ha sempre desiderato essere… un – lui lo diceva, che era nato, dice che è nato a maggio, lo stesso mese di Dante Alighieri e di Marilyn Monroe.

Paolo Poli: Questi due puttini sono lo stato e la chiesa, all’epoca del Concordato, 1929: l’anno in cui sono nato io, purtroppo. Non perché sono nato, “purtroppo”, ma perché, purtroppo, c’è stato il concordato. Vedi come son carini?

2. I PRIMI PASSI

Paolo Poli: Eh, della mia mamma, i primi ricordi son le gambe. Perché si sedeva e si levava le scarpe e le calze, la prima cosa. Poverette, facevano tante ore… con sessanta, settanta bambini.

Lucia Poli: La mamma che era… capostipite: grande maestra elementare, montessoriana, e poi rousseauiana, che non ci mandava a scuola da bambini, perché, dice, l’educazione è naturale: i bambini imparano da sé. E nessuno di noi all’inizio è andato a scuola, alle elementari.

[Babau: Pierino porcospino: “Dice la mamma mio buon Corrado”]

Paolo Poli: Mi ricordo a otto anni ho letto un libro pornografico. E la mia mamma mi sorprese e disse: Ma non mi pare un libro per bambini. No, mamma è un libro porcellone, bellissimo, non capisco nulla, ma lo voglio lèggere tutto. Sì, va bene, poi restituiscilo a chi te l’ha prestato. Ma non mi chiese chi era, non voleva sapere… perché sa che dal male viene il bene. Una… la lettura, una roba scritta, immaginare una roba che è vera, è faticoso!

Lucia Poli: Paolo è nato negli anni Trenta, quindi nella Firenze del fascismo.

[Babau: “Appena giunto nell’accampamento”]

Lucia Poli: E mi diceva Paolo che quando appunto disse a suo padre che non era bravo in ginnastica, e veniva preso in giro da quelli più robusti che facevano le esibizioni e le bravure, babbo gli disse: E tu parla in latino, e così li zittisci.

Paolo Poli: Mio padre, un carabiniere semplice, carino. Dice: Paolo, che cos’è questa radice quadrata? Babbo, se lo chiedi a me, non so ancóra le tavoline, figùrati… E mi portò con sé, ammalatosi di tubercolosi, sul Lago di Como, perché all’epoca c’era solo custodimento e svago per guarire. E quindi son stato un anno solo con lui, e mentre la mia famiglia era numerosissima, eravamo sei fratelli, come nelle fiabe di Pollicino…

Lucia Poli: Lui si prendeva cura di me a modo suo, per esempio una volta mi tagliò i capelli. Eh… io seduta piccolina sullo sgabello del bagno, lo specchio del bagno era più alto, io seduta, piccola… e lui era di sopra, e guardando sé stesso mi rifece uguale, cioè coi capelli cortissimi, a sua immagine e somiglianza. Io avevo undici anni, quando mi alzai, a vedermi questi capelli quasi a zero mi misi a piangere, non volevo più andare a scuola… Lui invece sostiene non sono mai stata così carina.

Paolo Poli: A Roma mentre ero ospite in casa di Zeffirelli ho conosciuto Marcel Escoffier che faceva il costumista, aveva fatto tutti i film di Cocteau. Già l’idea che lui m’ha detto che Cocteau diceva di sé stesso: Cocteau è il plurale di cocktail, già mi aprì un orizzonte su queste persone che parlavano con frivolezza, con leggerezza del loro lavoro…

40. Caro diario.

18 Gen

A quel che vedo dell’immortale Perceforest non gliene frega niente a nessuno. Meglio così: mi risparmierò la puntualissima e finissima versione degl’interi sei volumi (che tra l’altro sono solo una parte della stampa moderna del frammento superstite dell’opera). Ma la Rete è misteriosa, riserba sorprese. Per esempio l’artifiziale, che ha al momento (come fa spesso) svacantato il suo blog, mi ha linkato.

Ho passato una notte un po’ diversa delle altre, nel senso che ho avuto compagnia. Sono andato a rifugiarmi nella sala d’aspetto del Maria Vittoria, dove, a seconda del sorvegliante, si può o non si può far finta di dormire su una sedia. In mia compagnia c’erano V., che conosco da non molto tempo, e passa lì le serate in attesa di andare a dormire in macchina (dorme in macchina da un pajo d’anni); quindi un altro, il cui nome non ricordo mai, che era stato espulso da un dormitorio per un mese perché accusato da un’operatrice di aver ciulato un telefonino (e la cosa non si potrebbe fare, cioè teoricamente se l’operatore non vede nulla non può sospendere, ma in pratica fanno quello che vogliono). Poi c’era una donna, abbastanza giovane e piuttosto voluminosa, malata psichiatrica, sistemata da qualche anno in una casa-alloggio con altre donne con simili problemi. Sono in cinque, e per essere lasciate a vivere da sole (sia pure in parte guidate e seguìte), vuol dire che sono tranquille. Chiaramente, nulla esclude che le cose possano peggiorare. Infatti, poverina, era venuta a passare la notte lì dentro — il suo alloggio era a un tiro di schioppo — perché impaurita da una compagna, che ultimamente è agitata. L’agitata, a quanto hanno detto gli educatori, dovrebbe essere ricoverata quanto prima, ma non si decidono mai — se si tratta di Villa Cristina devono aspettare per forza, perché c’è sempre una fila della madonna, sembra una meta molto ambìta dai pazzi. La cosa che sembra incredibile è che anche in queste case-alloggio per malati psichiatrici, esattamente come quelle per gli adulti in difficoltà, gli operatori vengono solo durante la giornata, dalle 9.00 in poi: durante la notte i pazzi sono lasciati a sé stessi. E se qualcuno peggiora, ha un tracollo, comincia a creare disagio — come, poniamo, in questo caso –, o addirittura a costituire pericolo, chi assicura che gli alloggiati siano in grado di far fronte all’emergenza? Che io abbia visto, i malati psichiatrici solitamente sono così fragili. Poi, ovviamente, ci sono di quegli scrittori che sono affascinati dalla vita vera, e scrivono cose molto evocative, che hanno il sapore — appunto della vita vera — perché piene di tutti quei dettagli, visivi auditivi odorologici, che io per pigrizia e praticamente più che totale mancanza d’interesse tendo a rimuovere immediatamente. Insomma, a me della vita vera, in estrema sintesi in ultimaque analisi, non me ne frega niente. Sì, ricordo che la cicciona parlava con questa pronuncia pesantissimamente pedemontana, che mi fa così ridere, dicono è vuéro, suòno stuàto a cuàsacogliòane. Ma non è che mi metto a descriverla. Come volete che fosse fatto, pognamo, V. che dorme in macchina, l’espulso di cui non ricordo mai il nome, la grassona — l’epilettico, il subnormale, l’altra matta a cui sono andato a prendere le sigherette, e altri? Questo tipo di descrittivismo si chiama bozzettismo, un tempo era persino una parolaccia. Per esempio, per tutto il periodo in cui Gadda era considerato importante, ma non il faro che sembra adesso, era tacciato anche lui di bozzettismo. Quando il bozzettismo medesimo ha smesso di essere una parolaccia ed è scomparso, come etichetta critica o para-critica, Gadda è parso autore terribile, incircoscrivibile, sesquipedale, tutt’oro macinato e perle strutte. In Rete, in ispecie nei blog, il bozzettismo va molto. E’ anche una questione logica: il blog deve essere aggiornato spesso, e si ha un tempo limitato per escogitare ogni pezzo. Anche perché si campa di tutt’altro, la scrittura del blog è tutto grasso, o sugna, che cola. Ma non critico questa facilità, anzi, utinam io l’avessi tale. Dev’essere bellissimo, credo, trovare sempre fonti d’ispirazione. La vita è la cornucopia del bozzettista. Io, purtroppo, non ci sono buono.

Ma ultimamente non sento più nemmeno quella pallida volontà di farmi registratore sia pure di quelle poche cose di cui posso essere involontario testimone. Anche quando non lo penso, mi gira in testa sempre lo stesso pensiero: il prossimo 14 di marzo, ossia tra 55 giorni, mi aspetta un ulteriore compleanno, nella fattispecie il trentesimoterzo (è già più che qualcuno, e comincio a sentirmi un po’ nauseato). Che riesca o non riesca a mettermi in sesto & sistemarmi, comincio a sentire la necessità di dedicarmi con un minimo di profondità a qualcosa. Mi spiego meglio: mi corre l’obbligo (altro che sentire la necessità) di trovare un campo d’azione abbastanza delimitato. La mia vita è un sistema troppo aperto. Non è vero che non consumi energie, per esempio. Ma il fatto è che si perdono tutte nell’infinito. Ma ho posto in scorrettissimi termini la questione: parlare di limiti può dare un’impressione distorta di quello che intendo (ma questa è una pagina di Diario, dunque non è affatto necessario che io mi spieghi. Che minchia volete?).