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371. Capriccio XIII.

15 Ott

APPVNTAMENTO.
Odio gl’incontri al bujo, scorticata
Novità d’Interdèt, tra i molti mali
Passati dagli annuncî dei giornali
Anche alla gente solida, & bennata;
Se prima, infatti, solo era serbata
A genti impresentabili e banali,
Quest’usanza ora passa i penetrali
Più scrimitosi, & pure a me è passata.
Ciò m’indispone; e mi fa male al cuore
Aspettar non so chi, né come fatto,
E averne un sottilissimo timore;
Sicché, mentre vien l’ora, questo patto
Propongo a me: mai più, manco se muore,
Dirò di sì ad un mio virtual contatto.

370. Capriccio XII.

15 Ott

VNA BIBLIOTECA È VN CIMITERO.
Qui chiuso è un mondo, e, come al mondo, è giusto
Che morti siano i più, e vivi i meno;
Ma questo mondo è tacito e sereno,
Polveroso, istruito, & di buon gusto.
Ma dà anch’esso, alla lunga, il suo disgusto,
Tanto di belle cose morte è pieno;
In fondo, oltre alla morte, accoglie in seno
D’umanità soltanto qualche frusto.
Denegata alla vita dolorosa,
Piena d’afrori, caos, nebbia, mistero,
Spettrale umanità in codest’ombrosa
Stanza s’occulta, e per enigmi il vero
Spia, pallida, gialluta, & rantacosa:
Già in vita morta, tanto è un cimitero.

369. Capriccio XI.

15 Ott

PIANTO.
Quanta tristezza è coessenziale
Alla mia vita; lacrimo all’interno,
E la pioggia che cade e il mondo esterno
Inumidisce è specchio mio fatale.
Riflette la mia tetra esistenziale
Condizione l’appropinquante inverno:
Non solo ha fiamme il desolato inferno,
Non solo l’ira dentro me prevale.
Il mio destino è tale che non riesco
In altro che nel pianto, ed il mio pianto
Di tragedia non è: scorre grottesco.
Finché, inzuppato il suo lacero manto
Per piogge, e pianto che alla pioggia mesco,
La vita affoghi, e cessi il mesto canto.

368. Capriccio X.

15 Ott

SV VNA POZZA D’ACQVA TROVATA DAVANTI ALL’ARMADIETTO, IN PROSSIMITÀ DEL LETTO, IN GIORNI DI PIOGGIA.
Mentre gli altri tre dormono, all’incerto
Lume che vien da fuori, accanto al letto,
Pozza, isolata, innanzi all’armadietto
Trovo; & che senso ess’abbia io non avverto.
Pare versata apposta: ché di certo
Non vien dalla finestra; per dispetto
Pensavi di affrettarmi il cataletto,
Col farmi scivolare, oh ignoto? Offerto
Oppure m’hai nei pressi del guanciale
L’umido pegno dei tuoi muti pianti
Che ti trasse per me amoroso male?
O mi vuoi rammentar che doloranti
Siamo qui tutti? O che noi in modo uguale
Domani bagneran piogge scroscianti?

367. Capriccio IX.

15 Ott

PENSIERI FVNESTI.
Non posso stare solo. Un mio furore
Segreto e sordo mi disavvantaggia:
Più tendo l’arco, e più i nervi mi saggia
Col dardo avvelenato, e dà dolore.
Il cielo mi si mostra d’un colore:
Sempre ho davanti a me l’ultima spiaggia;
Non mi decido mai, però (mannaggia),
Ad approdarvi, tant’ho me in orrore.
Non può sapere cosa passi in testa
Al latente tra l’erba tacit’angue,
Striscia d’odio e veleno atra e funesta,
Chi pena non provò che mai non langue,
Chi rabbia non provò che mai non resta,
Chi a lungo non provò sete di sangue.

366. Capriccio VIII.

15 Ott

SVDOKV.
Mentre tento forzare i miei neuroni,
Santi lorenzi ormai cotti alla griglia,
Oh la stizza mariuola che mi piglia,
Oh che di spettri amplissime legioni:
M’ingombrano le circonvoluzioni,
Labirinto di cerebral poltiglia,
E ogni spettro sembianze dieci piglia,
E i minuti concessi mi fa eoni.
Mi dico con ragione che di certo
Se l’intelletto sano è imperturbato,
Quale il genio provò mai disconcerto?
Colpa ne ha il mondo, porco, empio, & dannato,
Le cui piaghe entro me riaprirsi avverto
Quando ho il pensiero in alcunché occupato.

365. Capriccio VII.

14 Ott

TOSSICO RICCIVTO. INFERIVA, DAL FATTO CHE TVTTI I TOSSICI HANNO FOLTE CHIOME, OVVERO DAL FATTO CHE NESSVN TOSSICO A LVI NOTO FOSSE, COME LVI, PELATO COME VN GINOCCHIO, CHE LA DROGA AVESSE VIRTV’ DI PRESERVARE I CAPELLI.
Grazie ai veleni che una sconcia azione
Ogni giorno commessa contro te
T’inietta, sfoggj, e non lo so com’è,
Di riccj un casco da competizione.
A me alterato ha la circolazione
Altro veleno, che ha virtù in sé
Di fare spazio ai lauri; e posto che
Giungano, intanto è la desolazione.
Tu alla vicina morte con le chiome
Scure e lussureggianti corri e vai;
Della vecchiaja le precoci some
Sul gobbo, io spero non morire mai;
Per la mia eternità solo di nome,
Però, se mi dài vita, non morrai.