671. Urrà!

3 Dec

Esce, dopo che avevo perso ogni speranza o quasi, l’intervista + recensione a Tutti i poveri devono morire di Giovanni Di Jacovo per la “Sesia“. Grazie infinite a Remo Bassini che ha trovato, in un periodo in cui tutti gli spazj sono riempiti da altro, un buco anche per questa cosa. [A Massimiliano Santarossa: coraggio! teniamo duro!!].

Il romanzo che nasce dal fango

670. Augurj a Rossana Vecchio.

26 Nov

Riempitìvi l’acrostico richiede
Ove men di quattordici ha le lettere:
Sicché un AUGURJ o A TE v’ho da frammettere
Secondo quel che al caso meglio siede.
Altro con te, oh ROSSANA, farsi crede:
Non glifo difettando, ecco il deflettere
A me da questa norm’uop’è permettere:
Verso  render per grafo! e ciò si vede.
Ecco svelato il senso del sonetto
Ch’hai qui, in virtù non di mio inane affanno,
Certo, ma non perciò meno perfetto:
Hai toccato via via ogni compleanno
In modo ch’esso fosse a te confetto;
Ora, e per questi, e altri settantun anno!

669. Diario.

26 Nov

Negli ultimi giorni mi sono dedicato ad un esercizio nojoso, e fors’anche abbastanza inutile, ossia alla trascrizione delle pagine del diario, che nonostante la sparizione con tutto lo zaino delle vecchie carte è nel tempo diventato voluminoso, fin troppo. Credo che per me, non per altri, abbia importanza ripercorrere quegli stracciafoglj, assai spesso spiegazzati consunti macchiati, talvolta stracciati e semicancellati da piogge e rovesciamento di liquidi: quello che rende insieme così tedioso e così istruttivo il mio diario, compilato quotidianamente nelle intenzioni, seppure con qualche sporadico buchetto qua e là, è proprio la sua ossessività. Quasi tutte le frasi cominciano con la negativa non, le restanti con un devo, o si dovrebbe, o bisognerebbe / bisogna, tutti verbi velleitarj, gli unici probabilmente che mi siano rimasti. So che per copiare bene un testo non se ne deve seguire il contenuto: bisogna innestare l’automatico e andare avanti, meglio ancòra se pensando ad altro: in quel caso si fanno meno errori, per lunghi tratti nemmeno uno, e ci si sbriga prima. Purtroppo a tratti la grafia è talmente convulsa, le righe sono così vicine che ho problemi a decifrarmi: non essendo fatto, il mio diario, per essere riletto, ma assomigliando ad una specie di tomba in cui la giornata precedente finisce gettata. La cosa più nojosa è la ripetitività, mortale, che m’impedisce di proseguire nello squallido esercizio per più di tante ore al giorno; la cosa più istruttiva è questa scrittura, appunto, tutta autoriferita, volta ormai ritualmente, quindi inanemente, a rianimare un’attività che fatalmente rallenta, fatta com’è di gesti sempre più incerti e meno motivati – innanzitutto a causa delle sparizioni, e dell’impossibilità della segretezza, che sola consente l’incubazione. E sono rimasto, io per primo, veramente colpito da questa scrittura che del mio osceno rapporto col mondo non registra altro che sporadiche emergenze, quelle particolarmente oltraggiose o di cui per varj aspetti è impossibile non rendere conto; mi colpisce perché sono tentato, a tratti, di considerare il diario come una specie di testimone postumo [di là dal fatto che non sarebbe mai conservato, da nessuno] della mia immonda storia, fissando nomi, dinamiche, cause e moventi: e invece nulla. In certi casi ricordo perfettamente non solo quali eventi hanno davvero caratterizzato la tal giornata, e non solo: ricordo alla perfezione non solo l’evento, ma anche il fatto che esso evento mi sovveniva a mano a mano che scrivevo tutt’altro, solo che poi, quando, dopo un giro rabbioso di frasi generiche, ero sul punto di trascrivere l’accaduto, qualcuno mi metteva la mano sulla testa, e mi forzava a proseguire con altro. Questo diario, che a ben vedere non è nemmeno un diario, perché della mia “storia” non contiene praticamente nulla, e con quel poco che contiene sarebbe insufficiente a definirmi, è stranamente del tutto autoriferito. In esso mi rivolgo a me, e parlo di me; non me come sono, ma me come dovrei essere; con uno sguardo, talora inconditamente, tragicamente fiducioso, ad un futuro che non c’è mai stato. E’ strano, in effetti, perché sono serenamente consapevole di come la vita sia fatta di azione-e-reazione; non rifiuto questo principio e non mi sento superiore ai miei presunti simili: mi limito, perlopiù, a non capirli e a disinteressarmene. Ma so che non ci si sottrae, e nemmeno si dovrebbe, e nemmeno sarebbe desiderabile, all’interazione, allo scambio, al circolo vizioso. So che l’azione altrui, specie nelle mie condizioni, sempre state sfavorevoli, e di debolezza estrema, può essere ed è quasi sempre un’interferenza grave, pesante nelle conseguenze; so che appeso a un filo non è solo il pochissimo che riesco a fare, ma anche tutto quanto sono. Eppure basandomi su queste pagine, di plumbeo colore uniforme, di lettura insopportabile, in cui peraltro molto spesso mi faccio molto peggio di quello che sono, per gestirmi meglio, non potrei lanciare nessun’accusa. Anche il diario contribuisce per conto suo al fraintendimento – la mia condizione esistenziale, insopportata e indesiderata, alla costruzione della quale forse non ho partecipato in alcun modo, ma della quale sono adesso corresponsabile, da tanto tempo. Questo, mi dico, non assolve nessuno in ogni caso – non cambiano nulla né l’assoluzione né il perdòno, beninteso. Ma, nonostante i chili di carta bruttata che ancòra mi porto dietro, anche nel mio caso la cosa certo più importante, e forse più urgente da sapere, la saprà la terra. E non sono del tutto sicuro di volere, o aver veramente mai voluto, qualcosa di diverso.

668. Ho fame.

13 Nov

Stasera, al termine della presentazione di Remo Bassini, ho parlato alcuni minuti con Mario Bianco.

E poi ho vomitato, due volte.

:-(

667. Così parlò un imbecille (di nuovo sul “Cimitero di Praga”).

12 Nov



Torno su Il cimitero di Praga, l’appena uscito sesto romanzo di Eco. Volevo, in quest’occasione, e anche nei giorni seguenti, concentrarmi sulle critiche che si rinvengono in rete; a partire da questa, sul sito di Giorgio Dell’Arti, che riporta l’articolo di tal Roberto De Mattei per il giornale destrorso e clericale “Il foglio”, direttore Giuliano Ferrara. Prevengo: è vero che il mazzetto delle critiche all’ultimo libro – specie se è un romanzo – di Eco si presta ad un taglio del tipo “fiera dell’imbecillità”, ma non è mia intenzione fare incetta di freaks critici: ma semmai di fare il punto sulle varie posizioni espresse. Noto, in anticipo, una segnalata estraneità di fondo delle tematiche e delle problematiche rappresentate dai recensori rispetto a quelle proposte e sollevate da Eco; e questo non è affatto un buon segno. Dell’articolo sullinkato l’incipit è abbastanza dimostrativo, e perciostesso molto fastidioso:

“Il Cimitero di Praga” di Umberto Eco è un irridente manifesto intellettuale antitetico al messaggio di verità che Benedetto XVI propone agli uomini del nostro tempo. Non a torto L’Osservatore Romano”, per la penna di Lucetta Scaraffia, ne ha colto pericoli e ambiguità (“Il voyeur del male”, 30 ottobre 2010). Continua a leggere

666. Eco, “Il cimitero di Praga” (2010).

11 Nov

Umberto Eco (1932), Il cimitero di Praga, Bompiani, Milano ott. 2010. Pp. 523 + ìndice.

E’ il sesto romanzo di Eco, dopo Il nome della rosa (1980), Il pendolo di Foucault (1988), L’isola del giorno prima (1994), Baudolino (2000) e La misteriosa fiamma della regina Loana (2004). Da notare, innanzitutto, la leggera accelerazione che c’è stata nella produttività di romanzi da parte di Eco all’altezza di Baudolino / La misteriosa fiamma: solo 4 anni intercorrono tra l’uno e l’altro, 6 invece in tutti gli altri casi. Eco non è un romanziere corrivo: i suoi romanzi sono i più costruiti e meditati che si trovino nelle nostre lettere, da qualche tempo – in ogni tempo, nel suo genere (quello della “letteratura ingegneristica” secondo la definizione del Petronio, che dovrebbe corrispondere alla “littérature industrielle” di Sainte Beuve a suo tempo). Impossibile percorrere la parabola storico-critica di Eco, c’è troppa roba, e in fondo nessuno sarebbe interessato. C’è da dire che la scrittura romanzesca di Eco, questo sì, è estremamente lavorata, basata su bibliografie imponenti e un lungo rimuginio erudito. La ricerca di Eco, però, non va assolutamente in direzione della prosa – noi abbiamo avuto, è tradizione il dire, specialmente prosatori, narratori molto pochi. Eco, invece, il più ‘anglosassone’ dei nostri scrittori importanti, fa romanzi fatti di cose. A tutti, anche agli italiani, piacciono i romanzi fatti di cose: i romanzi devono contenere fatti e oggetti nominati chiaramente e fatti muovere con giudizio; ma il fatto che i lettori italiani abbiano gusti molto simili a quelli di tutti gli altri lettori di tutti gli altri popoli del mondo non implica affatto che gli scrittori italiani siano in grado di fornire qualcosa del genere. Risultato: gl’italiani, da almeno centocinquant’anni, leggono soprattutto traduzioni di opere straniere, e gli scrittori italiani scrivono, o scrivevano fino a poco tempo fa, grosso modo solo per sé stessi e tutt’al più la spettante fetta di ‘addetti’ (aspiranti scrittori, cioè, e professoresse delle medie), che sono i soli in grado di apprezzare il genere. C’è stata, veramente, una certa inversione di tendenza; nel senso che, effettivamente, da una ventina d’anni a questa parte si è alla perfine diffusa una certa consapevolezza professionale anche tra gli scrittori, che hanno cominciato ad accogliere con minor burbanza l’idea che scrivere per un pubblico non sia nulla di così sconveniente. Fermo restando che scrivere per un pubblico implica il raccontare una storia. Solo che nessuno ha preso spunto dall’esperienza che intanto questo professore aveva accumulato, e di cui andava consegnandoci i risultati a mano a mano che procedeva nel suo indefesso lavoro. C’è stata, quindi, una conversione parziale alla narrativa, che ha fatto uscire il racconto da quella specie di sezione differenziale della scrittura che è la letteratura di basso consumo; ma con quali risultati? Fermo restando che maggiormente rispettati rimangono prodotti a loro modo del tutto tipici come Baricco, Scarpa e qualcun altro, sospesi tra pseudoricerca pseudostilistica e pallido bozzettismo, la narrativa pura mi sembra attestata solamente, da una parte, dal romanzo generazionale e dalla scrittura autobiografista (Brizzi, Culicchia, Gastaldi), e, dall’altra, una specie di perenne ginnasio – storicamente questa tendenza è attestata da Benni, poi sono venuti i cannibali (Nove, Santacroce, Ammaniti). Degli ultimi anni è l’ingresso nella repubblica delle lettere degli sceneggiatori, innanzitutto Moccia, Venezia, &c., con esiti che però tendono al subletterario (e nel caso di Moccia non si limitano a tendere, ché sono persino immorali nella loro bruttura); e tuttavia la loro esperienza pregressa di raccontatori di storie – per il cinema, appunto – è importante. Ancòra in anni vicini un critico americano alla Mostra del cinema di Venezia strabiliava, perché le sceneggiature non reggono – gl’italiani sono incapaci di creare trame ad orologeria – , eppure i film “si fanno lo stesso”. Ciò non toglie che uno sceneggiatore, faute de mieux, abbia qualche scrupolo di coerenza in più rispetto allo scrittore puro, e questo si sente. Continua a leggere

665. Letture.

8 Nov

Il mio non vasto impegno nelle letture hoggidiane tocca già quasi il capolinea; impossibile proseguire per molto tempo. Chiaramente, in un futuro non remoto, riprenderò. Come dissi a qualche perplesso lettore qualche post innanzi, lo scopo delle mie letture non è trovare il capolavoro o l’opera perfetta – cosa impossibile nel mucchio delle pubblicazioni appena uscite, che non hanno ancòra passato il buratto del tempo – , ma fare esercizio di reminiscenza, raccogliere impressioni sulle attuali tendenze, e stabilire qualche coordinata, se possibile. Quest’ultimo umile desiderio probabilmente non avrà possibilità d’esaudimento, dato che è impossibile frequentare troppo intensivamente la contemporaneità. In una condizione che si potrebbe definire di prima battuta, credo, nessuno sa o saprà mai in tempo reale che cosa stia succedendo nelle lettere alla propria altezza cronologica, se non s’affida almeno in parte al giudizio altrui, o se, per disgrazia sua, non perde ogni discernimento e ogni gusto, pur rimanendogli intatta la lena di continuare strenuamente ad inghiottire tutto quanto va producendosi: il ciarpame è troppo, e anche quando – come è il caso di questi tempi – il livello generale, in specie attestato dalla grande editoria, è quantomeno decoroso e la scrittura è, se non preziosa, almeno grammaticalmente accettabile, né sono riscontrabili cose davvero offensive, o totalmente illeggibili, il ciarpame rimane prevalente: poiché esso non consiste, in quanto tale, affatto nella scrittura spallata, o nei solecismi, o nelle brutture estetiche, ma nella mancanza di necessità, e razionale e d’ispirazione. A costo d’apparire intollerabilmente volgare, devo ritrovarmi non solo ad ammettere, ma a dichiarare, ed altamente ove possibile, che l’ispirazione è tutto, nulla il decoro della confezione, nulla l’erudizione, nulla le concezioni quando stanno sui generali e tengono più della critica che dell’invenzione: la critica essendo distacco, l’invenzione essendo immersione nella cosa. Pur senza troppo aspettarmi da nessuno, devo dire di aver passato qualche ora non triste in compagnia di qualcuno che, diversamente dal mio solito, non è poca cenere in qualche loculo dimenticato, ma beve l’aere e si aggira per le strade di questo paese, mangia beve scurreggia e, quando ritiene il buon momento giunto, scrive. Non m’aspettavo nulla – cioè m’aspettavo da una parte meglio, dall’altra peggio, e dato che sono stato deluso sia nell’una sia nell’altra aspettativa in modo tale che delusione e conferma si sono perfettamente equilibrate, è come se non mi fossi aspettato nulla. Non dovevo e non volevo dare consiglj per acquisti, ma, certo, ho incontrato anche scritture che sono interamente valse la pena del tempo speso: e si tratta, in particolare, di due letture su cui aspettative me n’ero formate sì, e che hanno avuto il merito di soverchiarmi, e indurmi a pormi una serie d’interrogatìvi, e a mettere alla prova qualche sapere, qualche reminiscenza, e soprattutto qualche memoria personale: da una parte Autopsia dell’ossessione di Walter Siti, dall’altra Il cimitero di Praga di Umberto Eco, che uscì l’altra settimana, che è tutto fuorché  immacolato da difetti, ma sicuramente da quelli che gli s’imputano sì, e di cui scriverò domani. Tolte queste due collaudate firme, che forse vanamente stanno lì a ricordarci a che cosa riesca a servire la scrittura, quando è ben servita, non riesco ad impedirmi la sottile e non del tutto certa, ma deprimente, sensazione di un sostanziale sciupio di tempo.

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