666. Eco, “Il cimitero di Praga” (2010).

11 nov

Umberto Eco (1932), Il cimitero di Praga, Bompiani, Milano ott. 2010. Pp. 523 + ìndice.

E’ il sesto romanzo di Eco, dopo Il nome della rosa (1980), Il pendolo di Foucault (1988), L’isola del giorno prima (1994), Baudolino (2000) e La misteriosa fiamma della regina Loana (2004). Da notare, innanzitutto, la leggera accelerazione che c’è stata nella produttività di romanzi da parte di Eco all’altezza di Baudolino / La misteriosa fiamma: solo 4 anni intercorrono tra l’uno e l’altro, 6 invece in tutti gli altri casi. Eco non è un romanziere corrivo: i suoi romanzi sono i più costruiti e meditati che si trovino nelle nostre lettere, da qualche tempo – in ogni tempo, nel suo genere (quello della “letteratura ingegneristica” secondo la definizione del Petronio, che dovrebbe corrispondere alla “littérature industrielle” di Sainte Beuve a suo tempo). Impossibile percorrere la parabola storico-critica di Eco, c’è troppa roba, e in fondo nessuno sarebbe interessato. C’è da dire che la scrittura romanzesca di Eco, questo sì, è estremamente lavorata, basata su bibliografie imponenti e un lungo rimuginio erudito. La ricerca di Eco, però, non va assolutamente in direzione della prosa – noi abbiamo avuto, è tradizione il dire, specialmente prosatori, narratori molto pochi. Eco, invece, il più ‘anglosassone’ dei nostri scrittori importanti, fa romanzi fatti di cose. A tutti, anche agli italiani, piacciono i romanzi fatti di cose: i romanzi devono contenere fatti e oggetti nominati chiaramente e fatti muovere con giudizio; ma il fatto che i lettori italiani abbiano gusti molto simili a quelli di tutti gli altri lettori di tutti gli altri popoli del mondo non implica affatto che gli scrittori italiani siano in grado di fornire qualcosa del genere. Risultato: gl’italiani, da almeno centocinquant’anni, leggono soprattutto traduzioni di opere straniere, e gli scrittori italiani scrivono, o scrivevano fino a poco tempo fa, grosso modo solo per sé stessi e tutt’al più la spettante fetta di ‘addetti’ (aspiranti scrittori, cioè, e professoresse delle medie), che sono i soli in grado di apprezzare il genere. C’è stata, veramente, una certa inversione di tendenza; nel senso che, effettivamente, da una ventina d’anni a questa parte si è alla perfine diffusa una certa consapevolezza professionale anche tra gli scrittori, che hanno cominciato ad accogliere con minor burbanza l’idea che scrivere per un pubblico non sia nulla di così sconveniente. Fermo restando che scrivere per un pubblico implica il raccontare una storia. Solo che nessuno ha preso spunto dall’esperienza che intanto questo professore aveva accumulato, e di cui andava consegnandoci i risultati a mano a mano che procedeva nel suo indefesso lavoro. C’è stata, quindi, una conversione parziale alla narrativa, che ha fatto uscire il racconto da quella specie di sezione differenziale della scrittura che è la letteratura di basso consumo; ma con quali risultati? Fermo restando che maggiormente rispettati rimangono prodotti a loro modo del tutto tipici come Baricco, Scarpa e qualcun altro, sospesi tra pseudoricerca pseudostilistica e pallido bozzettismo, la narrativa pura mi sembra attestata solamente, da una parte, dal romanzo generazionale e dalla scrittura autobiografista (Brizzi, Culicchia, Gastaldi), e, dall’altra, una specie di perenne ginnasio – storicamente questa tendenza è attestata da Benni, poi sono venuti i cannibali (Nove, Santacroce, Ammaniti). Degli ultimi anni è l’ingresso nella repubblica delle lettere degli sceneggiatori, innanzitutto Moccia, Venezia, &c., con esiti che però tendono al subletterario (e nel caso di Moccia non si limitano a tendere, ché sono persino immorali nella loro bruttura); e tuttavia la loro esperienza pregressa di raccontatori di storie – per il cinema, appunto – è importante. Ancòra in anni vicini un critico americano alla Mostra del cinema di Venezia strabiliava, perché le sceneggiature non reggono – gl’italiani sono incapaci di creare trame ad orologeria – , eppure i film “si fanno lo stesso”. Ciò non toglie che uno sceneggiatore, faute de mieux, abbia qualche scrupolo di coerenza in più rispetto allo scrittore puro, e questo si sente. Continua a leggere

665. Letture.

8 nov

Il mio non vasto impegno nelle letture hoggidiane tocca già quasi il capolinea; impossibile proseguire per molto tempo. Chiaramente, in un futuro non remoto, riprenderò. Come dissi a qualche perplesso lettore qualche post innanzi, lo scopo delle mie letture non è trovare il capolavoro o l’opera perfetta – cosa impossibile nel mucchio delle pubblicazioni appena uscite, che non hanno ancòra passato il buratto del tempo – , ma fare esercizio di reminiscenza, raccogliere impressioni sulle attuali tendenze, e stabilire qualche coordinata, se possibile. Quest’ultimo umile desiderio probabilmente non avrà possibilità d’esaudimento, dato che è impossibile frequentare troppo intensivamente la contemporaneità. In una condizione che si potrebbe definire di prima battuta, credo, nessuno sa o saprà mai in tempo reale che cosa stia succedendo nelle lettere alla propria altezza cronologica, se non s’affida almeno in parte al giudizio altrui, o se, per disgrazia sua, non perde ogni discernimento e ogni gusto, pur rimanendogli intatta la lena di continuare strenuamente ad inghiottire tutto quanto va producendosi: il ciarpame è troppo, e anche quando – come è il caso di questi tempi – il livello generale, in specie attestato dalla grande editoria, è quantomeno decoroso e la scrittura è, se non preziosa, almeno grammaticalmente accettabile, né sono riscontrabili cose davvero offensive, o totalmente illeggibili, il ciarpame rimane prevalente: poiché esso non consiste, in quanto tale, affatto nella scrittura spallata, o nei solecismi, o nelle brutture estetiche, ma nella mancanza di necessità, e razionale e d’ispirazione. A costo d’apparire intollerabilmente volgare, devo ritrovarmi non solo ad ammettere, ma a dichiarare, ed altamente ove possibile, che l’ispirazione è tutto, nulla il decoro della confezione, nulla l’erudizione, nulla le concezioni quando stanno sui generali e tengono più della critica che dell’invenzione: la critica essendo distacco, l’invenzione essendo immersione nella cosa. Pur senza troppo aspettarmi da nessuno, devo dire di aver passato qualche ora non triste in compagnia di qualcuno che, diversamente dal mio solito, non è poca cenere in qualche loculo dimenticato, ma beve l’aere e si aggira per le strade di questo paese, mangia beve scurreggia e, quando ritiene il buon momento giunto, scrive. Non m’aspettavo nulla – cioè m’aspettavo da una parte meglio, dall’altra peggio, e dato che sono stato deluso sia nell’una sia nell’altra aspettativa in modo tale che delusione e conferma si sono perfettamente equilibrate, è come se non mi fossi aspettato nulla. Non dovevo e non volevo dare consiglj per acquisti, ma, certo, ho incontrato anche scritture che sono interamente valse la pena del tempo speso: e si tratta, in particolare, di due letture su cui aspettative me n’ero formate sì, e che hanno avuto il merito di soverchiarmi, e indurmi a pormi una serie d’interrogatìvi, e a mettere alla prova qualche sapere, qualche reminiscenza, e soprattutto qualche memoria personale: da una parte Autopsia dell’ossessione di Walter Siti, dall’altra Il cimitero di Praga di Umberto Eco, che uscì l’altra settimana, che è tutto fuorché  immacolato da difetti, ma sicuramente da quelli che gli s’imputano sì, e di cui scriverò domani. Tolte queste due collaudate firme, che forse vanamente stanno lì a ricordarci a che cosa riesca a servire la scrittura, quando è ben servita, non riesco ad impedirmi la sottile e non del tutto certa, ma deprimente, sensazione di un sostanziale sciupio di tempo.

664. L’ho baciata che l’era ancor calda.

8 nov

Canto tradizionale.

L’ha baciata che l’era ancor calda, (tris)
La püssava di grappa e di vin. (bis)
Appena giunto al mio paese (tris)
Le campane sentivo suonar.
(Le campane sentiva suonar)
Portantina che porti quel morto, (tris)
Ferma un poco e fammi guardar.
(Fermati un poco e fallo guardar)
Sarà forse la mia morosa? (bis)
L’ho lasciata che l’era malata,
Non ha retto al grande dolor!
(Non ha retto al grande dolor)
Se da viva non l’ho mai baciata, (tris)
Ora ch’è morta la voglio baciar!
(Ora ch’è morta la vuole baciar)
L’ho baciata che l’era ancor calda, (tris)
La püssava di grappa e di vin!
(La püssava di grappa e di vin!)
O vigliacca sei morta ubriaca! (tris)
Ubriaca de grappa e de vin!
(Ubriaca de grappa e de vin!)
Ubriaca de grappa e de vin!

663. Scheda: Ammaniti, “Io e te” (2010).

8 nov

Niccolò Ammaniti (1966), Io e te, Einaudi Stile Libero BIG, Torino ott. 2010. Pp. 116 + avvertenza + ìndice.

L’avvertenza in fondo al volumetto fa pensare ad uno spunto vero:

Olivia Cuni è nata a Milano il 25 settembre 1976 ed è morta nel bar della stazione di Cividale del Friuli il 9 gennaio 2010 per overdose. Aveva trentatre anni.

La storia, esile, è il piccolo romanzo di formazione di un ragazzo di 14 anni, Lorenzo Cuni. Olivia è la sua sorellastra (23 anni). Il tempo dell’azione è a Roma nel 2000: è una lunga analessi, si può dire, incorniciata da un’introduzione e un epilogo fissati a Cividale del Friuli 2010.

Càpita che Lorenzo sia sempre stato timido all’eccesso: da piccolo gli hanno persino diagnosticato un disturbo della personalità (narcisismo): portato a ritenere sé stesso e i genitori del tutto eccezionali, ha difficoltà di relazione con i coetanei. E’ di famiglia ricca; in collegio, in mezzo ad una scolaresca cosmopolita, ha imparato a mimetizzarsi, ma nel contesto ben diverso del liceo classico ricomincia a sentire il peso del giudizio altrui, e soffre per la mancanza di spazj proprj.

Sviluppa una strategia, ispirata al mimetismo batesiano, per passare inosservato: invece di separarsi dal contesto, che è una scelta rivelatasi controproducente perché invece di consentirgli di nascondersi desta l’attenzione di tutti, decide di sparire alla vista assumendo le stesse caratteristiche ‘fenotipiche’ dei compagni. Scarpe da ginnastica, felpa nera, un motorino, svolgono per lui la stessa funzione che per certe specie di innocui insetti, pesci, serpenti ha l’assumere forma e colori di specie predatrici. Finché un giorno, osservando un gruppetto molto affiatato di compagni, ha un’intuizione fondamentale: anche loro sono mimetizzati, anche loro si nascondono. Continua a leggere

662. Gabriel von Wayditch.

4 nov

Gabriel von Wayditch (1888-1969) con il figlio Walter (1925-2005)

 

Sul Guinness dei Primati del 1996 ancòra figurava il nome di Gabriel von Wayditch, o Wayditsch, o Vajdič, nato a Budapest il 28 dicembre 1888 e spentosi a New York il 28 luglio 1969; compositore semisconosciuto ai più, era autore di un melodramma, dal titolo Gli eretici, che rappresentata sarebbe durata 8 ore e mezza. Dato che non esistono, che si sappia, altre opere che durino così tanto – sullo stesso Guinness si dava conto dei Maestri cantori di Wagner, con le sue 5 ore e mezza di durata, come dell’opera, o dramma musicale che dir si voglia, più lungo tra quelli regolarmente in repertorio. Fino al 2000 all’incirca il Guinness dei primati è stato aggiornato tenendo conto sempre delle stesse sezioni, tra cui, regolarmente, una musicale e una letteraria; dopodiché la concezione è cambiata radicalmente, e le sezioni sono state completamente rivoluzionate. I record di tipo letterario, per esempio, si riducono – assai significativamente, dato l’andazzo dei tempi – al numero di copie vendute – che pure erano riportate, ma tra altre cose, anche nelle edizioni precedenti – , mentre altri record (il romanzo più lungo, il poema più lungo…) sono stati cassati per non più ricomparire. Ma mentre i nomi degli altri (inconscj, quasi sempre) recordmen nel senso della lunghezza, del volume, della durata erano in genere reperibili sui lessici, non così era per questo oscuro compositore, di cui nessun dizionario parla. C’è solo un obituary del “New York Times” di cui si dà riferimento sul Biography Index. A cumulative Index to Biographical Material in Books and Magazines. September 1967-August 1970 (vol. 8), The H. Wilson Company, New York 1971, la cui concezione, consistendo nei nudi nomi con date di nascita e di morte, permetteva l’inclusione di tutti i personaggj di cui si fosse parlato anche una sola volta sui giornali statunitensi. Laconicamente, la voce recita: “WAYDITCH, Gabriel, 1889?-1969, composer | Obituary | N Y Times por p39 Jl 30 ’69”. Come si vede, il cognome è monco del “von”, che pure gli spettava in quanto nh, e la data di nascita è data in forma dubitativa (e infatti GvW era nato l’anno precedente); “por” sta per “portrait”, infatti l’articolo recava una fotografia giovanile del compositore; la notizia era stata data due giorni dopo il decesso. Continua a leggere

661. Scheda: Brizzi, “La vita quotidiana in Italia ai tempi del Silvio” (2010).

3 nov

Enrico Brizzi (1974), La vita quotidiana in Italia ai tempi del Silvio, Laterza, Coll. “Contromano”, Bari ott. 2010. ISBN: 9788842094333. Pp. 288.

Séguito di La vita quotidiana a Bologna ai tempi di Vasco (2008), il presente libretto è interessante per più motivi: prima di tutto è scritto da un ex-ragazzo perfettamente normale, attualmente uomo perfettamente normale (glielo dice, nei camerini, anche una donna dello spettacolo, all’epoca fidanzata forse con Stefano Dionisi, che ha un’aria stranamente normale per essere uno scrittore), che ha esordito nel 1994 con Transeuropa con un romanzo del tutto normale, in quanto romanzo generazionale, Jack Frusciante è uscito dal gruppo, ad un’età che però, almeno per l’epoca, quando fiorirono anche i Cannibali – alcuni dei quali molto giovani – non era tanto normale, vale a dire 20 anni non ancòra compiuti. Del milieu rendono conto, oltre ad altri luoghi dell’opera – (v. su wikipedia), 9 romanzi + uno per ragazzi, 1 raccolta di racconti più 3 racconti in voll. collettanei, 2 “guide” (alla via di Gerusalemme e alla Francigena, che EB ha percorso a piedi con Marcello Fini, coautore) – queste due opere grosso modo autobiografiche, definite “cronistorie”: genitori insegnanti, famiglia numerosa zeppa di zii e nonni, solidi principj di sinistra. Ad esaltare per contrasto, si direbbe, la propria normalità, pressoché modulare, scandiscono il presente racconto gl’incontri con i coetanei Juri, scombinato ragazzo tendente al sottoproletario, vittima prima della televisione e poi della Lega, e LucaPietro, di famiglia troppo ricca, vano, un po’ vigliacco, al fondo un disadattato, un debole. Va da sé che un autore così rappresentativo, s’intende al meglio, delle esperienze e delle tendenze di una generazione sia interessante soprattutto quando parla di sé stesso, cioè quando parla appunto della propria generazione ritraendola attraverso sé stesso e le proprie predilezioni ed esperienze. Ho provato, seguendo un consiglio discutibile, a lèggere Razorama, per esempio, e non sono riuscito, io che i libri devo finirli proprio tutti, anche quando vorrei depositarli in qualche cassonetto, a superare la metà. Non che Razorama meritasse il cassonetto, ci mancherebbe: è un prodotto altamente professionale, tutto ambientato in mare a bordo di un’imbarcazione, e la terminologia marinaresca e relativa alle navi vi è, specialmente all’inizio, copiosa e ricca – ciò che rende la narrazione, in alcuni punti, assai istruttiva, posto ci si tenga un lessico di terminologia marinara sottomano durante la lettura – , contribuendo all’evocazione di un mondo privilegiato fatto di superfici lucide e linee perfettamente tirate, décor adattissimo alle imprese di un serialkiller d’alto bordo (appunto). Ma, di là dall’esercizio di stile e dall’evidente calco ellisiano, l’effetto era un poco quello di uno di quei thriller da tarda serata di ItaliaUno, solo che invece di guardare immagini in movimento si dovevano passare gli occhj sulle righe. Sono scherzi che la normalità, spesso e volentieri, ama tirare: senza voler, assolutamente, sostenere che solo la discrasia con l’ambiente permetta di produrre opere di rilievo. Ma il merito di Jack Frusciante, oltre a quello di essere scritto praticamente in presa diretta, essendo il romanzo di un adolescente sull’adolescenza (ecco, per esempio Due di due, che ha svolto grosso modo la stessa funzione per la mezza generazione precedente, De Carlo l’ha pubblicato a 37 anni, ha una bellissima descrizione dell’adolescenza sessantottarda ma riguarda tutto uno percorso di crescita, fino all’età adulta), è stato proprio quello di lèggere il dato generazionale nel dato autobiografico, senza filtri letterarj che a quell’altezza Brizzi non avrebbe avuto nemmeno il tempo di prepararsi. La felicità, se ne ha, del presente La vita quotidiana sta proprio nella sua capacità di evocare, direttamente e senza filtri, un clima culturale, vissuto senz’alcuna remora, dev’essere detto, fino allo sviluppo di una coscienza critica che ha consentito all’autore, e a chi ha avuto un percorso simile al suo, di uscire da certe barene. Continua a leggere

660. In sospeso.

28 ott

Marco Candida, inferocito all’idea di essersi preso un grosso 0 come scrittore {e non era nemmeno vero}, aveva ingaggiato una fumosa discussione qui, dove, da lui invitato, sono intervenuto tre volte. Solo che il mio terzo intervento è rimasto censurato dall’inviperito autore. Pazienza, non ricordo nemmeno che cos’avessi scritto (e comunque si scrive Friedrich Nietzsche, Paul Ricoeur, e Socrate, non avendo scritto nulla, non può essere maestro di nessun contemporaneo).

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.