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27. Sade.

9 Dic

Non avevo mai letto niente di Sade. Un po’ perché il porno non m’interessa — non quello scritto, cioè, se ci sono le figure è diverso. Ma comunque è una questione di preferenze sessuali. Sicché pensavo di leggerlo, magari integralmente e in francese, con taccuino e lapis accanto, per darne una lettura assolutamente rigorosa, quale può darne uno che non lo legge per scopi ad erigendam virgam — e quindi per dimostrare, implicitamente, che Sade effettivamente non è ad erigendam virgam. Approfittando del prezzo veramente ridicolo (2 euri, ma bello è che ho pagato con 5 e il librajo me ne ha dati 8 di resto!), ho fatto una scelta di mezzo carattere: ho preso l’ultimo vol. delle Opere Complete nella vecchia Newton; il quale ultimo volume contiene opere non pornografiche, ossia i “romanzi storici”, novelloni gotici, quali La marchesa di Gange, Adelaide di Brunswick e Isabella di Baviera. Al momento sono in treno di leggere (con tutto il tempo che ho, soprattutto la sera) il secondo che ho detto, cioè Adelaide di Brunswick, che è diviso in due parti, e la cui prima parte è quasi per intero illeggibile, essendo occupata per il 99% dai più astrusi e atticciati dialoghi tra i cartapesteschi personaggii. Poco più avanti assume addirittura del fiabesco, diventa persin bello quando Adelaide e la fida servente, disperse per la Germania in séguito ad un’ingiusta accusa, sono imprigionate in un castello da certi oscuri vendicatori, che dànno loro una corda da intrecciare e della terra da scavare: possono metterci quanto vogliono, liberissime anzi di metterci mesi; ma la corda servirà a impiccarle, e le fosse a seppellirle. Una cosa che mi sembra molto strana è che a un certo punto l’imperatore Federico, lui pure disperso in incognito per la Germania, a un certo punto incontra un falso commerciante, in realtà un potente astrologo, che lo invita a casa propria per un caffè. Nota bene che il romanzo (breve) comincia con le parole: «Verso la metà dell’XI secolo, epoca della vicenda che stiamo per raccontare…» (187).

Invece ho letto per intero la triste storia di Eufrasia ed Alfonso. Da questa storia, che non ha nulla di sessuale, ed è scritta con una parodia di stile acremente moralistico, si riesce tuttavia a capire un po’ della sostanza del sadismo, credo: dalle vicende di Eufrasia, variamente imprigionata, ingannata, accusata, seviziata, massacrata, avvelenata sembra capirsi che il sadismo sia una capacità di forte empatia nei confronti delle sensazioni e dei sentimenti delle vittime, unitamente ad una capacità abbastanza sconcertante e abbastanza no di godere di questi sentimenti e sensazioni. La storia è ambientata intorno alla metà del Gran Secolo, e origina da un volume di cronache sanguinolente. Assomiglia ad una novella del Giraldi Cinzio un po’ gonfiata.

Il vol. è concluso dagli appunti di S. per un romanzo, questo uno dei violentemente pornografici, non so nemmeno se pervenuto, terminato, pubblicato o no (ribadisco, sono vergine di S.), e anche qui c’è un curioso anacronismo, dovuto però alla traduttrice [Luisa Collodi] (non so che termine abbia impiegato S. nello specifico, forse semplicemente bougre, anche se non credo, perché il bougre è individuatamente il sodomita — per questo sarei portato a escludere anche sodomite, appunto): «Il cardinale de Fleury è omosessuale: fotte soltanto in bocca» (479). “Omosessuale” nasce, dopo aver conteso il passo a neologismi come “omosessuato” & sim., nel 1892.

Sade, Opere complete. La marchesa di Gange. Adelaide di Brunswick. Isabella di Baviera. Tradd. di L. Chiavarelli e L. Collodi, Newton&Compton, Roma nov. 1993(2).

25. Fulvio & Cinzia, séguito.

6 Dic

I casi, in questi casi, sono almeno due:

1. sprofondare. Ma non è affatto una cosa facile. Voglio dire, è molto facile (in questi casi, dico) aver voglia di sprofondare, magari le mille miglia sotto il livello del mare, ma — lo si creda o no — è impossibile riuscirci senza strumentazione adatta, quantomeno un derrick.

2. pensare a tutt’altro.

Per il momento potevo solo sapere quello che stava succedendo alla povera Cinzia. La quale non aveva, nonché un derrick, nemmeno un modesto succhiello grazie al quale, con molto tempo, molta tenacia e molta pazienza, trovare riparo dalla vergogna sotto le assi dell’antico impiantito del “Barone di Liveri”. Quindi posso attestare che non scomparve. Arrossì, è vero, e questo, in un teatro di tradizione, può essere tranquillamente preso con un tentativo di mimetizzazione, dato che l’imbottita delle poltroncine di tradizione è immancabilmente rosso-tradizione (sive il vermiglio terminologicamente inteso). Cinzia si fece proprio di quel colore.

Si noti il curioso paradosso: la vergogna, che nel teatro del mondo svela positivamente l’intimo affanno e il fallo oggettivo, in quel mondo alla rovescia che è il teatro può servire da nascondiglio! Che fa pure rima con vermiglio!! Ma perché divago? E soprattutto, perché sparo queste cazzate, che mi fanno sembrare un marinista ritardato, più che attardato?

Torniamo a bomba.

Ho detto: Cinzia dissimulava, con lo svelarlo, il suo rossore. Ma evidentemente questo non poteva bastarle, poveretta. Il fatto non è tanto che avesse fatto una di quelle che i condizionamenti e la rigidissima educazione conducono due personcine ammodo come me, vale a dire Fulvio, e Cinzia a definire emerite figure di cazzo; il ftto sostanziale è che la stava ancora facendo. Poiché il rossore (il rosso e l’aglio vanno d’accordo in certe ricette popolari per la cura dei malanni meno gravi, segno che non si respingono) non poteva risultare una valida alternativa al gagliardo fortore d’aglio, che, anzi, mi pareva aumentare leggermente.

Dunque, non potendo sprofondare, sottraendosi alla vista e ai commenti ribaldi delle due maledette ciane; non potendo eliminare il fetore d’aglio solo a forza d’afflusso di sangue al viso; non potendo altro, insomma, si rifugiò tra i proprii pensieri. La Palatine, convinta che tutte le creature essendo di dio non possono mancare d’avere un’anima immortale, durante le cacce reali, mentre la rossa pallottola di pelo della volpe anelante s’immergeva nel più folto dei boschi, inseguita dalle mute bramose e dai troppi armati, soleva deviare col suo disimpegno in qualche sentiero sequestrato, e dare udienza ai proprii pensieri. Per non pensare alla rossa volpe. Per non pensare alla paonazza vergogna, che oscurava il vermiglio delle sedute e il Fulvio di me, Cinzia non diede udienza, ma aperse le cateratte ai pensieri.

Glielo chiesi poi, avendola vista, direi abbastanza d’un tratto, tranquillata in viso, e assorta, senza tema d’interferenza, su quale parte della Carta della Memoria il caso o la volontà avesse puntato il dito.

Mi disse:

— Sono tornata a jersera, non so per quale motivo proprio lì. Jersera, verso le 21.00 — [tutto questo, si badi bene, me lo disse durante l’intervallo, mentre masticava alternatamente mentine (costosissime) prese al baretto interno del teatro, rubacchiando rametti di menta piperita al buffè e dandosi, quand’era certa che nessuno la guardasse, robuste sfregacciate alle gengive con lo spazzolino portato] — mi trovavo alla fermata del 123 barrato, nel bel mezzo della piazza di S. Petunio. In quella piazza fanno capolinea molte linee, per cui non è infrequente per me, che quanto a conoscenze non sono al disotto della media nazionale, incontrare persone note, che aspettano l’autobus per dirigersi verso la parte della città in cui abitano.

La sera era straordinariamente dolce, benché di questi giorni, di norma (e anche di rigoletto — e trovatore, e jessonda, e sismano nel mongol), faccia un freddo boja, ovvero à pierre fendre, e io guardavo gli ultimi incerti barbagli di luce che il cielo sereno pareva voler rattenere alla facciaccia della stagione assai avanzata. Com’è, come non è, mentre vagheggio il cielo e aspetto l’autobus, sento con l’angolo dell’orecchio un fruscio abbastanza familiare — una figura abbastanza agile, avrei detto, perché solo uno spicchietto della coda dell’occhio bastava a catturarne la presenza –, mentre con mezza narice distratta coglievo un profumo di dopobarba a base di zibetto e ambra grigia pure non del tutto ignoto.

Prima ancora di realizzare, una voce, questa sì pienamente nota, mi bussa all’intero timpano, entrando non senza una delicata baldanza dal portone principale del padiglione auricolare. Riconosco la voce e mi volto:

“Ciao, Gèch!” saluto, sorridendo.

— Gèch? — ho chiesto io. — Che roba sarebbe?

— Tu adesso non ricordi, — ha detto, pensosa, vuotandosi sùbito dopo l’intera confezione delle mentine in gola, — ma con un piccolo ajutino ci riuscirai.

— Sentiamo — ho detto.

— Prima vammi a prendere qualcosa di rinfrescante.

Impallidii, lo so; e comunque mi si mise a sudare molto, molto abbondantemente il labbro superiore.

— In che cosa posso servirti? — ho chiesto, tutto sommato impavidamente, con un tremito quasi impercettibile nella voce.

Con il senso di colpa che le velava quegli occhi color pelliccetta che amo tanto ha chiesto:

— Un bicchierone di menta. Un pacchetto di Pip’s. Del collutorio, se ne trovi.

Sono tornato in cinque minuti con del filo interdentale e una stringa di liquerizia. Pur storcendo il naso, ha arraffato tutto.

— Dove hai trovato il filo interdentale? — mi ha chiesto, accigliata, cominciando a torturarsi gli incisivi superiori.

— Non divaghiamo — ho esortato, ormai curioso di sapere chi fosse Gèch. — Allora? Chi era questo tuo amico?

— Ah, già. Ricordi un pajo d’anni fa (c’eravamo appena conosciuti), mentre passeggiavamo tra i chiostri della Passeggiata rinascimentale?

— Ah, quello schifo. Sì, mi ricordo.

— Ti ricordi quel ragazzo spaventosamente magro, col banchetto davanti, e quei vecchii tarocchi bisunti?

— Massì! Che disse di chiamarsi Gèch, per l’appunto; e io gli chiesi che nome fosse, e lui: “E’ americhèno. Gèch, no?”, e io non capivo! E poi ho capìto che era Jack, e gli ho chiesto se fosse il suo vero nome, ovvero se fosse americhèno. E lui: “Mannò, io sono di Cefalù, ma i ragazzi mi chiamano Gèch, ovvero Jack, perché traduce in perfetto americhèno il mio nome”. “Ah!”, ho detto. “Ti chiami Giacomo”. “No”, ha risposto. “Mi chiamo Giovanni”.

— Vedi che ti ricordi? — ha esultato Cinzia, inviandomi un postiglione gassoso che mi ha fatto quasi la permanente alle sopracciglia. Barcollato che ho appena un po’ sotto il primo urto, mi sono ripreso. E mi è montato il sangue alla testa. Mi sono accigliato, davvero.

— Lo ricordo, quello stronzo… — ho cominciato a ricostruire. — Noi litigammo duro, quel pomeriggio.

— Fulvio, amore… — mi ha supplicato Cinzia, guardandosi timorosa intorno.

— Se ti senti osservata — ho detto, sovrappensiero, pensando a quello stronzo di Jack, — non è certo per il mio “stronzo”. Pensa al tuo alito, piuttosto!

Le sono venute le lacrime agli occhi, ma ha dissimulato.

Io non mi sono reso conto di nulla, e ho continuato a ricostruire mentalmente quel pomeriggio con Gèch.

— Volevo che ti facesse i tarocchi… Predisse che saresti morta nel giro di cinque anni… Io gli dissi: “Non sei solo un analfabeta, sei pure uno jettatore!”… Per farsi perdonare mi lesse gratuitamente la mano… Previde che sarei stato sterile… Credetti che un risolino gli aleggiasse all’angolo della bocca… Ci pestammo, sì…

Guardai Cinzia:

— Vai avanti.

23. Tortura.

2 Dic

Mi dispiace tanto. Non posso continuare a pensare di creare (belli, ‘sti tre infiniti di fila, neh?) se continuo a mangiare così di merda. A parte il fatto che “noi siamo quello che mangiamo”. In primo luogo, ci sono io che sono complicato: praticamente non sopporto più di fare pasti normali per più di due giorni di fila. Intendiamoci, il regime che posso permettermi di definire “normale” consisterebbe nella parodia di regime borghese costituito da 1. 0 (zero) colazione; 2. pranzo fatto di primo scotto e secondo frollo; 3. cena, delle 17 .30 (nota bene) consistente in panini. Se faccio: 1. 0 (=zero) colazione; 2. pranzo fatto di panini; 3. cena (delle 17.30, nota bene) fatta di panini, allora sto ancora bene. Se faccio un pranzo che tenta di essere normale mi viene il mal di testa. (Questo anche evitando cibi notoriamente rischiosi nelle mense come tutte le cose a base di carne [non mangio carne], o — per esempio — le due uova puzzolenti che hanno dato oggi a s.t’Antonio. Per esempio, il pesto di oggi [con patate e fagiolini, che non so neanche che cazzo ci stessero a fare, nel pesto (marciume da smaltire, sicuramente) mi è rimasto piantato nello stomaco; e questo (e vale la pena di dirlo, perché non è banale, eppure è così vero!) mi fa sentire non solo imbarazzato, non solo infelice, ma anche colpevole]).

Se c’è del companatico in abbondanza, allora evito il pane, perché mi si rimpone. Altrimenti posso mangiare solo pane, con scarso o nullo companatico. Ma non posso ingozzarmi di pane, pasta e companatico, magari con accompagnamento di patate e altri amidi. A casa mangiavo la pasta una volta la settimana. Già il secondo giorno di séguito ero preso dalla tentazione di vomitare preventivamente. I miei sentimenti nei confronti della pasta vanno dalla totale indifferenza (quando mi sia propinata in soberrima misura) all’avversione più profonda (quando mi sia rifilata in misura meno sobria). Il riso delle mense è sempre scotto. Sono ferocemente contrario al riso scotto, alle mense e alle cuoche delle mense, che possano tutte quante cadere e friggere eternamente nelle loro bagnarole d’inferno.

Ma non è, appunto, solo questione di regime. E’ più che altro questione di qualità. Dànno troppi scarti, e mangiare diventa una condanna. Benché siano pagati, ovviamente dal Comune, non acquistano quasi nulla, solo, sporadicamente, quell’indispensabile che manca (pasta, riso, forse pane, e che so io?); per il resto distribuiscono quasi esclusivamente l’invenduto dei supermercati e degli alimentari. Quasi sempre è roba che, se non puzza, ha perso quasi totalmente ogni proprietà nutritiva, e si limita a scivolare nello stomaco, colonizzandolo.

Non è vero che la fame ajuti a buttar giù. Non è esatto. La fame costringe a buttar giù. E non è vero che fa sembrare tutto buono, come agli Ugonotti dispersi nelle selve francesi secondo Aubigné [ma teniamo conto che in quel caso erano radici amare, e appena raccolte — un cibo naturale, austero anzichenò, ma tutt’altro che scadente, eppoi freschissimo. Il mio caso fa pensare, più che altro, alla dieta della cittadinanza di Granada durante l’assedio]. A me, per esempio, la fame acuisce i sensi, riaguzza le papille gustative, trasformandomi le ore del pranzo in sessioni di tortura.

(Ma che ci vai a fare? Cambia città! Varrubbà!! Va a scarica’ ‘e cassette al mercato!!! Va’ a venn’i ggiornal’imbiàzz!!!! Vazzappalaterr’!!!!! Sì, sì, un attimo. Finisco qui e vado).

E tutto questo mi colpisce per la sua profonda ingiustizia. Non sono mai tanto devastato dall’odio come quando esco da una mensa.

22. Bad moods (per dir così).

2 Dic

E’ un momento terrificante. Devo averlo già scritto anche in una mail. Non sono taciturno, è che oggi, adesso, mi spaventa scrivere e parlare. Tutte le parole mi sembrano quelle del peggiore dei romanzi di Angela Ravetta (che non c’entra con Gerolamo Rovetta, nemmeno alla lontana) — macinarle, per iscritto o a voce, è per me come inghiottire lentamente del filo spinato. Non so se rendo l’idea.

Dovesse passarmi in giornata (ma rimangono tutti gli altri motivi per sentirmi di merda), torno, e aggiungo alla già ragguardevole filza un’ulteriore cazzata, per la vostra gioja, e anche la mia.

 Cia’.

d.

21. Fulvio e Cinzia. (Incipit).

30 Nov

E’ l’incipit di un racconto che ho cominciato a scrivere jersera davanti al Carignano (dove veramente stanno dando il Tito Andronico [ma non so in che lingua (non ha importanza, in questo caso)]). Non so se andrà avanti.

Questa sera io, che mi chiamo Fulvio, e Cinzia, la mia ragazza, siamo andati a teatro.

Davano un dramma, o tragedia, di William Shakespeare, al titolo Titus Andronicus, che in italiano sarebbe Tito Andronico, come ricordo dalle copertine dei libri, ma dal momento che per un’iniziativa del Comune la recita si dava nell’originale inglese, il titolo del dramma era in latino.

Ci siamo dati appuntamento, io e Cinzia, la mia ragazza, in piazza ***, per le 20.30. Siamo arrivati contemporaneamente alle 20.05, probabilmente perché temevamo entrambi di arrivare in ritardo. Ma questa è solo una mia supposizione, perché non ce lo siamo chiesti. Lei era molto bella, colla nuova montatura degli occhiali (rosa), i capelli castani ravviati all’indietro e un cappotto lungo scuro. Lei mi ha detto che ero molto bello, pure, ma me lo ha detto a voce talmente bassa che potrei sbagliarmi.

Dal momento che mancava ancora un’ora e venticinque all’inizio dello spettacolo, siamo andati da Brunch a prendere qualcosa da mangiare. Davanti alla vetrina, mentre esaminavamo i prezzi, ci siamo chiesti all’unisono:

— Hai molta fame?

Non ci siamo nemmeno risposti, e siamo entrati. Abbiamo preso un caffè lungo, giusta la durata della tragedia nella peggiore delle ipotesi, e una fetta di torta salata a testa. La mia si chiamava “Mediterranea”, e comprendeva pasta di olive nere, spicchii di pomodori ciliegini, basilico e pecorino sardo. La sua si chiamava “Marittima”, e comprendeva sardelle, cozze e asparagi. Ma mentre il mio trancio di torta salata teneva esatta fede a quanto dichiarato sul cartellino in esposizione, quello di Cinzia, inopinatamente, era anche pieno d’aglio.

— E’ piena di aglio — ha detto, infatti, dopo averne staccato un boccone, e mi ha porto il resto, incoraggiante: — La vuoi finire tu?

— Oh no — ho detto, — avrai fame, durante lo spettacolo.

L’ha finita lei, molto lentamente. Prima di uscire ha voluto anche un bicchier d’acqua.

Alle 20.40 eravamo nuovamente davanti al teatro. Ci siamo messi su una panchina poco discosto per ammazzare il tempo. Mi sono acceso una Camel light. Cinzia me ne ha chiesta una, poi un’altra, e poi un’altra ancora.

Solitamente fuma pochissimo.

— E’ solo per mandare via questa fottuta puzza d’aglio — si è giustificata.

Le ho fatto una proposta:

— Vuoi che ti baci, così verifico quanto si sente?

Con aria un po’ colpevole ha assentito. Aveva ragione: era veramente disgustoso.

— … Responso? — ha chiesto, speranzosa.

In quel momento è suonata la campanella che segna l’inizio. Un numero imprecisato di coppie mature e di anziane signore dall’acconciatura rigida ha cominciato a sciamare nell’interno illuminato, attraverso la porta di legno.

— Andiamo — le ho detto. — Sta per cominciare.

Mi piace molto l’atmosfera ovattata e brillante di questo teatro, il “Barone di Liveri”, uno dei più antichi della nostra città. Quanto al pubblico, guardo sempre le coppie sposate in abito da sera, simili a quello che saremo io e Cinzia tra qualche anno, se tutto va secondo i nostri desiderii.

Mentre aspettavamo di porgere il biglietto alla maschera in guanti bianchi nell’atrio, ho avuto l’impressione che una signora anziana, dall’acconciatura scolpita, si voltasse a guardare Cinzia con espressione difficile da definire. A giudicare dall’espressione di Cinzia, deve avere avuto la stessa impressione anche lei. Ma le impressioni contano poco.

Ci siamo seduti ai nostri posti (platea, secondo settore), proprio dietro due signore, una giovane e una anziana, a giudicare dal colore delle acconciature, presumibilmente madre e figlia. Pochi secondi dopo che ci siamo seduti, le due signore si sono voltate l’una verso l’altra, scambiandosi uno sguardo allarmato. La vecchia ha detto, in un sussurro molto udibile:

— Porca puttana, che puzza d’aglio.

(…)

15.

21 Nov

15. Dimenticavo, l’ultima volta, di dire che anche il lunedì sono piuttosto limitato con la connessione — poco importa, sto già scrivendo sin troppo. Dopo la proposta di db ho cominciato a cercare un po’ di cose su Rovetta, Gerolamo Rovetta (Brescia 1851-Milano 1910), narratore (Mater dolorosa, La baraonda, Le lacrime degli altri o I Barbarò e drammaturgo (La trilogia di Dorina, Romanticismo) assai noto, e assai letto e rappresentato, poi caduto o quasi nell’oblio a causa dei motivi che tutti i lessici che contemplano una voce a lui dedicata (tutti o quasi, cioè; ma mi si permetta di fare un po’ scandalizzato riferimento all’enciclopediuzza di letteratura italiana della Oxford, che riporta, del Rovetta, una voce estesa il triplo rispetto a quella dedicata al povero Settembrini — non sono andato a cercare col lanternino, il fatto è che aprendola sono capitato su quest’ultimo, sicché m’è venuto spontaneo fare il paragone) riportano: sciatteria di stile, scarso o nullo spessore psicologico dei personaggi, irresolutezza tra verismo e tardoromanticismo borghese. Insomma, una di quelle personalità che, a leggerne su qualche enciclopedia, appajono (quanto meno) assai poco attraenti. Poi, ovviamente, bisogna vedere di che si tratta, leggere, informarsi, documentarsi. In mancanza di meglio da fare, si può fare anche questo. Cioè leggere il Rovetta.

 Nel frattempo, stavo seguendo una conversazione abbastanza appassionata (cioè, fino a un certo punto), con tal Cesari, che si è occupato della voce dedicata alla Callas su wikipedia. Voce che a me personalmente faceva (lo dirò) un pochino male, primo per gli errori (il figlio segreto della Callas, mai esistito; il fatto che la Callas sia stata una pianista a un certo punto convertita al canto; &c.), secondo per un tono abbastanza mondano-galante piuttosto pirla. Insomma, a differenza della voce dedicata — per esempio — alla Sutherland si trattava di una voce leggermente indecorosa, un po’ da rotocalco. Eppure il Cesari s’intende di musica. Eppure ha pensato che a cercare la Callas vengano solo persone interessate al ‘personaggio’, evidentemente, piuttosto che a conoscere quello che ha fatto e cantato, e il significato della sua arte, e quant’altro. Su tutto questo c’erano solo alcune sparse notazioni sui limiti della sua vocalità (un must degli estensori di voci musicali quando si dedicano alla Callas). Dopo che sono intervenuto (pensando, ingenuo me, che la voce fosse ormai storia antica per i primi estensori), rilevando peraltro come la C. abbia riesumato (come si diceva) alcuni titoli divenuti rari proponendo nuove chiavi interpretative, ma soprattutto riportando in vita un estetica, un gusto distrutti, è apparsa una notazione dal tono secondo me piuttosto offensivo circa il fatto che tali opere non erano affrontate con consapevolezza filologica, che operava tagli (!!! quelli erano i direttori d’orchestra, semmai; e facevano, in taluni casi, anche bene) e che modificava la linea vocale. Come dire: grande cantante; ha riesumato (per esempio) Armida Anna Bolena Macbeth Il Pirata, peccato che cantasse tutt’altro da quello che era scritto.

In semi-privato (in realtà su wikipedia anche i messaggi privati appajono in pubblico) l’ho pregato jeri di esprimere le cose in maniera un po’ diversa, o chiunque passi penserà che la C. s’inventava di pianta quello che cantava. Oggi mi ritrovo la risposta, lunga e articolata, nella quale mi spiega che 1. sicuramente m’intendo più del personaggio C. che della musicista (sicuramente, ma non sono stato io a sostenere che era un’ex-pianista lanciata alla cacchio di cane nel mondo della lirica); 2. che non era del tipo di soprano drammatico d’agilità (Pasta, Malibran) dell’Ottocento (arcisicuro, ma che “tipo” erano la Pasta, la Malibran, le Grisi, le Falcon e dieci altre somme interpreti, che erano fatte ognuna alla sua maniera, e che facevano, soprattutto, quel che loro pareva delle partiture, spesso alla facciaccia degli stessi compositori, che per loro, espressamente, le avevano concepite e create?); che le opere più rare interpretate dalla C. hanno fatto colpo al momento soprattutto perché stava bene in scena, ma poi sono ripiombate nell’oblio. Che io sapessi è precisa responsabilità della C. se quella vecchia ciofeca (e senza tagli, tre ore e mezzo di musica, più gli intervalli…) dell’Anna Bolena è più rappresentata di quello che merita. E comunque sue riesumazioni come Macbeth o Ifigenia in Tauride o Il Pirata non mi sembrano nuovamente uscite di repertorio, ammenoché qualcuno non l’abbia deciso stamani, o jersera. Dice, codesto Cesari: invece le opere rossiniane sono entrate tutte nel repertorio, grazie alla maggior consapevolezza storico-filologica che c’è adesso. Ci sono tutte, infatti, anche quelle che meriterebbero abbondantemente di dormire il sonno eterno di quelle tombe che sono i più remoti scaffali di qualche biblioteca musicale, nel repertorio, sì, ma dei festival rossiniani, a partire da quello di Pesaro. Ma non mi risulta che Sigismondo o Torvaldo e Dorliska siano rientrate stabilmente nei repertorii. Credo, oso dire, che sia completamente impossibile, perché non esiste pubblico al mondo che avrebbe piacere a riascoltarle così spesso. Si tratta di opere che valgono poco, comparativamente alle opere più riuscite, e di Rossini e no. E poi, curiosamente, le sole opere riesumate dalla C. che non hanno avuto una fortuna in ogni contesto, ma sono state a loro volta oggetto delle dotte cure degli specialisti filologi, sono stati proprio i due titoli rossiniani, Armida e Il turco in Italia.

L’opera è nata per i cantanti, e per essere interpretata e ricevere vita dall’interpretazione dei cantanti, non dai filologi. L’esatta lezione di un testo può essere ridata solo a livello di partitura. A livello di esecuzione si può solo creare qualcosa di nuovo. La gran parte delle orchestre d’Italia era piuttosto scassata, all’epoca, e i cantanti potevano cantare anche in maniera oscena. Tutte le opere del protoromanticismo (Bellini, Donizetti &c.) ci sono arrivate in molteplici versioni, ognuna rispondente alle esigenze di diversi esecutori. Ne consegue che se uno vuole farsi un’idea di quella che era l’intenzione del compositore a prescindere dall’esecuzione a cui l’opera andava incontro, se la deve inventare, perché logicamente non è mai esistita. L’opera nasce da una serie di rapporti dialettici, tra compositore e librettista, compositore e cantante, cantante e librettista — e tra tutti costoro e il pubblico che via via decretava maggiori o minori successi. Non può esserci vera filologia che non consideri questo fatto.

(…)

14. Per l’esattezza.

18 Nov

14. Cara Nunzia, jersera ho fatto la cernita puntuale del contenuto dello scatolo che mi hai inviato. Ho approfittato di un momento di requie, in cui nell’ufficio [cioè nell’ufficio degli operatori, chiaramente. E’ la prima stanza sulla sinistra, appena entrati] non c’era nessuno. Ovviamente appena ho cominciato a tirar fuori le cose uno mi è saltato addosso, e voleva dei calzini, delle scarpe, un po’ dei miei biscotti. Dato che le regole sono regole, e che lui non mi ha mai fatto alcun regalo, giustamente non gli ho dato un cazzo. E poi è una cosa così cafonesca dar via i regali! Quanto allo scatolo, era tuttora sigillato, e non ho osservato segni di violazione. Il nastro adesivo era integro, e così la scatola nel suo complesso.

Quello che vi ho trovato è questo:

  1. 1 grosso sacco di plastica bianca
  2. 6 paja di calzini pesanti lunghi
  3. 1 pajo di guanti
  4. 1 berretta
  5. alcuni fogli bianchi tenuti insieme da 1 molletta metallica nera
  6. 2 evidenziatori azzurri
  7. 1 sciarpa righe marrone, nero, crema, verde
  8. 1 giacca a vento di autentico piumino d’oca (c’è scritto dentro) nera
  9. 8 biro Bic cristal medium gel
  10. 4 confezioni di wafer: 2 al latte; 2 al cacao
  11. 1 confezione di “Millefoglie d’Italia”
  12. «Viaggio americano» di Fernanda Pivano.
  13. «Il mistero di Edwin Drood» di Charles Dickens che, insieme con una confezione di wafer, mi ha fatto compagnia, finché non ho ceduto al sonno, questa notte.

Spero proprio che sia tutto, anche se non riesco ad immaginare che cos’avresti potuto metterci, ancora. Hai avuto delle idee veramente brillanti, non occorre dirlo, e io non posso fare a meno di ringraziarti. Ricordo che già mi dicesti, in altra occasione, che sentivi di aver avuto qualcosa da me. Be’, grazie anche di questo. Benché possa capire fino a un certo punto. Soprattutto adesso.

Insomma, starò al caldo.

Non so che cos’altro dire. Mi ci vorrebbe la penna di Guez di Balzacco, che in cinquanta righe e con un periodo solo, ben concinnato, faceva un’enciclopedia della retorica per ringraziare del dono d’un pajo di guanti. Io che, oltre ai guanti, ho ricevuto anche sciarpa, giacco e berretta quante pagine dovrei metterci? Diventerei falso e sbrodoloso. Ma a parte tutto, Nu’, confòrtati: nessuno ha sottratto nulla. Per ora. Per il futuro ci starò attento io, ovviamente. Intanto è tutto nella zona degli operatori, col mio nome sopra. Sì, devo dirlo: da una parte mi fa molto piacere e me ne sento tutto riconsolato; dall’altra sono preoccupato, perché sono cose fin troppo belle (per me comunque; ma anche in sé, dico) sparendomi qualcosa ci rimarrei veramente male, soprattutto pensando che è stato un gesto affettuoso. Ma ci starò attento.

Non sono molto collegato con la testa, e chiedo scusa, ma stanotte non ho dormito quasi niente. Un nugolo di fosfeni mi balla istericamente la quadriglia davanti agli occhi. Ho proprio sonno.

Per giunta stanotte ha cominciato a piovere.

E da voi com’è?

(Buona domenica a tutti — cioè: ci vediamo lunedì).

d.