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812. Eco.

23 Feb

Invece per Eco morto non mi viene nemmeno un versicolo (giuro che ci ho pensato). Ho letto a Pisa, un mese e mezzo fa, come ultimissima mia lettura echiana, l’ultimissimo suo romanzo, Numero zero. Perché avevo parlato con uno muy lector, a cui provocatoriamente avevo detto che Eco non necessariamente scrive male – per esempio, una grande pagina di prosa è la filza d’insulti del cuoco al povero Salvatore (“scorreggione d’un minorita”, “te e quella troja bogomila che t’inculi la notte, majale” – volevo copiare quella paginetta, ma naturalmente nelle biblioteche tutt’i Nomi della rosa sono in prestito, per ragioni commemorative). E lui m’aveva prestato quella nel complesso modesta cosa. Certo, quel romanzo in particolare non mi è piaciuto, sembrava fatto coi cascami di cose più elaborate & complesse che avrebbe sicuramente potuto fare se non gli si fosse accorciato – per l’età, ovviamente; non solo fisicamente, anche intellettualmente si perde elasticità ben prima della fine (in proporzione, ovvio) – il respiro. Oltre al fatto che non trovo affatto interessante l’idea che Mussolini possa essere sopravvissuto. Anzi, mi fa schifo. Ma mi sono domandato, seriamente, E se fosse stato scritto da qualcun altro? – allora forse mi sarebbe piaciuto di più. Forse. Rimane il fatto che sarebbe stato meglio scriverlo e farlo uscire nel ’95., non nel 2015. – per via di quel Vimercate padrone del giornale, che tuttavia ha l’handicap di essere un Berluschino formato minore, mentre quello vero non ha problemi ad entrare in nessun giro. Insomma, una cosa surretizia, un pochino inutile. Continua a leggere

667. Così parlò un imbecille (di nuovo sul “Cimitero di Praga”).

12 Nov



Torno su Il cimitero di Praga, l’appena uscito sesto romanzo di Eco. Volevo, in quest’occasione, e anche nei giorni seguenti, concentrarmi sulle critiche che si rinvengono in rete; a partire da questa, sul sito di Giorgio Dell’Arti, che riporta l’articolo di tal Roberto De Mattei per il giornale destrorso e clericale “Il foglio”, direttore Giuliano Ferrara. Prevengo: è vero che il mazzetto delle critiche all’ultimo libro – specie se è un romanzo – di Eco si presta ad un taglio del tipo “fiera dell’imbecillità”, ma non è mia intenzione fare incetta di freaks critici: ma semmai di fare il punto sulle varie posizioni espresse. Noto, in anticipo, una segnalata estraneità di fondo delle tematiche e delle problematiche rappresentate dai recensori rispetto a quelle proposte e sollevate da Eco; e questo non è affatto un buon segno. Dell’articolo sullinkato l’incipit è abbastanza dimostrativo, e perciostesso molto fastidioso:

“Il Cimitero di Praga” di Umberto Eco è un irridente manifesto intellettuale antitetico al messaggio di verità che Benedetto XVI propone agli uomini del nostro tempo. Non a torto L’Osservatore Romano”, per la penna di Lucetta Scaraffia, ne ha colto pericoli e ambiguità (“Il voyeur del male”, 30 ottobre 2010). Continua a leggere

666. Eco, “Il cimitero di Praga” (2010).

11 Nov

Umberto Eco (1932), Il cimitero di Praga, Bompiani, Milano ott. 2010. Pp. 523 + ìndice.

E’ il sesto romanzo di Eco, dopo Il nome della rosa (1980), Il pendolo di Foucault (1988), L’isola del giorno prima (1994), Baudolino (2000) e La misteriosa fiamma della regina Loana (2004). Da notare, innanzitutto, la leggera accelerazione che c’è stata nella produttività di romanzi da parte di Eco all’altezza di Baudolino / La misteriosa fiamma: solo 4 anni intercorrono tra l’uno e l’altro, 6 invece in tutti gli altri casi. Eco non è un romanziere corrivo: i suoi romanzi sono i più costruiti e meditati che si trovino nelle nostre lettere, da qualche tempo – in ogni tempo, nel suo genere (quello della “letteratura ingegneristica” secondo la definizione del Petronio, che dovrebbe corrispondere alla “littérature industrielle” di Sainte Beuve a suo tempo). Impossibile percorrere la parabola storico-critica di Eco, c’è troppa roba, e in fondo nessuno sarebbe interessato. C’è da dire che la scrittura romanzesca di Eco, questo sì, è estremamente lavorata, basata su bibliografie imponenti e un lungo rimuginio erudito. La ricerca di Eco, però, non va assolutamente in direzione della prosa – noi abbiamo avuto, è tradizione il dire, specialmente prosatori, narratori molto pochi. Eco, invece, il più ‘anglosassone’ dei nostri scrittori importanti, fa romanzi fatti di cose. A tutti, anche agli italiani, piacciono i romanzi fatti di cose: i romanzi devono contenere fatti e oggetti nominati chiaramente e fatti muovere con giudizio; ma il fatto che i lettori italiani abbiano gusti molto simili a quelli di tutti gli altri lettori di tutti gli altri popoli del mondo non implica affatto che gli scrittori italiani siano in grado di fornire qualcosa del genere. Risultato: gl’italiani, da almeno centocinquant’anni, leggono soprattutto traduzioni di opere straniere, e gli scrittori italiani scrivono, o scrivevano fino a poco tempo fa, grosso modo solo per sé stessi e tutt’al più la spettante fetta di ‘addetti’ (aspiranti scrittori, cioè, e professoresse delle medie), che sono i soli in grado di apprezzare il genere. C’è stata, veramente, una certa inversione di tendenza; nel senso che, effettivamente, da una ventina d’anni a questa parte si è alla perfine diffusa una certa consapevolezza professionale anche tra gli scrittori, che hanno cominciato ad accogliere con minor burbanza l’idea che scrivere per un pubblico non sia nulla di così sconveniente. Fermo restando che scrivere per un pubblico implica il raccontare una storia. Solo che nessuno ha preso spunto dall’esperienza che intanto questo professore aveva accumulato, e di cui andava consegnandoci i risultati a mano a mano che procedeva nel suo indefesso lavoro. C’è stata, quindi, una conversione parziale alla narrativa, che ha fatto uscire il racconto da quella specie di sezione differenziale della scrittura che è la letteratura di basso consumo; ma con quali risultati? Fermo restando che maggiormente rispettati rimangono prodotti a loro modo del tutto tipici come Baricco, Scarpa e qualcun altro, sospesi tra pseudoricerca pseudostilistica e pallido bozzettismo, la narrativa pura mi sembra attestata solamente, da una parte, dal romanzo generazionale e dalla scrittura autobiografista (Brizzi, Culicchia, Gastaldi), e, dall’altra, una specie di perenne ginnasio – storicamente questa tendenza è attestata da Benni, poi sono venuti i cannibali (Nove, Santacroce, Ammaniti). Degli ultimi anni è l’ingresso nella repubblica delle lettere degli sceneggiatori, innanzitutto Moccia, Venezia, &c., con esiti che però tendono al subletterario (e nel caso di Moccia non si limitano a tendere, ché sono persino immorali nella loro bruttura); e tuttavia la loro esperienza pregressa di raccontatori di storie – per il cinema, appunto – è importante. Ancòra in anni vicini un critico americano alla Mostra del cinema di Venezia strabiliava, perché le sceneggiature non reggono – gl’italiani sono incapaci di creare trame ad orologeria – , eppure i film “si fanno lo stesso”. Ciò non toglie che uno sceneggiatore, faute de mieux, abbia qualche scrupolo di coerenza in più rispetto allo scrittore puro, e questo si sente. Continua a leggere