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904. MORBVS.

18 Apr

631. Recuperare il tempo perduto.

27 Set

Il giorno giovedì 23 settembre un ottimo amico e bravissimo scrittore, Remo Bassini, compiva gli anni. Benché io sia ultimamente impegnatissimo in un nojoso lavoraccio di ricopiatura di scartafaccj, scartocchiature e stracciafoglj, avevo promesso di far pervenire allo stesso un piccolo sòno per il suo giorno natale; per sopravvenuti contrattempi, che anche in una vita priva affatto di emergenze di rilievo come la mia non mancano mai di sconcertare tutt’i meglio fondati progetti, poi la cosa non si poté fare, per quanto il tempo paresse non solo esserci, ma persino avanzare. Rimedio ora, come so e posso, non con un sonetto solo – quello appunto promesso – ma quattro, ad usura, quanti sono i giorni che trascorsero dalla scadenza ultima. Sperando che il gesto, quando non quest’informi parti dell’orsa, tornino graditi almeno (come dichiarato nell’ultimo sonetto) nell’intento, se il mio scarso ingegno non ha saputo farli più aggraziati.

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Acrostico.

Prilli sull’asse proprio ogni celeste
Ente preposto in te a versare influssi:
Renda fama, apra vie, prodighi lussi
Rapido, e a sconcertar le case infeste.
Erta ogni via si spiani, a gioje, a feste
Movi; e la Moira, fati a te inescussi
Offrendo, alle tue soglie sempre bussi,
Bandendo dai tuoi tetti odj e tempeste.
Ardano come in cielo gli asterismi
Su questa terra i fuochi celebranti;
Soffra il tuo male tutt’i cataclismi.
Invitto resta fin dei tremolanti
Nestori agli anni, & senza senapismi,
In gamba sempre, excelsior, sempre avanti!!

Mesostico.

Pigro, tardo, osciTANte a te oggi vengo,
Oh REMO, ecco, e TI porgo non  più inviti
Fiori, ma non perTANto, oh via, appassiti
(O se pure appassiTI, io questi tengo).
Valga questo per AUspice, io sostengo,
Di Crono ch’a te auGUsti e non spediti
Meni i passi, e t’arRIda d’infiniti
Anni, & successi.  Ah, retore divengo!
Questi recati a  TE quattro dì appresso
Quattro volte ti  REndan più longevo
Di quanto insino a MO ti fu concesso:
E in quello che ser BASti tuo primevo
Stato pervieni inSIno, o ad un dipresso,
Del cucco agli anNI, lieto in ogni evo!

Telestico.

Dirti quant’onta è a me non so se occorRE,
Che ben so, come sa quasi ogni sceMO,
Che ridursi così sempre allo streMO
Prassi non certo è ad altre da anteporRE;
Ma se l’affetto bene mi soccorRE,
Benché sia il fallo tale che ne geMO,
Accogli, e bene so c’intendereMO,
Tutto ciò onde l’amico può disporRE.
Son quattro umili fiori, uniti in corBA,
Umili sì, ma più che prometteSSI
Ancor dentro gli stabiliti termiNI;
Da un seme avvien tutt’un giardino germiNI?
Per quattro vite abbiti dunque in eSSI
Di che non far di te la terra orBA.

Anagrammatico.

L’arti con cui sperai ora pietire
D’ottenere il perdòno conseguendo
(Che forse coronato avrei tacendo),
Benché fallite, non M’OSIN BASIRE.
Poiché s’effetto latita all’agire,
Appellarmi all’intento almeno intendo,
E a quel che, a ben intender, van dicendo,
Che, benché goffo, non IN BASS’Ò MIRE.
Per quanto costi, ecco licenzierò
Questi miei versi; se non eccellente,
Sarà negletto che SI SEMBRI? Ah, NO!
Basti che a questi non ne aggiungerò;
Né detrarrò al ben povero presente
Con altro dono; & M’INABISSERÒ.

571. Capriccio XX.

23 Lug

PER LA SIGNORA X, GIOVANE DONNA, APPENA INTRAVISTA; MORTA. SVA ABITVDINE D’INDOSSARE LVNGHE VESTI FLVTTVANTI.

T’ebbe la terra prima che il mio oblio,
Prima di vita che a me fuor di mente,
Ora ombra in Ade non rammenti niente,
E, vista appena, sei ricordo mio.
Rubo il volto al non visto spicinio;
Come uno m’apparì rifaccio a mente;
S’è nulla il tutto tuo, quel tuo pallente
Nonnulla è tutto, finché un che sono io.
Postumo inganno, arra per te ubertosa
Pare dell’ora tua fluttuante vita
Quella che t’infiorava onda setosa:
Velo a una fioritura ora appassita,
Svelò a sfiorirti una Nemica ombrosa,
Velò a illustrarti un’amistà fiorita.

570. Capriccio XIX.

23 Lug

D’VN VECCHIO CHE PARLAVA DA SOLO NEGL’INTERVALLI DELLA LETTURA D’VN LIBRO DI 1368 PAGINE.

Vecchio, perché d’un’intellectio assorta
Diporti i quarti d’ora, come suole
Semmai quello cui mancano parole,
Cui voce altrui, compagna, non conforta?
Tante, invece, la mano tua ne porta,
Che si direbbe non lasciar la mole
D’esse spazio a dell’altre. Ma – e mi duole –
So perché a tratti hai tu lettera morta
Quel fluente di vita chiacchiericcio:
Proprio perché la morte alto in te parla
Nel volto crespo, al labbro cenericcio,
E di te è parte, e tu non vuoi gabbarla,
Le vive carte hai solo tuo capriccio,
Distratto, e intermittente, a non turbarla.