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596. Impressioni mattutine.

14 Ago

Piazza Vittorio. Però qualche annetto fa, & col sole.

Stamane pioveva di nuovo, molto forte; per questo era impossibile, faute de montre, sapere che ore fossero quando mi sono svegliato, perché era bujo. Due donne che passavano parlando ad alta voce all’altro capo del colonnato non facevano fede: di lì passano anche molti che vanno, a piedi, alla stazione, e il primo treno parte alle 4.40. Ho dovuto aspettare che spiovesse un poco, poi sono andato a prendere il 13, dove grazie all’obliteratrice ho saputo che era mostruosamente presto – le 6.25, ciò che vuol dire che non mi sono svegliato dopo le 6.00. Ho raggiunto l’Oftalmico, e mi sono preso un caffè. Non ho il computer dietro, quindi non mi sono soffermato a vedere se si prendeva qualche wireless – e poi la mappazza che mi porto dietro per quasi tutta la settimana non prende molto bene. Fumata la sigaretta, ha ripreso ovviamente a piovere, motivo per cui ho attraversato via Juvarra, rimanendo il più possibile accosto al muro, anche se era praticamente inutile, raggiungendo i portici di corso s. Martino. Qui c’era già parecchia gente, che però era un manipolo di gitanti che aspettava zaino in spalla il pullmann per Caselle; tutti molto allegri, mentre io, che strascicavo i piedi, ero assorto nel mio pensiero dominante – e cioè che non voglio passare un altro inverno a Torino. Quest’anno l’escursione termica ebbe qualcosa di eroico, s’è passati dai -15 gradi della brutta stagione ai quasi 40 dei giorni più caldi, e ha piovuto poco. Le piogge attuali hanno molto dell’autunnale, può darsi che la stagione sia già rovinata. Ma devo, devo arrivare a farmi quella settimana, quelle due settimane al coperto e al chiuso, è indispensabile per arrivare da qualche parte; o meglio, per sapere se è possibile arrivare da qualche parte, e, se sì, come. Continua a leggere

567. La ricerca (anche da fermo) del desiderio.

20 Lug

https://i0.wp.com/upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/fe/Salmacis_%26_Hermaphroditos_4.jpeg

Salmace & Ermafrodito, stampa del 1581.

Il cavalier Marino scriveva da Ravenna a Bernardo Castello, nel 1606 (non posso giurare che la data sia esattissima, perché copiazzo dall’antica edizione Laterza del 1911, Borzelli & Nicolini curr.):

[…] Un personaggio principale, a cui non posso mancare, ha raccolto in molti anni da molti e diversi maestri, e particolarmente da’ più famosi che oggidì vivano, un buon numero di disegni quasi nella medesima forma che son quelli che si veggono nelle stampe di Pierino del Vago, e n’ha messo insieme un libro il qual tiene per suo trastullo. Egli ha notizia del sommo valore di V.S.; onde disidera qualche fantasietta di sua mano, tirata o di penna o di lapis o di chiaro oscuro, rimettendosi in quanto alla invenzione in tutto e per tutto all’arbitrio del suo capriccio […] Continua a leggere

566. Perché la gente non pensa quello che pensa (quando pensa; se pensa)?

16 Lug

Il mondo sarebbe meglio di quello che è se tutti pensassero esattamente quello che pensano, e non altro? Ossia, se pensassero solo metà di quello che pensano, lasciando l’altra metà, quella finta, definitivamente da banda? Ho parlato con un amico che ha, a latere delle sue più serie occupazioni, attività fricchettone, frequenta squat e occupatori abusivi di case. Credevo, in buona fede, che tutto questo si motivasse col fatto che, svolgendo simili attività, riesce ad aggiungere alla propria vita qualcosa che gli piace: anche rifacendomi all’atmosfera rilassata e piacevole di qualche cena anarchica, pensavo che l’avanguardia della militanza politica attualmente si fosse spostata, secondo me assai saggiamente, su un piano di stile di vita. Cercare di affermare un ideale politico, di là dalla pericolosità, che anzi può essere stimolo o sfida, o semplicemente non spaventare il militante convinto, che sa di dover sostenere battaglie, è anche contraddittorio; per un anarchico non parliamone, ma anche per un comunista, che dovrebbe sapere esattamente come sia giusto vivere, e non dovrebbe pretendere che la società cambj per permettergli di esistere come uomo universale. Io, effettivamente, credevo che le cose fossero evolute fino a questo punto: fino ad uno stile di vita. Per questo avevo dato a quelle attività un significato più bello di quello che è – ma lo dico ora: anche se magari il difetto è solo d’inquadramento ideologico-retorico-espressivo [escludendo la possibilità che certe cose mi siano state dette col deliberato intento della menzogna], cioè se l’amico in questione semplicemente non sa spiegare esattamente quello che di fatto pensa e fa, rimane sempre quello che pensa e fa, come dato oggettivo, insieme a tutti quelli che pensano e fanno quello che pensa e fa lui – in quei determinati contesti, per quel tot di ore alla settimana, quando condivide determinate iniziative. Sta di fatto che la spiegazione del perché si dedicasse a quello che faceva m’è stata data in termini molto anni Settanta, di ricaduta sulla società, di acquisizioni importanti a pro dei derelitti, dare voce ai senza voce, informare sulle aberrazioni del sistema, sulla violenza del potere. Tutte argomentazioni che solo in parte coprono il significato ragionevole delle azioni che compie come anarchico. C’è, è vero, la tendenza a dare significati eccessivi a quello che si fa, in base alla legge che vuole che da ciascun nostro atto ne discendano infiniti altri, che possono essere profondamente positivi se l’impulso che diamo è positivo, o assolutamente negatìvi se esso impulso è malvagio. Ma è un mettersi sul piedestallo, in specie perché esistono persone che influiscono profondamente sul proprio ambiente, e su altri: esiste un potere, ed esiste la possibilità, di alcuni, di determinare e condizionare eventi per un numero molto alto di altre persone. Di là da questo, è l’evidente jato – perché è questo che m’interessa – tra azione e intenzione manifestata che mi vien da notare. Continua a leggere

563. Quattro versi di Montale.

8 Lug

https://i1.wp.com/www.forumlive.net/tuttiinscena/storiagenova/images/upupamulas1.jpg
Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
perduto in mezzo a un polveroso prato.
Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l ’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Sono effettivamente versi che possono essere impiegati per avvertire che si sta attraversando una crisi d’identità; o che essa crisi è una condizione non accidentale e non passeggera; ovvero che la crisi stessa è coessenziale a quell’identità.

Sono tratti (non occorre dirlo, ma melius abundare, anche qualora dia vieppiù l’impressione di essere deficienti) dagli Ossi di seppia (1925), prima raccolta poetica, e forse la migliore, di Eugenio Montale (1896-1981). Continua a leggere

553. Il ’99.

22 Giu

Quest'orrendo olio è un ritratto immaginario de La Sanfelice.

Non manca forse d’interesse la disputa, alla quale il Palasciano m’invitò a partecipare (ma io mi do il tempo solo di quest’oretta di connessione, la mattina, e il blog basta e avanza), circa il ’99, i giacobbe e i sanfedisti. La disputa, chi vuole se la riveda su facebook, dove il Palasciano ha presenza più intensa, e comunque i link ci sono, era cominciata dall’allarme lanciato per la minacciata chiusura dell’Istituto per gli studj filosofici presieduto eroicamente dal prof. Marotta, un’istituzione della cultura italiana, che comunque già anni fa s’era ritrovato costretto a rinunciare alcune proprietà per mandare avanti un’organizzazione che, nonostante sia fecondissima d’iniziative di momento, e nonostante esse iniziative siano seguitissime e abbiano dato luogo a pubblicazioni prestigiose, non riesce ad ottenere quello che è stato statuito ottenga, ossia i soldi per andare avanti. Non c’è nessun motivo per cui lo Stato non debba sostenere iniziative che evidentemente la collettività recepisce come utili & comportevoli. Ovvio: chiunque, a partire – scommetto – dagli stessi appartenenti all’Istituto, si augurerebbe di poter andare avanti senza contributi di sorta, o che essi fossero solo una parte degl’introiti; ma si dà il caso che o un’organizzazione, di qualunque tipo, ha fini di lucro, o comunque ha un’impostazione di tipo anche commerciale, o non ha: tertium non datur. Non si può rimproverare ad un’iniziativa culturalmente rilevante di non incassare moneta sonante, dato che la legge non lo consente. Legge che, però, consente che un vecchio professore si tragga il sangue di vena sparnazzando del suo, per attirare personalità sul fondo dello Stivale, e permettere a folti uditorj di conoscere e apprendere. Continua a leggere