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CCXL. La retina portabagagli.

22 Mar

CCXL. Tomasi di Lampedusa, nelle sue ‘Lezioni’ di letteratura inglese, parlando dei romanzieri minori vittoriani dice che come letture da treno, quantomeno, vanno benissimo: è onesto dire che nel peggiore dei casi si tratta di cose scritte in onesto inglese. Uno può intrattenercisi per l’oretta o due, o più, di un viaggio in treno, e poi lasciarli nella retina portabagagli. A differenza dei romanzieri ottocenteschi italiani, es. Guerrazzi & Rosini, che scrivevano non in italiano ma in una sorta di esperanto che solo loro erano in grado di capire. Se qualcuno — diceva Tomasi — provasse a portarsi dietro la Teresa (scil. Luisa) Strozzi come lettura da treno, all’arrivo lo troverebbero impiccato alla retina portabagagli. Non c’è stato come affrontare la lettura del secondo e più spesso volume di sproloqui di quella deficiente in campana per rendermi conto di come un italiano così ampolloso, artifiziato, goffo, pitonesco, jattante, gonfio, manieristico, petulante, smorfioso, cencioso, balordo, atticciato, pretenzioso, piaccicoso, lutulento possa riuscire nauseante, ammorbante, disgustoso, sazievole, asfissiante, vessatorio, offensivo, urticante, vomitivo, peristaltico — angosciante. Sono anni che non lascio un libro a poche pagine dalla fine, ma è il caso di riprendere questa pessima abitudine.

[Ah, nel caso a qualcuno interessasse (e ne dubito, ma qualcosa dovrò pur scrivere, di tanto in tanto; e non posso sopportare l’idea di aver buttato via due ore della mia vita a leggere del tutto inutilmente queste ciofeche): anch’io (postulo che anche altri siano stati colti da altrettale dubbio, quindi prendo un po’ tutti per ingenui buggerabilissimi boccaloni) sono stato in forse se questa vecchia zantraglia fosse solo cogliona tutta oppure, come a lampi e sprazzi m’appariva, un’autentica zoccola. Arrivato a questo punto de La forza della ragione non ho più nessunissimo diritto di nutrire dubbii: è proprio una cessa marcia. — A dirla tutta, a differenza di Mein Kampf o del manifesto di Unabomber, questi non sono libri che possano essere letti per soddisfare curiosità storico-politico-patologico-culturali. Non sono ‘da conoscere’. Sono merda, pura].

CCXXXIX. Sono sempre in ritardo…

21 Mar

CCXXXIX. Ennesimo fiero annuncio. Grazie alla gentile donazione di un’anziana coppia (e anche un bel po’ rincoglionita, a quanto pare dai titoli propinati), adesso c’è almeno un dormitorio nella mia vita che può vantare una sorta di biblioteca. Un’accozzaglia di testi esoterici, new age e manuali della buona morte, più un grazioso Almanacco universale delle cose strane e misteriose che mi sono preso per me, e una biografia del figlio bastardo e omosessuale di Carlo Emanuele I (che non sembra il massimo della vita, ma è pur sempre Seicento, e quindi me lo sono preso); in più, biografie di Eva Duarte in Peròn, il Casanova di quel pirla amico di Montanelli, come si chiama?, ah, sì: Gervaso, e altre cacate. Più La rabbia e l’orgoglio e La forza della ragione, e Oriana Fallaci intervista Oriana Fallaci, tutti e tre ovviamente della Fallaci. Credo ce ne fosse un quarto, venduto anche in prezioso cofanetto dalla Rizzoli quando queste merdate erano una novità, solo che l’anziana coppia dev’essersi rotta i corbelli alla terza puntata. Ovvio che mi sono buttato sui tre orrori, essendo quel tipo di cose che non si richiedono, né in biblioteca né in libreria, ma che è bene càpitino tra mano così, per caso. Quasi imposti. La rabbia e l’orgoglio non era proprio una novità, dal momento che avevo letto il paginone del Corsera che conteneva sostanzialmente lo stesso testo, appena scorciato. Comunque sia, il libro non aggiunge nulla di significativo. Non perché abbia fatto un’analisi comparata, ma perché non contiene niente, in sé, di significativo. Quindi non può avere nulla di più o meno significativo della versione precedente, che comunque nel frattempo avevo abbondantemente dimenticato. Sia ben chiaro che, essendo passato già qualche giorno, mi sono dimenticato anche di questa versione in volume, quindi non posso parlarne. Anzi, no: posso, come di certi sogni, fare qualche sforzo per evocare l’impressione generale che mi ha lasciato. Pena, molta pena. Poi c’è La forza della ragione, che è quasi recente perché è del 2004. E’ un libro di 300 pagine. Tra l’ultimo risguardo e la copertina, l’anziana coppia (come ha fatto per molti degli altri libri donati, ed è una bella abitudine, direi) ha inserito via via svariati ritagli di giornale riguardanti l’autrice e il libro. A parte un agghiacciante servizio fotografico degli anni Sessanta, in cui la Fallaci si fa ritrarre in svariate pose sado-soft ("Te lo do io il Viettenàm") nello splendido cascinale paterno (nel Chianti), e a parte un articolo della Stampa che dimostra come la Fallaci si sia inventata un sacco di puttanate a proposito della popolazione islamica di Carmagnola (ma perché se l’è presa con Carmagnola, proprio?), ci sono anche due robusti articoli di Fiamma Nirenstein, che credevo un donnino tutto sommato intelligente (ma è passata tant’acqua sotto i ponti da quando seguivo l’informazione con passabile regolarità), e che invece ora scopro sì sfumatamente, sì moderatamente, ma pur seriamente fallaciana. Ora, la Nirenstein è ebrea; è specializzata da quant’ha nei reportages e nell’informazione da Israele. Ora, la Fallaci fu, in séguito a La rabbia e l’orgoglio, deferita a qualche tribunale svizzero per razzismo, poi la cosa purtroppo decadde per vizio di forma. Ora, tra i denunciatarii non c’era solo un’organizzazione islamica, ma anche una ebraica (il cui acronimo suona Licra). Ne La forza della ragione la Fallaci piàngola che gli ebrei con lei hanno fatto come quei banchieri che per salvarsi prestavano soldi a Hitler; & ha ribadito che ha fatto la Resistenza, lei e pure suo padre (quello che andò in esilio in cascina, nel Chianti, dove lei si fece fotografare negli anni Sessanta in pose lusinghienti e promettiere). Io sono contento che gli ebrei di quell’associazione si siano costituiti parte civile, o l’abbiano denunciata congiuntamente agli islamici. Anche se i suoi libri fanno più gemere che fremere. Nella Forza della ragione, che la Nirenstein esalta come molto enciclopedico ma al contempo assai analitico, e che ovviamente è un trionfo del delirio e dell’arteriosclerosi, ci si riferisce anche alla Guzzanti, definita "un’oca crudele" — immagine che evoca abbastanza insulsamente un palmipede con la dentiera di dracula, ma tant’è. Le colpe della Guzzanti sarebbero state (1) quella di arrivare indossando un casco da militare, chiaro riferimento sfottitorio ai trascorsi indocinesi della Fallaci; (2) quella di essersi riferita al cancro della Fallaci in termini ridanciani. Mi sono documentato (non tramite i ritagli lasciati dall’anziana coppia, tra quelli non c’era niente che ne parlasse), pare che la Guzzanti sia arrivata al Forum così ben travestita da essere scambiata proprio per la Fallaci. E che, mentre performava, qualcuno le abbia gridato: Ti venisse un cancro!; al che lei ha risposto, di riflesso (irriflessamente): Ce l’ho già! Due prove incontrovertibili di una sconvolgente capacità di immedesimazione. Che poi la Fallaci ne sia rimasta tutt’altro che entusiasta so’ cazzi sua.

Comunque c’è da essere contenti che questa spazzatura, nel giro di non troppo tempo, sia diventata finalmente così obsoleta. Credo di essere l’ultimo lettore dei libelli della Fallaci sulla faccia della terra.

CCXXXVIII. ?

17 Mar

CCXXXVIII. Piuttosto, ho notato, basandomi su www.heracleum.altervista.org, che c’è qualche misterioso sostenitore che mi inflaziona le visite. L’ultima volta (ieri, cioè) ha cercato persino "manas poema kirghiso" con google, e questo è un po’ in controtendenza rispetto a quello che è successo altre volte, quando la stessa persona (?) si è limitata a cercare l’ultimo argomento, o il penultimo, trattato. Mentre al manas poema kirghiso ho accennato ormai qualche tempo fa.  (Anche se l’idea che a qualcuno possa veramente interessare il mana poema kirghiso, e che non si tratti di qualche sostenitore misterioso, è aggradevole, e tenta a crederci).

CCXXXVII.

16 Mar

CCXXXVII. Io non credo che Andrea G. Pinketts sia un deficiente, beninteso. Prima di tutto non ne so abbastanza, punto secondo — non c’è un punto secondo, credo che gli farei un torto e basta. Mi baso, per il mazzetto di confuse impressioni che mi impediscono di essere sgarbato, su quel poco che ho letto di Sangue di yogurt ieri pomeriggio in biblioteca. Nel passato mi ero spesso detto che avrei voluto provarmi a leggere qualcosa di suo. Su blurbi e profilini biografici si dice che trattasi di un autore noir, genere che non frequento. Per questo, se il volume non fosse stato esposto sullo scaffale della biblioteca, mi sarei per chissà la quantesima volta di provarmi a fare un’idea. Ho letto parte del primo racconto, che dà il titolo alla raccolta, e ha quel titolo perché racconta di alcune modelle testimonial di uno yogurt misteriosamente uccise. Nel libro, come antagonista, figura anche un tenore ricchione, dal nome Floriano La Bo, che è quasi lo stesso che Flaviano Labò. Non so perché Pinketts ce l’abbia tanto con Flaviano Labò, se pure ce l’ha, ma non è la prima volta, di questi giorni, che incontro un libro che spiattella quasi paro paro il nome di una persona in un modo che la persona stessa potrebbe considerare poco grazioso, e mi riferisco a Il mondo sotterraneo di Athanasius Kircher, di Anton Haakman. Che, pure, non c’entra con Pinketts-

No, niente, l’aspetto interessante del racconto di Pinketts, che è stato scritto su commissione per una rivista (uscì a puntate, infatti), è che doveva essere un racconto di sesso e violenza sfrenati, cosa che in un certo senso è. Solo che Pinketts ha voluto esagerare, a bella posta (lo dice lui, n. b.), per evitare ogni elemento di morbosità. Ne è uscita una cosa che mi ricorda i raccontini polizieschi che scrivevo su un’investigatrice privata, di nome Adelaida Firstinlife, una cretina pazzesca, coadiuvata da una linda segretaria di nome Elvira Tennyson (ecco, si vede che è una specie di gran contagio letterario, perché in prima istanza — ricordo — doveva chiamarsi Barbara Allason, poi però ho cambiato, perché mi sembrava irriverente). Il primo caso riguardava un serialchìller in una casa di puttane: era tutto un equivoco, dovuto al fatto che la palestrata portinaia (che Adelaida Firstinlife scambiava per un uomo) parlava di ‘artiste’. In effetti le donne uccise, si scopriva immediatamente dopo, avevano strani nomi d’arte, come Sarah Bernhardt, Adelaide Ristori, Eleonora Duse (la prima ad essere uccisa), &c., ma non solo, erano tutte somigliantissime ai loro modelli, anzi, erano loro. Non credo proprio che la Ristori o la Bernhardt fossero delle puttane, ignoro proprio che cosa volessi dire, probabilmente assolutamente niente. Il secondo o terzo caso riguardava un’anziana delinquente, che faceva inghiottire un’imponente quantità di capsule di droga ai suoi numerosi figli. Per recuperarle, ovviamente, li purgava. Purtroppo per lei, era scoperta per via di un’imbarazzante montagna di merda impossibile da nascondere.

(Alle volte non so proprio che cazzo scrivo a fare).

CCXXXVI. Per azu.

13 Mar

CCXXXVI. azu, io ogni tanto passo, e forse commento, quando posso e riesco (non ho proprio voglia di scrivere, come dissi, al momento attuale).

Solo che col tuo nuovo templéit non riesco a lasciare commenti (il terminale, che più terminale di così se more, è monco di giava). Sappi che non è indifferenza, la mia.

CCXXXV. Giri.

12 Mar

Ultimamente guardo con moderato interesse la wikipedia. Ma non per informarmi. Vedere per esempio l’orribile voce su Vivaldi. Ognuno, di fatto, può scrivere quello che gli pare. Tutta la gente che passa a leggere le varie voci può, ovviamente controllare; e, altrettanto ovviamente, scrivere quello che gli pare. Teoricamente, quest’amorevole collaborazione dovrebbe favorire un progressivo appropinquamento alla Verità. Di fatto sono cumuli di cazzate che si sovrappongono, con effetti, il più delle volte, di involontaria comicità. Nessuno che voglia scoprire veramente qualcosa, credo, potrebbe mai fidarsi di un’enciclopedia così concepita. Ammenoché non partecipi in prima persona, è chiaro — e così via, e tutto si tiene insieme.

CCXXXIV. ……………

12 Mar

CCXXXIV. Adesso che ho eliminato il desiderio stupido di tante cose inutili comincio veramente a sentire la mancanza

di

CCXXXIII. Infatti.

12 Mar

CCXXXIII. Infatti, il numero era sbagliato (comunque ho corretto).

CCXXXII. Evabbè.

12 Mar

CCXXXII. Non so nemmeno se sia il numero giusto, ma fa tutto lo stesso. Veramente, non so che cosa scrivere. Se lo faccio in questo momento è solo per non sprecare tutto il tempo della connessione, sarebbe deprimente. Fuori rete riesco a scrivere cose che non metterei sul blog. Sul blog, finora, sono riuscito a scrivere solo cose che non varrebbe la pena io facessi leggere fuori rete. Ma fa tutto — veramente — lo stesso.

Mi sento solo in vena di recriminazioni (alla prima provocazione, è ovvio); per il resto ho cominciato a guardare le mie attuali condizioni in maniera diversa. Forse delirante — forse, non posso saperlo e non potete saperlo nemmeno voi (non può saperlo, cioè, nessuno). Sto cominciando a dirmi che non merito affatto di vivere le cose in questo modo. Che è il mio punto di vista ad essere sbagliato.

CXXX. Le biblioteche.

4 Nov

CXXX. Diciamo, a me piacerebbe, piace, fare un po’ di ricerca per conto mio (e per conto di chi altri, sennò? Marzio Pieri, a proposito del card. Rospigliosi, parla se ben ricordo di "autocommittenza paranoide". Non ricordo se fossero queste le parole esatte, ma rendono perfettamente l’idea — anche se non mi è ancora riuscito di condurre [felicemente o disperatamente questo non importa] una beata coppola di cazzo).

Di fatto, è il clima delle biblioteche che mi deprime. Non riesco a starci. La loro non è immobilità. Non sono poeticamente statiche come i cimiteri. Sono ibernanti. Non c’è spazio. Non ci si può muovere. Io, per confezionare una balletta erudita, ho bisogno di molti libri, e poi non posso fidarmi di quel colabrodo che sarebbe improntitudine da parte mia denominare pomposamente "memoria". Non riesco a rimanere concentrato su una cosa sola, mi fa male alla salute. Mica sono uno studente. O uno studioso. Puah! Lungi da me.

E’ assurdo avere i testi di consultazione sparsi per ogni dove, su piani diversi — ma questo, ancora ancora, passi. Ma soprattutto, come si fa ad aspettare per venti, trenta minuti un testo che occorre solo da aprire e chiudere, per una rapida verifica? A me ne occorrono — in media, sparo una cifra — almeno dieci, perlopiù, a questo scopo; e non li posso nemmeno richiedere tutti insieme, perché si accettano fino a tre richieste e non di più. Non sono io fuori squadra, lo so fin troppo bene da tutto quello che ho letto in questi ultimi trent’anni: il fatto è che chi scrive ha a disposizione, normalmente, una biblioteca personale. Io no.

Quando avevo una casa e dei libri, ero abituato a muovermi velocemente dall’uno all’altro, e anche dall’altro all’uno, lasciandoli e riprendendoli secondo il bisogno e l’uso. Recandomi in biblioteca, è ovvio che non m’aspetti di poterne fare un uso altrettanto libero che se fosse una biblioteca personale; ma ad essere personale, troppo personale, è il mio modo di riferirmi alla curtura. Non sono adatto ai tempi e ai modi canonici. Hanno su me un effetto distruttivo, o più effetti distruttivi. E non mi aiuta avere una cazzetta e un pirlino per gomito, che succiano il culo della penna e guardano in aria, o pispigliano tra loro sghignacolando, quando loro viene l’estro di fare qualche chiacchiera. Ma questo passi, ancora ancora.

Sono le verifiche a catalogo, le richieste, la compilazione dei moduli, l’attesa, il dover stilare mentalmente faticose scalette delle priorità che mi fanno capire quanto io sia un animale sostanzialmente non acclimatabile, tra i molti altri ambienti, anche alle biblioteche. D’ora in poi, solo prestiti. E non che non mi dispiaccia; per esempio, la serie dei Cento libri per mille anni, in tal modo, mi resta preclusa; opere di consultazione preziose & importanti, come dizionarii etimologici, repertori, enciclopedie di varie scienze. Potrei dedicare una giornata al mese, previa preparazione spirituale, allo ‘studio’ in bliblioteca. Patirei di meno, certo, però non mi servirebbe a niente.