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CCXXXIII. Infatti.

12 Mar

CCXXXIII. Infatti, il numero era sbagliato (comunque ho corretto).

CCXXXII. Evabbè.

12 Mar

CCXXXII. Non so nemmeno se sia il numero giusto, ma fa tutto lo stesso. Veramente, non so che cosa scrivere. Se lo faccio in questo momento è solo per non sprecare tutto il tempo della connessione, sarebbe deprimente. Fuori rete riesco a scrivere cose che non metterei sul blog. Sul blog, finora, sono riuscito a scrivere solo cose che non varrebbe la pena io facessi leggere fuori rete. Ma fa tutto — veramente — lo stesso.

Mi sento solo in vena di recriminazioni (alla prima provocazione, è ovvio); per il resto ho cominciato a guardare le mie attuali condizioni in maniera diversa. Forse delirante — forse, non posso saperlo e non potete saperlo nemmeno voi (non può saperlo, cioè, nessuno). Sto cominciando a dirmi che non merito affatto di vivere le cose in questo modo. Che è il mio punto di vista ad essere sbagliato.

CXIX. Se torno a nascere

3 Nov

mi metto a scrivere, sul serio, da piccolo. Quand’ero piccolo e poi giovanetto tutto mi sembrava troppo facile — da una parte sentivo molto altamente di me, dall’altra non digerivo la soggettività, che non è un problema da poco, per quanto riguarda la scrittura. La quale ha bisogno di una certa esperienza, proprio perché solo coll’esperienza si distingue quello che è mio da quello che è tuo, dove comincio e finisco io e dove comincia e finisce il mondo circostante. Tutti problemi che si sono in qualche modo risolti da sé, come per tutti. Ma oggi, come tutti, devo fare i conti con un altro problema. Per quanto limitata, l’esperienza induce passività e confusione: gestiamo passabilmente bene pochissime informazioni, il resto lo subiamo. La memoria è infinitamente inferiore a quello che ci occorrerebbe, e siamo costretti a recuperare la grandissima parte delle informazioni che ci hanno mai sfiorato tramite l’intuizione, ciò che porta all’errore. Chomsky ha parlato del problema di Platone (come facciamo a sapere tante cose con tanto poca informazione?) contrapposto al problema di Orwell (come facciamo a sapere tanto poco con così tanta informazione?), ma il punto angoscioso non è tanto questo — volendo, si può fare a meno di qualunque informazione, e vivere bene (?) lo stesso. Il fatto è che siamo sistemi, e il caos all’interno dei sistemi tende a crescere col tempo (per es., la faticosa sintesi di Claude Allègre, La sconfitta di Platone, Ed. Riuniti 1998) — finché niuno potrebbe dar sesto alla confusione (Smiles, 13° ed. it. 1876; parlando di Walter Scott). Si diventa incapaci di scrivere cose veramente durevoli, perché quello che esce non può finire in mano a un bambino, come le tragedie di Racine o le favole di La Fontaine (Tomasi di Lampedusa, per es., nelle sue Letture francesi). Solo staccandosi dall’esperienza e ponendosi dal punto di vista di un uditorio desideroso di imparare (ciò che fa dello scrivente un maestro (e per il Settembrini, per es., non sembrava essere un problema, v. le Lezioni, "… e mi chiedo se non siate proprio voi…"), in ogni possibile accezione), si ridiventa capaci di raccontare chiaramente. Ma ci si può limitare solo a quello che già si sa; la scrittura non è più scoperta di nulla. Insomma, non è mica facile.