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648. Scheda: Policastro, “Il farmaco” (2010).

18 Ott

Gilda Policastro , Il farmaco, Fandango Edizioni, Roma agosto 2010. Pp. 240.

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Nei ringraziamenti in coda al volume, spiccano due nomi, sprovvisti di cognome: un Mario e un’Alessia. A Mario va la gratitudine dell’autrice perché con opera majeutica l’ha portata a far emergere il lato notturno, inconfessabile, della sua propria psiche; ad Alessia invece perché l’ha ajutata a dare a questo lato un’espressione letteraria. In effetti il romanzo, che il risvolto definisce come “uno dei più disturbanti degli ultimi anni” (ciò che anche Cortellessa ribadisce in una recensione per la Repubblica), colpisce innanzitutto per l’impudica nudità in cui la dotta e battagliera autrice lascia spietatamente ad aggirarsi i suoi personaggj; per la nudità, credo d’esser autorizzato a dire, con cui mostra sé stessa. Né l’argomento – quello di torbide sessualità che s’incontrano, si vagheggiano, si scontrano soprattutto – né lo stile ha alcunché di bellettristico, di artifiziato, di letterato. Emerge, isolata, un'”età provetta”, forse ironico; ma, per converso, a p. 52 l’autrice non ha scrupolo a ricorrere ad un robusto anacoluto, dovuto a concordatio ad sensum, come “la gente s’iniettano sostanze per ammalarsi” – che è anche una frase-chiave nel libro, che la torsione sintattica consente di fissare pressoché indelebilmente nella memoria di chi scorre, con fatìca, bisogna dire, queste densissime e comunque scrittissime pagine. Il romanzo è difficile, ma non perché sia prosa riconoscibilmente letteraria: ma perché, è vero, è disturbante, e la sua prosa, semmai, procedente per frasi perlopiù assai brevi ma implicitamente subordinate, tanto da creare l’effetto di una speciale pastosità, è incredibilmente ellittica, e i piani di realtà – realtà-sogno-fantasia – trascorrono l’uno dentro l’altro senza soluzione di continuità. Continua a leggere