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771. 29 & 30 III.

30 Mar

1. Devo premettere che non sento, stranamente, nessuna mancanza del diario – inteso come compilazione quotidiana, non ho praticamente fallito un giorno dal 1993, benché poi quasi nulla di tutta quella carta sia rimasto, fisicamente, con me (ciò che vuol dire che è finito distrutto, macinato, disperso, macerato, riciclato, fatto strame) – , ma sento di dover tener fede a quello che m’ero ripromesso, ossia di tenerlo direttamente in rete [un blog non serve a questo, essenzialmente?]: ciò che faccio più a cuor leggero adesso che mi sono accordato con la Fondazione Spallanzani per fornire il mio contributo manoscritto, e non più dattiloscritto dal momento che il file che andavo faticosamente, un pezzetto per volta, completando – sono molto molto lontano dalla completezza, per la verità – e che salvavo tutte le volte come allegato d’una bozza adesso non si riesce nemmeno più ad aprire – esce un messaggio d’errore, l’applicazione è chiusa d’ufficio, e io rimango lì, come uno stronzonaccio, davanti alla schermata della posta elettronica, con tutti quei messaggj di gente che non conosco, di facebook, e di quel social network da cui di tanto in tanto mi arrivano notizie di altri perfetti sconosciuti che vorrebbero entrare nel novero delle relazioni professionali di Elmireno Seminacoccole (ma si potrà, perdiana?).

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767. Diario.

4 Feb

Io avevo un’abitudine: quella di tenère un diario, inteso come un pacchetto di foglj da imbrattare, o parte imbrattati e parte ancòra da imbrattare, che  normalmente si accumulano ad altri foglj, volanti od uniti in quaderni, o pinzati, o vattelappesca. Tralasciando il diario che tenni finché ebbi una casa [1], che è perduto, e quello dei primi anni passati a Torino, che è perduto, qualche giorno fa, avendo dovuto cercare una cosa nello zaino, ho estratto un sacchetto dov’erano stati cacciati alla rinfusa diversi stracciumi, che coincidevano grosso modo con tutto quello che avevo scritto nel 2007, anno non produttivo, compreso anche il diario, che rende conto di quei giorni che trascorsi in una squallida casa di Grugliasco, che è un posto squallido in provincia di questa città [2]. Una sera mi sono dimenticato il sacchetto, tout court, in biblioteca; la sera dopo mi sono dimenticato di rimettere il sacchetto nello zaino, che è una cosa leggermente diversa ma che ha avuto un risultato identico: il sacchetto è rimasto lì. E la mattina dopo, probabilmente per averlo veduto già due giorni di sèguito, i pulitori – ex straccioni, tossici e galeotti della coop. Frassati – hanno pensato di buttar via tutto.

Non ho motivi particolari per rimpiangere il diario del 2007 [3], e nemmeno quello che è successo nel 2007, ma mi sembra veramente di star lavorando per il cassonetto, esclusivamente o quasi. Prima o dopo tutto finisce, ci mancherebbe, ma agire troppo in anticipo sul giorno del giudizio mi sembra malsano. E poi è un po’ una stronzata scrivere a mano e non sapere dove ficcare la carta [4]. Sicché mi sa che butto via tutto e il diario lo tengo qui sopra. Salvo che i computer non si sfascino completamente [5], nel qual caso non lo terrò né lì né qui.

[1] Dal 1993 all’autunno 2004.

[2] Ci ero finito perché dovevo scrivere un libro (!).

[3] Ne avevo appena riletto qualche estratto, ed era pieno di notazioni senza interesse, relative alla spesa che avevo fatto, magari, quel giorno, piuttosto che alle condizioni atmosferiche, piuttosto che a qualche piccolo fastidio, tra altri e ben maggiori, e poi una serie di esortazioni come “Dovrei pensare a”, “Dovrei fare”, “E’ giunto il momento di”, naturalmente tutto rimasto senza sèguito. Non riuscivo a concentrarmi, semplicemente perché stavo saltando un passaggio intermedio, e non avrei mai dovuto pensare che fosse possibile farlo.

[4] A causa di una serie di circostanze mi devo portare gran parte delle cose dietro; dovrei fare una cernita, ma come si fa? E in ogni caso questo mi obbliga a pensare al post riassuntivo degli eventi degli ultimi mesi, che varrà la pena riesaminare (anche, appunto, per fare in modo che quelle carte non siano perdute per sempre).

[5] Funzionano molto male.

669. Diario.

26 Nov

Negli ultimi giorni mi sono dedicato ad un esercizio nojoso, e fors’anche abbastanza inutile, ossia alla trascrizione delle pagine del diario, che nonostante la sparizione con tutto lo zaino delle vecchie carte è nel tempo diventato voluminoso, fin troppo. Credo che per me, non per altri, abbia importanza ripercorrere quegli stracciafoglj, assai spesso spiegazzati consunti macchiati, talvolta stracciati e semicancellati da piogge e rovesciamento di liquidi: quello che rende insieme così tedioso e così istruttivo il mio diario, compilato quotidianamente nelle intenzioni, seppure con qualche sporadico buchetto qua e là, è proprio la sua ossessività. Quasi tutte le frasi cominciano con la negativa non, le restanti con un devo, o si dovrebbe, o bisognerebbe / bisogna, tutti verbi velleitarj, gli unici probabilmente che mi siano rimasti. So che per copiare bene un testo non se ne deve seguire il contenuto: bisogna innestare l’automatico e andare avanti, meglio ancòra se pensando ad altro: in quel caso si fanno meno errori, per lunghi tratti nemmeno uno, e ci si sbriga prima. Purtroppo a tratti la grafia è talmente convulsa, le righe sono così vicine che ho problemi a decifrarmi: non essendo fatto, il mio diario, per essere riletto, ma assomigliando ad una specie di tomba in cui la giornata precedente finisce gettata. La cosa più nojosa è la ripetitività, mortale, che m’impedisce di proseguire nello squallido esercizio per più di tante ore al giorno; la cosa più istruttiva è questa scrittura, appunto, tutta autoriferita, volta ormai ritualmente, quindi inanemente, a rianimare un’attività che fatalmente rallenta, fatta com’è di gesti sempre più incerti e meno motivati – innanzitutto a causa delle sparizioni, e dell’impossibilità della segretezza, che sola consente l’incubazione. E sono rimasto, io per primo, veramente colpito da questa scrittura che del mio osceno rapporto col mondo non registra altro che sporadiche emergenze, quelle particolarmente oltraggiose o di cui per varj aspetti è impossibile non rendere conto; mi colpisce perché sono tentato, a tratti, di considerare il diario come una specie di testimone postumo [di là dal fatto che non sarebbe mai conservato, da nessuno] della mia immonda storia, fissando nomi, dinamiche, cause e moventi: e invece nulla. In certi casi ricordo perfettamente non solo quali eventi hanno davvero caratterizzato la tal giornata, e non solo: ricordo alla perfezione non solo l’evento, ma anche il fatto che esso evento mi sovveniva a mano a mano che scrivevo tutt’altro, solo che poi, quando, dopo un giro rabbioso di frasi generiche, ero sul punto di trascrivere l’accaduto, qualcuno mi metteva la mano sulla testa, e mi forzava a proseguire con altro. Questo diario, che a ben vedere non è nemmeno un diario, perché della mia “storia” non contiene praticamente nulla, e con quel poco che contiene sarebbe insufficiente a definirmi, è stranamente del tutto autoriferito. In esso mi rivolgo a me, e parlo di me; non me come sono, ma me come dovrei essere; con uno sguardo, talora inconditamente, tragicamente fiducioso, ad un futuro che non c’è mai stato. E’ strano, in effetti, perché sono serenamente consapevole di come la vita sia fatta di azione-e-reazione; non rifiuto questo principio e non mi sento superiore ai miei presunti simili: mi limito, perlopiù, a non capirli e a disinteressarmene. Ma so che non ci si sottrae, e nemmeno si dovrebbe, e nemmeno sarebbe desiderabile, all’interazione, allo scambio, al circolo vizioso. So che l’azione altrui, specie nelle mie condizioni, sempre state sfavorevoli, e di debolezza estrema, può essere ed è quasi sempre un’interferenza grave, pesante nelle conseguenze; so che appeso a un filo non è solo il pochissimo che riesco a fare, ma anche tutto quanto sono. Eppure basandomi su queste pagine, di plumbeo colore uniforme, di lettura insopportabile, in cui peraltro molto spesso mi faccio molto peggio di quello che sono, per gestirmi meglio, non potrei lanciare nessun’accusa. Anche il diario contribuisce per conto suo al fraintendimento – la mia condizione esistenziale, insopportata e indesiderata, alla costruzione della quale forse non ho partecipato in alcun modo, ma della quale sono adesso corresponsabile, da tanto tempo. Questo, mi dico, non assolve nessuno in ogni caso – non cambiano nulla né l’assoluzione né il perdòno, beninteso. Ma, nonostante i chili di carta bruttata che ancòra mi porto dietro, anche nel mio caso la cosa certo più importante, e forse più urgente da sapere, la saprà la terra. E non sono del tutto sicuro di volere, o aver veramente mai voluto, qualcosa di diverso.