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609. Capriccio XXV.

22 Ago

I SAMPIETRINI E IL VANDALO.

Tu che dormicchî in ben disposte file,
Dal nome untuoso, stolido e retrivo,
Nescio del tuo potere sovversivo,
Che Marx aspetti ancòra, oh Lump tu vile?
Giusta questa città, che gabba stile
Nerbo mancante – non è difettivo
Ciò che non è – tu sei tanto malvivo
Che a pesticciarti gemi: Oh! ben gentile.
Avess’io in bocca la virtù d’Anfione,
Io ti solleverei con flammeo metro
Contro la Mole (è brutta!) e la Regione.
Ma poiché forza manca anche a me tetro,
Ammacca almeno – & sarò contentone –
Quel Re di ferro ergentesi qui dietro.

608. Capriccio XXIV.

22 Ago

I CANI DI TORINO.

Quale compensazione spiega il caso,
Credo ignoto ad ogn’altro capoluogo,
Per cui un cocker non Buck, Fido o Togo
Qui si chiama, ma Furio, Elvio, Tommaso?
Mi ricordo d’un terrier, pelo raso,
Detto Armando (e un che schifo me l’arrogo),
E un Giordano che del dannato al rogo
Ha il ciuffo; e una Petunia fuor del vaso.
Parchi odono echeggiar le orecchie mie,
E abbajan Marzî, & ustolan Liette,
Guaiscon Pieri, & ringhiano Lucie;
E Cinzia il córso, Irma il bulldòg saette
San guinzaglî sdrucir tempo due vie
Anche con quei bei nomi da stronzette.

601. Capriccio XXIII.

18 Ago

Di uno straccione, che gridava NO TAV!!! dai gradini del monumento in p.zza Carignano.

Ma che gridi NO TAV!!!, lurco straccione,
Che hai la voce impastata dalla Crest?
Sei la comparsa, tu, d’un film dell’West
Che raschj e struscj sillabe, fattone?
Che non fosse l’ennesimo cannone,
E il boncio accanto à la Querelle-de-Brest,
Beleresti: ¡Que viva Fininvèst!,
Scemo di guerra; & va a magna’ er sapone.
La Val di Susa, poi – che te ne frega?
Ché avrei ben riso, oh comiziante mulo,
Se avesse urlato anche NO TAV!!! la Lega:
Non ti ci voglion manco per bajulo,
Stronzo!, lassù. E se pure ti s’impiega
A urlar NO TAV!!!, è a traforarti il culo.

598. Capriccio XXII.

18 Ago

PALAZZO CARIGNANO.

Quanto (io penso, se in voi gli occhî ora alzo)

V’odierei, archi nove, e dieci stili,

Quanto v’avrei, ventidue vetri, a vili,

Corinzî riccî, ed ornamenti a ʃbalzo;

Io v’odierei, che mille notti scalzo

M’avete accolto, immoti e non gentili,

Massiccî, grevi, e i membri miei sottili

V’inghiottiste senz’inquietezza, o un balzo;

Quanto vorrei di plastico e di bombe

Imbottirvi interstizî, oh soglie amare,

Voi vacue inanità, voi ree, voi tombe,

Voi scure, uggioʃe anche nell’ore chiare,

Voi in complesso agra mole che m’incombe –

Non fosse che ho ben altro a cui pensare!

583. Capriccio XXI.

31 Lug

D’VN GIOVANE BONCIO,

CHE GLI CHIEDEVA DVE CARTINE PICCOLE.

A me, di quelli ch’hann’uopo di tutto
Di due nulla assottiglj più lo zero,
E col sottrarmi hai d’acquisir pensiero
Ben d’un CASTELLO il nobile costrutto.
Che cos’è povertà? Se del mio lutto
Pallidi palliativi al duolo nero
Spesseggian ricchi a sé baluardo altèro,
Vita tu stringi ov’io tra mano ho il rutto.
Portento più che alchemico, far vanti
Saldo il tenue, grandigia il vile smacco,
Chiave austa carta da avvivar gli Atlanti.
Di fumi ambo facciamo l’aere stracco;
Almo architetto tu ergi aulenti istanti,
Io infecondo ergo in nubi acre tabacco.

571. Capriccio XX.

23 Lug

PER LA SIGNORA X, GIOVANE DONNA, APPENA INTRAVISTA; MORTA. SVA ABITVDINE D’INDOSSARE LVNGHE VESTI FLVTTVANTI.

T’ebbe la terra prima che il mio oblio,
Prima di vita che a me fuor di mente,
Ora ombra in Ade non rammenti niente,
E, vista appena, sei ricordo mio.
Rubo il volto al non visto spicinio;
Come uno m’apparì rifaccio a mente;
S’è nulla il tutto tuo, quel tuo pallente
Nonnulla è tutto, finché un che sono io.
Postumo inganno, arra per te ubertosa
Pare dell’ora tua fluttuante vita
Quella che t’infiorava onda setosa:
Velo a una fioritura ora appassita,
Svelò a sfiorirti una Nemica ombrosa,
Velò a illustrarti un’amistà fiorita.

570. Capriccio XIX.

23 Lug

D’VN VECCHIO CHE PARLAVA DA SOLO NEGL’INTERVALLI DELLA LETTURA D’VN LIBRO DI 1368 PAGINE.

Vecchio, perché d’un’intellectio assorta
Diporti i quarti d’ora, come suole
Semmai quello cui mancano parole,
Cui voce altrui, compagna, non conforta?
Tante, invece, la mano tua ne porta,
Che si direbbe non lasciar la mole
D’esse spazio a dell’altre. Ma – e mi duole –
So perché a tratti hai tu lettera morta
Quel fluente di vita chiacchiericcio:
Proprio perché la morte alto in te parla
Nel volto crespo, al labbro cenericcio,
E di te è parte, e tu non vuoi gabbarla,
Le vive carte hai solo tuo capriccio,
Distratto, e intermittente, a non turbarla.