Archivio | 14:34

907.

2 Giu

Ho smesso di tenere il diario all’inizio di ottobre, credo intorno all’8., dopo averlo tenuto, con trascurabili interruzioni, dal ’93. Poco importa – ne ho scritto anche qua sopra, tempo fa – che in larga parte sia andato perduto (quella notte d’incubo a Milano) o presumibilmente distrutto, è stato il gesto quotidiano, o quasi, che m’ha accompagnato fino a pochi mesi fa a costituire una sponda, un argine, un principio ordinatore di cui non potevo fare a meno: mi svegliavo, la mattina, e finché non avevo ricostruito i fatti come suol dirsi salienti del giorno prima mi sentivo fuori quadro. Poi ha cominciato ad avvicinarsi l’inverno, e complici la pioggia, l’isolamento per via dell’emergenza e la distrazione del telefono, qualunque cosa ha smesso di succedere. Da quel pochissimo che succedeva. In modo del tutto spontaneo ho smesso di tenere il diario. Ho scritto altro, di tanto in tanto, quando mi veniva, ma non ho più sentito la necessità di registrare, giorno dopo giorno, i fatti del giorno prima. Ho notato due fenomeni. In primo luogo, a dimostrazione che Manetone ci aveva visto giusto, diverse date, una dietro l’altra, hanno cominciato a rimanermi impresse: come quella del I. di gennajo, del 2., del 22., dell’8. febbrajo, del 16. e del 27. marzo, del 16. d’aprile. E poi i miei sogni, mancando il paletto della cadenza quotidiana, si sono riempiti di volti noti e ignoti, di eventi d’una banalità sconcertante (favorevole a farli gabbare poi, grazie a qualche distrazione, per falsi ricordi), spesso da me ricordati nel particolare più infimo anche ben oltre nella giornata, benché non in sé memorabili. E poi, cosa forse la più importante, c’è stato, o dev’esserci stato, come un ricompattamento simbolico, che tutto sommato era da prevedere, ma che ha avuto una conseguenza per me abbastanza strana: mi sono infatti venuti in mente due racconti, uno sulla mia morte, e l’altro una specie di thriller un po’ comico ispirato a mia nonna (non posso chiedere d’esser preso sul serio perché, se trattasi di una cosa comica, serietà non può esserci, ma è proprio così); e questo nonostante continui a considerare il raccontare in sé, l’inventare storie, qualcosa d’ormai escluso. E però adesso mi sono venuti in mente, e qualche cosa ho cominciato a buttar giù. Quanto al diario, niente, per mesi. Dopodiché, finalmente, questa mattina un vago senso di colpa ha cominciato ad affiorare.