Archivio | giugno, 2021

909. Giardinetti.

14 Giu

S’erano trattenuti, tutta la famigliola, anche un bel po’ dopo gli orarj soliti – era già l’una & qualcosa. Stavo cominciando a pensare che rompevano i coglioni quando il babbo, in bicicletta, ha dato una voce, Sù, andiamo. Il bambino, in quel momento, s’era afferrato il pacco, e se lo smucinava esibita mente, con tanto di bercj sguajati. La bambina, più grandicella, ha giudiziosamente seguito il babbo, mentre il piccino, ancora con le mani sulle palle, ha tardato un po’. Mentre gli altri due sfrecciavano via s’è messo a frignare Oh nooo, aspettatemi, ma si vedeva che faceva finta. Poi ha inforcato la spicciola anche lui & s’è levato dalla gloria. Chissà cosa c’è dietro (abusi?). Sùbito dopo è arrivato un marocchino, un po’ grosso, dall’aria molto antipatica, che si fa vedere in zona solo ultimamente, e rimane nei dintorni per ore. Tranquillamente s’è levato le scarpe e pian piano s’è lavato i piedi alla fontanella. Non mi formalizzo, ma le abluzioni di prima mattina, magari quando è ancora un po’ bujo, non sono solo una norma di discrezione, ma un piacere. Comunque, contento lui.

908. Un messaggio.

8 Giu

Jeri m’è arrivata su Messenger una comunicazione che m’ha fatto un’impressione strana. Era una donna, un’israeliana, che, scriveva, sta facendo una qualche ricerca sui kibbutzim e su quelli che vi sono vissuti – anche parecchio tempo fa, a quel che se n’evince. Faceva il nome di mia madre, chiedendomi se per caso fossi io quel David Ramanzini che si attribuiva a mia madre come figlio. Quanto all’attribuzione, essa si doveva ad un mio zio, that lives in London. In questo modo sono venuto a sapere che mio zio A. è ancora in vita, cosa che non sapevo, mentre l’altro fratello di mia madre, l’ingegnere, l’avevo già scovato su LinkedIn (cambiando profilo sui social, ho dovuto ricominciare tutta la patafiacca dei bloccaggj). Nel caso non fossi quel desso si scusava anticipatamente d’avermi botherato. Figuriamoci, nessuna botheratura, solo mi sono preso (come faccio con tutto) un po’ di tempo per rispondere, rimandando il tutto, diciamo, all’indomani; che poi è oggi. Stamane torno su Messenger per recuperare il messaggio e non lo trovo più. Mi sono chiesto se percaso non mi fossi sbagliato, se non mi fosse arrivata piuttosto una mail – ma è impossibile, il messaggio conteneva un indirizzo mail che sarebbe stato inutile – , o qualcosa su Instagram, ma non c’è nulla da nessuna parte. Mi rifiuto di credere d’aver cancellato il messaggio senza volere, per quanto tutto sia possibile. E comunque sì, ricordo distintamente di essere figlio di mia madre, e che la stessa fece parte di un kibbutz, molti anni fa, anche se non so che cos’avrei potuto raccontare a questa signora (ovviamente non ne ricordo né il nome né l’indirizzo mail), dato che mia madre effettivamente raccontò, a suo tempo, qualche aneddoto sui suoi due anni in Nuova Zelanda, e sul suo viaggio in Russia, e sulla sua esperienza di paracadutista a Pisa, e d’una serie d’altre cose, ma di tutto quello che sentiva della sua parte ebrea non diceva mai niente. Non ricordo che riportasse qualche episodio del kibbutz, non so né il quando né il come, esattamente come so ben poco del campo di prigionia inglese. È da una vita, peraltro, che penso di scrivere di me, e quindi di lei. E rimando, rimando, rimando. (Quanto al messaggio, non ho ancora deciso se la perdita mi lascj più dispiaciuto o più sollevato).

907.

2 Giu

Ho smesso di tenere il diario all’inizio di ottobre, credo intorno all’8., dopo averlo tenuto, con trascurabili interruzioni, dal ’93. Poco importa – ne ho scritto anche qua sopra, tempo fa – che in larga parte sia andato perduto (quella notte d’incubo a Milano) o presumibilmente distrutto, è stato il gesto quotidiano, o quasi, che m’ha accompagnato fino a pochi mesi fa a costituire una sponda, un argine, un principio ordinatore di cui non potevo fare a meno: mi svegliavo, la mattina, e finché non avevo ricostruito i fatti come suol dirsi salienti del giorno prima mi sentivo fuori quadro. Poi ha cominciato ad avvicinarsi l’inverno, e complici la pioggia, l’isolamento per via dell’emergenza e la distrazione del telefono, qualunque cosa ha smesso di succedere. Da quel pochissimo che succedeva. In modo del tutto spontaneo ho smesso di tenere il diario. Ho scritto altro, di tanto in tanto, quando mi veniva, ma non ho più sentito la necessità di registrare, giorno dopo giorno, i fatti del giorno prima. Ho notato due fenomeni. In primo luogo, a dimostrazione che Manetone ci aveva visto giusto, diverse date, una dietro l’altra, hanno cominciato a rimanermi impresse: come quella del I. di gennajo, del 2., del 22., dell’8. febbrajo, del 16. e del 27. marzo, del 16. d’aprile. E poi i miei sogni, mancando il paletto della cadenza quotidiana, si sono riempiti di volti noti e ignoti, di eventi d’una banalità sconcertante (favorevole a farli gabbare poi, grazie a qualche distrazione, per falsi ricordi), spesso da me ricordati nel particolare più infimo anche ben oltre nella giornata, benché non in sé memorabili. E poi, cosa forse la più importante, c’è stato, o dev’esserci stato, come un ricompattamento simbolico, che tutto sommato era da prevedere, ma che ha avuto una conseguenza per me abbastanza strana: mi sono infatti venuti in mente due racconti, uno sulla mia morte, e l’altro una specie di thriller un po’ comico ispirato a mia nonna (non posso chiedere d’esser preso sul serio perché, se trattasi di una cosa comica, serietà non può esserci, ma è proprio così); e questo nonostante continui a considerare il raccontare in sé, l’inventare storie, qualcosa d’ormai escluso. E però adesso mi sono venuti in mente, e qualche cosa ho cominciato a buttar giù. Quanto al diario, niente, per mesi. Dopodiché, finalmente, questa mattina un vago senso di colpa ha cominciato ad affiorare.