879. Scheda: Ellis, “American Psycho” (1991).

9 Giu

Bret Easton Ellis, American Psycho [“American Psycho”, 1991.,  trad. Pier Francesco Paolini], Bompiani, Milano sett. 1994. [I. ed. 1991.]. Pp.439. + Indice.

Patrick Bateman (26.-27. anni) è uno yuppie, un agente finanziario di Wall Street, laureato a Harvard, ricchissimo e bellissimo. Particolari sul suo retroterra familiare emergono soprattutto verso il finale: ha un fratello di tre-quattro anni più giovane, che riesce senza sforzo a prenotare al Dorsia (cosa che a Bateman non riesce assolutamente mai), una mamma rimbambita in ospizio; l’agenzia, della ditta P&P, gli appartiene di fatto, essendo della famiglia. Ha una segretaria, Jean, innamorata di lui. E’ fidanzato con Evelyn, con la quale dovrebbe prima o poi sposarsi (ma non lo fa; durante la loro relazione la donna abortisce non meno di cinque volte). L’intero romanzo, però, è un continuo tornare alle stesse situazioni: cene in posti sofisticatissimi e cocktail dove c’è sempre qualcuno convinto di aver intravisto Donald Trump, o Ivana Trump, o tutt’e due, incontri con amici, qualche spettacolo (Misérables e Opera da tre soldi con Sting, ironicamente [fin troppo]), restituzione di videocassette più o meno porno e più o meno violente, acquisti di CD (con relative recensioni) e sofisticati supporti audio-video, che temo oggi facciano pena – ma è il rischio della modernità; chiaramente il telefonino ancòra è di là da venire – e, quelli sì folli, di vestiti di scarpe di accessori, di Ralph Lauren, di Armani, di Comme des Garçons, di De Rigueur, di Pierre Cardin, di Bottega Veneta, di una pletora di stilisti dall’improbabile nome italiano o francese (ma tutti reali, o almeno credo), e, ogni tanto, magari contestualmente a un’orgetta con due donne – Bateman ha un penchant per le scenette saffiche -, qualche ammazzamento, previo spruzzamento di antiaggressione Mace, tramite sparachiodi, accette, varj corpi contundenti e quant’altro trovarobato del genere. Prostitute di alto-medio bordo, barboni, un bambino allo zoo (sgozzato e ribaltato in un bidone della spazzatura), un ricchione attempato con sharpei [dice peraltro, il ricchione, che lo sharpei gli costa molto perché ogni tre per due deve andare a fargli rimuovere chirurgicamente le borse sotto gli occhj – interessante, non immaginavo], topi (sciolti con l’acido muriatico), conoscenti, e un amico, Paul Owen, dal cui appartamento sottrae il necessario per un viaggio. E’ anche cannibale, occasionalmente, e qualche volta butta rimasuglj di corpi umani in pasto a cani, &c. Le descrizioni di rapporti sessuali e di sevizie sono ovviamente molto particolareggiate, e c’è da ammirare la grande fantasia virtuosistica dell’autore.

La descrizione dello yuppismo inizio anni Novanta è micidiale: tutti si conoscono, ma, lisciati e pompati tra palestre, massaggj e che altro, si confondono gli uni cogli altri; s’incontrano alle cene, si chiamano con un altro nome, si vedono attribuire senza volere identità che non hanno e rispondono, pure, per conto terzi. Questo per indicare lo schiacciamento omologante dovuto ad un conformismo sostanziale soffocantissimo e ad una vita la cui vacuità non poteva essere descritta più intensiva- & estensivamente. Proprio per questo allegro mischmasch di personalità, dopo che Owen è scomparso da parecchio tempo Bateman vuole confessare, ma parlandone con uno che dovrebbe essere il suo conoscente “Harold”, questi dice di non credergli, perché, dice lo ha visto a Londra pochi giorni prima ed è andato a cena con lui. Tutto questo chiamando Bateman “Davies” e “Davidson”, che è tutto dire. L’appartamento di Owen, poi, è rapidamente ripulito e profumato di tuberosa da un’agenzia e rimesso in vendita. Bateman, come unica conseguenza delle sue malefatte, è riconosciuto dal collega di un tassista iraniano ucciso (Solly, credo) quell’unica volta che è stato quasi acciuffato dalla polizia; il tassista però si limita a rapinarlo e a lasciarlo a piedi, sicuro che non sarà denunciato perché Bateman è “in colpa”. Il blurbo di questa ristampa conclude dolciastramente: “solo l’innocenza della sua segretaria aprirà uno spiraglio di speranza conducendolo a gridare singhiozzando: ‘Voglio soltanto essere amato.’ “. Non è esatto; e comunque alla fine Bateman dà solo segni di stanchezza (mentale, soprattutto: a un certo punto pensa di essere inseguito per diversi isolati da una panchina, che gli parla, pure); vero è che ha un dialogo abbastanza sincero con la segretaria, e persino la visione di bambini che muojono di stenti in Africa, ma il romanzo, di un’acre satirismo amorale, non può avere una conclusione (“Questa non è un’uscita” è quello che recita il cartello soprastante quella che dovrebbe essere un’uscita di sicurezza, sul finale), e men che meno può averne una simile.

Il libro, che leggo con una vita (di Bateman) di ritardo, è interessante, a parte i vecchiumi tecnologici, per il significato diciamo storico che avrebbe avuto in quella temperie; Baricco, quando era ancòra molto televisivo, lo portò alle stelle, ed effettivamente ha segnato uno spartiacque. Solo che gli Ottanta, dal lusso straccionesco, non hanno ceduto il passo ad un decennio migliore; sicuramente il gusto dei Novanta è stato più raffinato, più algido, ma anche, da sùbito, come raggelato, o imbalsamato in certe convenzioni superficiali, e infinitamente più limitato nel suo cinismo. Io non so se il romanzo valga ancòra la pena di essere letto, a distanza di tanto tempo; per quanto mi riguarda, ne dubito. All’epoca non lo cercai e non lo lessi, nauseato com’ero dalle recensioni paraholdeniane troppo entusiastiche (lo stesso rifiuto preventivo lo ebbi per Il senso di Smilla per la neve), e devo dire che solo la mia ostinazione a concludere qualunque lettura cominciata mi ha portato a finire le quattrocento abbondantissime pagine; ho, comunque, gettato la spugna almeno quindici volte. Sono state decisamente le 439. pagine più lunghe della mia vita.

Lavorata, talvolta abbastanza elegante, la traduzione di Paolini (hardbody diventa “corpoduro”, che credo non abbia attecchito; però trascrive anche “Jesus” pari pari. Ho trovato discutibili le traduzioni di giochi di parole incorporate nel testo – una nota a piè di pagina, se è giustificata, non è affatto sgradita. Inoltre quel “Pachelbels’ Canon” me lo sarei risparmiato).

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