877. PULCHERIA, Atto III., Scena IV.

6 Giu

Scena IV.
LEONE, GIUSTINA.

LEONE.
Non posso più reprimermi, licenza mi sia data;
Io non le diedi i titoli e d’ambiziosa, e ingrata;
Ma alla fin fine il suddito ceder deve all’amante,
E ad un trasporto equanime rispetto esorbitante.
Signora, voi, voi ditemi, perfidia fu mai vista
Più ardita farsi scorgere, in anima più trista?
Si vide con più metodo fruir della ragione
Per dar soccorso ignobile a tanta tradigione?
Lungi dal farsi porpora, fastosa se l’ha a gloria;
Ella ce l’osa pingere come illustre vittoria.
L’onore solo e l’obbligo così la fanno agire!
E più fedele ad essermi, ne avrebbe da arrossire!

GIUSTINA.
La pena ch’ella tollera pari alla vostra appare:
Per voi, sta denegandosi per qualcun altro optare;
Volle ella stessa farvene solenne promissione

LEONE.
Oh, l’illusione insolita, e mera distrazione!
Signora, qui non mancano fin troppe coincidenze
Che i giuramenti inediti fan tante insussistenze.
Per chi nel regno è pèrito, a esplicite infrazioni
Mai cento men non vengono di stato gran ragioni.

GIUSTINA.
Ma se sapeste pungerne un po’ la gelosia,
Signore, stimolandone così la fantasia,
L’amor suo semispentosi potrebbe richiamarvi,
Né le sarebbe facile, per orgoglio, lasciarvi.

LEONE.
Credereste quest’anima tanto a bassezze spinta
Che i mali suoi dissimuli col mezzo d’una finta?
Figuro, come giovane, già in corte troppo male
Senza al difetto aggiungere amore artificiale.

GIUSTINA.
E’ difetto gradevole, Signore, giovinezza!
Quanto dei vostri emuli l’importuna saggezza,
Per quanto altèra siasi, la vorrebbe scambiare
Con tutto quel che merita, e crede meritare!
Ma se in amore fingere ai vostr’occhj è peccato,
Date altrui senza fingere il senso delicato;
La boria si mortifichi con l’onesto disdegno,
E donate quell’anima a un oggetto più degno.

LEONE.
Vedete come a un titolo già ella mi sacrifichi,
Signora, e osate premere acché io la giustifichi!
Che dopo che insensibile verso di me si vede,
Sia io a fornirle il tramite di togliermi la fede!

GIUSTINA.
Amate, di ciò in séguito, senza incertezza vana
Se con ciò si mortifichi o scusi l’inumana;
Pensate: se l’anelito vostro fu male accetto,
Il rifiuto può esserne preso sin con diletto.
L’onore che ha da prenderne chi vi stacchi da quella,
Questa conquista ha a rendere più nobile, e più bella.
Più è necessario il merito a rendervi incostante,
Più un cuore di voi tenero dev’esserne trionfante;
Ché alcuno lei medesima può, certi non siamo,
Ad amarvi costringere, sol che diciate: Amo.
Addio, non voglio aggiungere altro, per questa volta.

LEONE.
Oh cielo, tu, tu libera quest’anima sconvolta!

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