876. PULCHERIA, Atto III., Scena III.

26 Mag

Scena III.
PULCHERIA, LEONE, GIUSTINA.

PULCHERIA.
Signore, e a che qui rendervi di nuovo? E’ l’impazienza
D’aggravare i miei spasimi con la vostra presenza,
E sia travolta l’anima di tra i conflitti suoi,
Quasi fosse a me facile il non vedere voi?

LEONE.
La sorte mia ho a conoscere.

PULCHERIA.
Di nulla dubitate;
Io v’amo, ed ho a compiangerci; tutta in ciò mi vediate,
E leggetemi l’animo; e quando il vostro affetto
Fosse un po’ soccorrevole al mio piagato petto,
Mai non vorrebbe scorgermi da tale vista oppressa,
Ch’è morte a me, e può uccidere l’anima vostra stessa.

LEONE.
M’amate, è vero? Ditemi.

PULCHERIA.
Più che mai fosse.

LEONE.
Ahimè!
Minore, non amandomi, sarebbe pena in me!
Perché d’amar non smettere, se è solo a compatirmi?

PULCHERIA.
Come un fuoco nascondere da cui non so partirmi?

LEONE.
Quello almeno a nascondere rigido orgoglio è forte
Che solo è responsabile dei mali onde abbiam morte.
Non dovete lagnarvene, il vostro è volontario:
Quel solo ch’è gradevole v’è fare necessario:
E non è forza essere sul punto di morire
Perché guarir possibile sia, se si vuol guarire.

PULCHERIA.
Di procurarmi spasimi io stessa aver pensiero!
E’ a nome mio, voi ditemi, che contrattai l’impero?
O v’impiegai e scrupoli, e amici miei per voi?
Di tutto ciò volli esito l’unirci in nozze noi?
Con rispettoso obbligo sfate il lavoro mio,
E se i piani rovinano la causa sono io?
Quel mio farmi concedere più che fosse dovuto,
E’ questo ch’ebbe a perdermi, e ha pure voi perduto.
Signore, voi amandomi dovreste fede avere,
Non fare coinvolgere la gloria mia, e il dovere:
Sono due grandi emuli, che voi ci avete dati,
E non saran da palpito d’amore mai placati.
Mi fate invano carico di sospiri e dolcezza,
Male il mio triste animo lenisce in voi tristezza,
Vi dà, quello ad adempiere cui aspirate e aspiro,
Atto tenero a tenero atto, soffio a sospiro:
Se sono a quei bei palpiti di ciò giusta latrice,
L’amante vi sto a esprimere; s’oda l’imperatrice.
Fatto è da voi quel titolo, vostra è testimonianza,
Al servizio alto e nobile plaude in voi la speranza,
Cieca di ciò facendosi ostacolo invincibile
Quando credeva cogliere un successo infallibile.
Forte di me sollecita, sicuro del mio cuore,
Bisognava ormai porgermi mano d’imperatore,
Alzarmi a voi da suddita, gioja non illusoria:
Delizia in me era limpida, compiuta la mia gloria;
Ma posso ad ugual titolo dire per voi lo stesso?
Un signore è da scegliere, ed uno sposo appresso:
E’ legge che m’impongono, o, meglio, l’acre marca
Quale i gaudj comportano all’essere monarca.
Il Senato, mi dissero, con comune opinione,
Con rispetto vuol cedermi la libertà d’opzione;
Da me però attendendosi chi ogni altra nomea ha doma
Tra quanti spirin l’aere nell’una e l’altra Roma:
Siete voi, son certissima, ma, ahimè, io ho certa fede,
Un dì dovranno crederlo, ma…

LEONE.
Oggi non ci si crede,
Signora; la sua epoca ci vuole, e più servizio;
Del fato ci necessita un lieto precipizio,
E che il mio nome celebre, agendo in mio favore,
Il mondo soggiogandosi, la meglio abbia sul cuore.
E tuttavia stupitevi d’amante a illusa mente:
La gloria vostra a credere ebbi più indifferente;
Più credei corrispondere così il debito mio
Tutto da voi col prendere, che coll’offrirlo io;
E presso cui sollecito mi rende oggetto amore,
Per me amore identico aver veci d’onore.

PULCHERIA.
Sì, ma le avrà, è possibile, all’universo in volto,
Che dal vaglio fatidico mai l’occhio suo ha distolto?
Il Senato può essere non v’osi preferire,
E, se là avessi a spingermi, mi vorrebbe disdire;
Può darsi che apprestandosi stia a fare altrui onore
Della smentita ignobile serbata al nostro amore;
Poiché, non illudiamoci, la gloria inesorabile
Mi deve al più stimabile, e non al più amabile;
Più mi fa il rango ascendere, più la sua dignità
Di ciò orgogliosa m’obbliga alla necessità.

LEONE.
Quell’orgoglio malevolo all’amore abbassate,
Signora, e ambo giovandoci qualche cosa arrischiate:
Poiché non armonizzano tanto orgoglio & amore;
E ogni schivar pericolo vale aver freddo il cuore.

PULCHERIA.
Se il mio sangue necessita, io cedo alla suasoria;
Ma è rischio intollerabile rischiarvi la mia gloria;
Più l’occhio voglio chiudere sui rischj ai miei dintorni,
E più vedo che rischiano non meno i vostri giorni.
Ah! se la voce pubblica v’empisse di speranza
Fino a far del mio scegliere a me la vostra istanza,
Se tra i nomi che candida per me la gloria a josa
Fosse l’a me più amabile di fama più grandiosa,
Facile sottoscrivere sarebbe al grido invero,
E in vostra mano mettere e me stessa e l’impero!
Ma vi crea troppi invidi insigni questo trono:
Altri che v’equivalgano, stando al cuor mio, non sono:
Tra i più grandi il grandissimo: ma gli altri son più illustri;
Alla virtù ogni tramite mancò per cui s’illustri,
E il mondo, il quale accecano nomi di tanto lume,
Da voi non osa attendersi quel che d’altri presume.
Siete amante e piacevole; la donna altro non vede;
Così è dato avvincere l’anime, e farne prede;
E però un soglio a premere, e farvisi stimare,
Signore, non bastevoli sono piacere e amare.
La corona più stabile è ben presto squassata,
Quando amoroso impeto sembra averla rubata;
E a conservare un titolo cui cotanto s’aspira
Non ha tramiti idonei chi d’amore sospira.
Ora non abbassatevi all’onta, no, dei pianti,
Contro il fortissim’obbligo armi insignificanti;
E s’anche questi tramiti vi dessero corone,
Un trono dalle lacrime vinto mi dà avversione.

LEONE.
Ah! Signora, e in quell’anima quell’idee c’eran già,
Quand’era a me sollecita la vostra gran bontà?
Mi diceste, a quell’epoca, che l’esser governante
Richiede arti dissimili da quelle dell’amante?
Il Senato accordandosi coi suoi ai vostri voti,
Avrei avuto merito pari a noti & men noti;
L’arte del regno splendida seguendo il plebiscito,
Voi stessa…

PULCHERIA.
Sì, carissimo, la scelta avrei seguìto;
Ché il Senato, coll’essere al voto suo attaccato,
Contro tutti difendere vorrebbe il suo operato.
Sicché ora non si periti ad ambi rivoltarsi
Chi contro il grande organo temesse ribellarsi,
E avendo in me a spregevole l’amoroso pensiero,
Rispetterebbe il demone in esso dell’impero.

LEONE.
Ma quel dirsi a ogni anelito vostro così ossequioso…

PULCHERIA.
E’ solo un no più morbido, un po’ più rispettoso.

LEONE.
D’una gloria chimerica quali mai illusioni,
E di dura politica aspre valutazioni
In quel cuore, mio intrinseco, ma che invano ho incantato,
Mi rendono il più amabile e il meno rispettato?

PULCHERIA.
Amore in me – fermatevi! – vien solo dalla stima.
So quant’è grande l’animo che la virtù sublima,
Un cuore, e un pari merito ai miei progenitori;
E gli stess’occhj avessero pure quei senatori…

LEONE.
Costoro là si lascjno; di chiedervi m’arrogo,
Signora, il felicissimo cui devo lasciar luogo,
Di chi ho da farmi l’emulo per esser possessore
Un dì d’orgoglio autocrate del premio equo d’amore.

PULCHERIA.
Per me è troppo difficile; nominate voi stesso
Chi è quel felicissimo che sia ad amarmi ammesso;
Ma in voi le pene bastano, senz’addir gelosia.
Amo: e se la fatidica scelta voi non mi dia,
Mai nessun altro, è il minimo, a scorno d’ingiunzione,
Di me potrà mai essere l’assoluto padrone;
Le vostre mani prendano col giuramento il cuore.
Nient’altro v’è ad attendervi, salvoché imperatore;
Ma imperatore, uditemi, com’essere è obbligato,
Di signore col titolo imposto dal Senato,
Che d’un immenso popolo vi faccia il protettore,
E in uno, a un voto unanime, nomini a me un signore.
In assemblea li convoco proprio a voi nominare,
O a farmi sola & unica l’impero governare,
Senza più sottomettermi alla scelta fatale,
Se per voi non m’aggiudica il voto universale.
Signore, addio; di perdere temo la sicurezza
Su quanto gli occhj ispirano vostri a me debolezza,
E che in me pari spasimo al vostro dispiacere
Dall’amor mio spregevole sospiro abbia a ottenere.

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