875. “La macchinazione” (D. Grieco).

20 Mag

L’ho visto jersera (spettacolo delle 22.00.), in una sala in cui c’eravamo solo io, le poltrone, una ragazza e un ritardatario, che però è pure uscito in anticipo. Non so come stia andando, se stia avendo il successo che merita (dubito). E’ stato girato nel 2015., l’uscita è stata il 24. marzo, dunque ha meno di un mese di distribuzione nelle sale. Ma alla fine dei conti m’importa solo d’averlo visto.
Il fatto è che mi sembra un film veramente importantissimo. Per la parte principale è stato scelto Massimo Ranieri, e già questo mi sembra un colpo di genio, proprio per via di quella mascella, e di quella bocca così aride, quasi identiche – un colpo di genio perché io quella somiglianza, pur essendo, adesso, così evidente, non l’avrei mai colta, da me. Circa le qualità dell’attore si poteva anche dubitare, ma sentito (anche solo) quel baragouinage così tipico di PPP nell’intervista al giornalista francese, devo dire che la scelta è stata indovinatissima.

Peraltro, verosimilmente, l’ultimissima intervista a PPP fu fatta da un giornalista francese abbastanza sprezzante (c’era il video su yt, ma al momento non riesco a rinvenirla); il quale credeva che con la repubblica di Salò PPP avesse voluto riferirsi alla repubblica di Vichy. Di fatto l’intervistatore non sapeva che a Salò ci fosse stata una repubblica fascista, anzi, probabilmente (come il Pino Pelosi del film) non sapeva nemmeno che esistesse una località di nome Salò, e dato che tutto sommato il modello di PPP in questo caso era alla lontana il libro di uno di quelli che parlano con quelle espirazioni a pernacchietta, aveva pensato, scommetto, ad uno scherzo come “repubblica di Salaud” o di “Salaup”. Il PPP del film si fa spiegare che cosa voglia dire in francese, e il giornalista gli dice che vuol dire “figlio di puttana”. “Ma va bene”, annuisce vigorosamente PPP, in effetti questo erano: figlj di puttana. Nell’intervista, quella vera, con un sorriso enigmatico, quel gentiluomo, alla richiesta se si trattasse di una sorta di repubblica di Vichy, aveva risposto: “Può darsi”. Esattamente come quando l’intervistatore gli aveva chiesto: “Preferiva quando la insultavano per strada?”, e lui, con lo stesso sorriso enigmatico, aveva risposto: “Non lo rifiuto”.
Il film contiene anche Citran nella parte del biografo di Cefis (Giorgio Steimnitz), una parte un po’ più consistente delle altre sostenute da grandi attori, ma anche la Vukotic nella parte della Colussi lascia il segno (per la tenerezza) e l’autorevole vescovo di Bonacelli, una parte microbica, rimane impressa. Gli attori giovani, a partire da Pelosi, sono per parte loro eccezionali; i due pischelli, vicini al MSI, che s’incaricano di scippare le pizze di Salò alla Technicolor, e i due più grandicelli, il consumista e il sadico (perfetti); il regista milanese, la coppia di mafiosi dai tratti saraceni.

Ma è eccezionale il film, in tutt’i sensi.
Si basa su una ricostruzione dei fatti che s’avvantaggia delle indagini fatte in tutto questo frattempo; ma dal momento che le circostanze dell’ammazzamento, e soprattutto il perché dello stesso, rimangono misteriosi, non solo non si può evitare di fare ipotesi, ma quelle che si fanno sugli elementi via via appurati (a partire dalla relazione, che durava da qualche tempo, col Pelosi; non, dunque, una conoscenza occasionale) non solo non vincono per nitore risolutivo quelle già formulate, ma rendono ancòra più paranoica la ricostruzione.

Potrebbe apparire un difetto il fatto che Grieco abbia sposato la tesi complottista; non solo, ma che abbia collegato il ratto delle pizze, il MSI fortemente in crisi, Mattei, Cefis, Petrolio, la P2 & quant’altro in un unico disegno criminoso – la macchinazione, appunto, di cui nel titolo. In effetti concordo perfettamente con quello che Trevi aveva detto in Qualcosa di scritto: PPP non era addentro alle questioni dell’alta finanza, tutto quello che sapeva di Cefis era nella biografia – fatta scrivere da un concorrente -, rara, sì, ma pur sempre un libro a stampa, e dunque potenzialmente accessibile a troppi altri per poter costituire una vera e propria prova. Inoltre, se proprio avesse avuto informazioni che andassero di là da quello che poteva apprendere da un libello aziendale, non avrebbe esitato a denunciare direttamente le persone di cui si trattava. PPP non aveva, sicuramente, né l’istinto né l’indole del giornalista investigativo; la sua dimensione era quella del segno dei tempi, raccolto direttamente e attraverso il filtro della carta stampata. Non solo, ma nel caso costituito dai ‘poteri forti’ e dal loro groviglio, i nomi dicono poco: in effetti, come dimostra proprio la vicenda di Cefis, nomi e personaggj cambiano, si alternano, invecchiano, muojono – sono eliminati dalla scena, sostituiti. E’ il nucleo, il potere economico, tendente al monopolistico, ad essere lì, fermo, prima ad ispirare il fascismo, per poi mollare la presa, parzialmente, nel II. dopoguerra, e poi risorgere dai tardi anni ’70. e condurre alla situazione che viviamo oggi, in questo momento.
Potrebbe essere un difetto, dico, e però non è; perché, oltre ad essere filmicamente forse più centrato – è sempre meglio che il cattivo abbia un volto, o almeno emissarj -, ha anche una sua pregnanza simbolica. Non è verosimillimo che due stronzetti in motoretta riescano a razziare i laboratorj dove si stampa l’ultimo film di PPP; e nemmeno che si metta in piedi tutto questo macello per eliminare una figura che, per quanto controversa, non era né un magistrato, né un giornalista investigativo, né un competitore.

Sono troppi i segni, da raccogliere negli scritti tumultuarj del PPP opinionista, nel dialogo, e poi monologo, con i lettori, della sua crescente solitudine. Chiunque può colpirmi, scriveva assai per tempo, sono solo. PPP era la libertà che si era presa tutti gli spazj possibili mettendo a frutto le potenzialità di un’anomia, di un’informità, che poi era quella dell’infima plebe romana, che poteva costituire potenzialità infinite – anche se praticamente da sùbito, dalla primissima operazione importante fatta a partire da quest’esperienza, ossia dal 1954. di Ragazzi di vita, PPP comincia puntualmente e inesorabilmente a registrare i segni di degenerazione di questa sorta di stato di natura.

Sapeva, PPP, di non poter durare – anche fosse rimasto in vita, il suo assassinio sarebbe stato consumato proprio intorno al 1975., o uno, o due anni più tardi. PPP non aveva più spazj vitali possibili, e il suo omicida è stato in generale la società italiana, e il movente era molto semplicemente il fatto che PPP, da quella sorta di magister Italiae (“Compagno, chi è meglio secondo te, Victor Hugo o Dostoevskij?”) che era pur stato, era diventato, nella société de consommation dei tempi nuovi, un pezzo di merda qualunque, che si poteva schiacciare in pratica impunemente.

Il film comincia con una circostanza che è di quelle circostanze che dovrebbero mettere allegria a PPP, mentre il suo profilo nodding leggermente sembra dire più no che sì: il PCI tocca in quell’anno i massimi storici, sotto Berlinguer. Perché PPP non è affatto contento? Beh, perché il PCI, più si allarga e più dimostra di essersi completamente snaturato. Talché lo stesso PPP appare come esposto a una destrificazione (attenti: oltre al PPP dannunzianizzato, che lorda l’ed. critica Mondadori, anche il PPP politicamente involuto continua ad avere, grazie a qualche stronzo, la sua fortuna critica. Segno, ottimisticamente, che c’è ancòra parecchio da rileggerlo; o, realisticamente, che veramente non c’è più un cazzo, ma un cazzo da fare), come fraintendendo intende, in prima battuta, l’incazzatissimo (bravissimo) giornalista francese, e poi anche il ragazzetto con la lisca, incontrato al ristorante, che fa un peana della scuola, senza cui “sarei morto”, salvo poi chiedergli un autografo. E PPP, ossia Ranieri, ma pare proprio d’aver lui, con quella tolleranza indescrivibile, professore, “figlio”, comunista & pederasta, lì davanti, a dire al ragazzo “tu sei speciale” – e non è vero niente, ma l’importante è che lo dica. Sta di fatto che a destrificarsi era la sinistra italiana. La confusione ideologica che PPP si vede intorno è quella che gl’ispira una chiusura di Salò con un ballo, con tante bandiere rosse sventolanti – una scena che poi non si potrà fare.

Ma anche quella di cui non è direttamente testimone è significativa; l’ambizioso, feroce borgataro che dirige da ultimo l’uccisione, intendendo alla maniera sua, ha come film-feticcio Indagine su un cittadino al disopra di ogni sospetto, e il suo mito è Volontè – in quella parte; ma non doveva ispirare diffidenza e disgusto per quel personaggio? PPP, che in una fase centrale della sua produzione filmica faceva pellicole sciatte come sleazy, se non porno, conosceva bene il rischio dell’estetizzazione del male.

Intorno alla morte di PPP si annodano tante e tante di quelle fila che la descrizione filmica (secondo per secondo ma estremamente pulita) dell’esecuzione non può essere più breve di tanto. Avviene in tre riprese, in mezzo a tanta, tantissima gente. Pelosi, messo fuori uso dallo stesso PPP con un cazzotto, e inservibile fino alla fine, poraccio, i due pischelli delle pizze, i due più grandi, un altro, e i baraccati, che si vedono alla fine, aggrappati alla rete, a guardare e a fasse ognuno li cazzi sua. Alla fine dei conti è questa la conclusione, di là dai complotti, dall’intreccio troppo geometrico, troppo, in fondo, astratto.

Non riesco a levarmi dal cranio l’immagine (come molle e metallica) di PPP, ancòra agonizzante, ancòra lucido, mentre – è un’ingenuità – un incesto tra carri armati e pompe di petrolio lo accerchiano, e si muovono sui cingolati verso di lui.

E’ ingenua anche la visione, sul finire dell’incontro col giornalista francese, del futuro, con un plotone di gente palmarizzata, sullo sfondo di cascate di cifre, alla Matrix, su sfondo a cristalli liquidi – e dietro tutti il Giorgio Steimetz di Citran.

E’ ingenua la colonna sonora, cattolica e a tratti ridondante – e però è bella musica – dei Pink Floyd; come anche i titoli di testa con il corporale di quelle immagini un po’ michelangiolesche e un po’ alla Giger.

Non condivido, l’ho detto, la tesi complottistica, anche se, l’ho detto, rimango filmicamente possibilista. Ma è un’operazione così ricca d’amore, così totalmente significativa, così eccezionalmente scritta, diretta, interpretata, che nessun difetto mi sembra, in sintesi, un difetto.

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