871. PULCHERIA, Atto II. – fine.

14 Mag

Scena III.
MARZIANO, GIUSTINA.

MARZIANO.
Pericoloso spirito! E quanto poche pene
Gli costerebbe il togliere fede e amore ad Irene!
Tra di Leone gli emuli è l’anima più oppressa,
Dei piani suoi il proposito non a tutti confessa.

GIUSTINA.
Signore, si dà il còmpito l’impero di proteggere.
Di Pulcheria disfatevi, e poi fatevi eleggere:
Chi non pensavo includere di tra i miei fidanzati
Può qualche peso togliervi di tanti e tanti stati.

MARZIANO.
E’ un uomo, e io desidero che un giorno ti sovvenga,
Con cui v’è solo a perderci, salvo lo si prevenga.
Ma Leone già eccoci, vanterà il suo favore:
Di costanza tu àrmati, prepara un forte cuore;
E da qualunque turbine sia quello in te sconvolto,
Contro il suo gran disordine atteggia a calma il volto.

Scena IV.
LEONE, MARZIANO, GIUSTINA.

LEONE.
Signore, avrete a crederlo? Io sono rovinato.

MARZIANO.
Signore, ripetetemi; ho io bene afferrato?

LEONE.
Non sfuggo alla catastrofe, ogni speranza è andata.
Da Pulcheria fui in visita, non trovai che un’ingrata:
Quando credo conquiderla, è allora che mi sfugge;
E i miei servigj il porgerle, quest’è che mi distrugge.

MARZIANO.
Ma Signore, spiegatevi, parlate apertamente;
Volle qualch’altro scegliere?

LEONE.
No, eppure è diffidente:
A me non sa decidersi la speranza a levare,
Ma tempo si vuol prendere, calma deliberare.
Le scelte sue m’escludono, visto ch’ella rimanda:
Dove v’è ancòra a scegliere, l’amore non comanda;
Né io so ripromettermi più che a me serbi il cuore,
Quando per me chi perora è solamente amore.
Ah! Signora…

GIUSTINA.
Illustrissimo…

LEONE.
L’avreste mai creduto?

GIUSTINA.
L’amore che delibera già la vittoria ha avuto,
E se d’un vero merito s’è già fatto un sostegno,
Motivo non può esistere di favorirlo degno.
Sovente gli è gradevole mostrare intolleranza,
E finge di recedere quando invece più avanza:
E questo amaro attimo più dolce il frutto mostra.
Amate, e fate esprimere anima tutta vostra.

LEONE.
Tutta mia! La catastrofe mia è fin troppo un dato;
Il colpo prevedendone, me ne sento schiacciato.
Più andava giurandomi una vera affezione,
Più in me faceva crescere téma la sua ambizione:
Tra i due m’era impossibile scernere il prevalente;
Ma purtroppo è verissimo, è d’ambizione ardente;
E se il cuore parlandole va ancòra in mio favore,
Va il trono disdegnandomi ad onta del suo cuore.
Signore, voi parlatele; dite di me, Signora:
Tutto v’è in lei possibile, vedete che l’accora.
Le fiamme mie pingetele, le sue le rammentate;
Ai conversari amabili quel cuore riportate;
E se v’è concepibile del cuore mio l’ardore,
Risovvenir voi fatele che anche per me ebbe amore.
Tramò ella medesima per vedermi sovrano:
Ero, senza quel titolo, indegno alla sua mano;
Ma se non posso avercelo, quel titolo allettante,
Signore, ad altri s’imputa che all’umor suo cangiante?
Contro me inorgogliendosi se ne deve valere,
Se in trono solo a scorgermi non ha che da volere?
Volle il Senato accogliere di lei la scelta mia
Perché d’amore l’opera fosse la signoria;
Sa che in lontana epoca piacque a colei amarmi;
Per questo, nominandola, credette nominarmi.
Signore, andate, e ostacolo ponete alla spergiura;
E fate che un autocrate sia vostra creatura.
Oh quanto vorrei cedervi quel nome facilmente,
Se amante senza titoli fossi felicemente!
Poiché il mio amore, al termine, vuole solo costei,
E ambire gli è impossibile se non quel che vuol lei.

MARZIANO.
Entrambi dunque andiamovi, Signore, a far vedere
Come meglio s’adopera l’assoluto potere.
Ma moderate l’impeto ora di quelle pene;
Ristorate gli spiriti per parlar con Irene.

LEONE.
Irene? Per suo tramite son tradito, perduto.

MARZIANO.
Prestò a un fratello l’opera, fece quel che ha potuto.
Poteva ella attendersi forse la cattiveria
Fatta al vostro bel palpito dal fasto di Pulcheria?
Oso così parlarvene, ma questo stia tra noi.
Più dolce e più trattabile renderla saprem poi,
Il cuor suo restituendovi, e l’imperiale onore.
Andate.

LEONE.
Mio e suo tramite ah foste voi, Signore!
Addio: voi siete l’unico nel quale ormai avanza
Per me soltanto un ultimo lacerto di speranza.

Scena V.
MARZIANO, GIUSTINA.

MARZIANO.
Vedi, Giustina, eccoti l’avventurato ostacolo
Di cui parve il tuo palpito presagire il miracolo.
Io non voglio combatterti, in codesta occasione,
Se adesso tu fantastichi su qualche divisione;
Ma témi tu d’un’anima troppo ardita l’insidia
Di fare al loro palpito la minima perfidia:
Il mio crede che l’esito cotanto lo riguardi
Da far sì ch’io auspichi morire un po’ più tardi.
Ma con che fronte, al termine, da noi sia a saper dato
D’un amore il pericolo, veduto appena nato,
Di cui entrambi essere potemmo i confidenti,
Cui formammo, può essere, i dardi più cocenti?
Di tutti i loro spasimi è un renderci colpevoli:
Come amici serviamoli, come amanti onorevoli;
L’amore quand’è autentico non è mai interessato.
Andiamo, ho il tutto a compiere come l’ho cominciato:
L’esempio segui, e un’anima mostra benefattrice
Come in virtù sa prendere di che farsi felice,
Crede il suo onesto obbligo solo soddisfacente,
E mai si dà al pericolo di rinfacciarsi niente.

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