870. PULCHERIA, Atto II., Scena II.

13 Mag

Scena II.
MARZIANO, ASPARE, GIUSTINA.

ASPARE.
Signore, insieme a metterci riuscì il vostro suffragio;
Quanto a cent’altri facile non è, v’uscì con agio;
Ma seppi che si mormora, e al dubbio v’è materia
Che malumori susciti la scelta di Pulcheria.

MARZIANO.
E che mai fa presumere con questa sua incertezza
Che avrà alcunché da scorgervi di scorno, o d’amarezza?

ASPARE.
Che n’è Leone l’intimo; suo sposo ella vuol farlo.
Nessuno v’ha che dubiti.

MARZIANO.
Come altri, ho anch’io a pensarlo.
Ma da ridir che trovano, e quale diffidenza…?

ASPARE.
Temono, essendo giovane, la troppa inesperienza.
Signore, si consideri quanto s’ha da rischiare:
Chi solo prese ordini mal saprà comandare;
Né provincia né esercito mai sotto sé ha avuto.

MARZIANO.
Buon suddito, mai principe cattivo è divenuto;
Male a noi rispondessero tante promesse sue,
Pulcheria serenissima assai ne sa per due.
In nulla può sorprenderci veder ricapitato
Quel che Teodosio in quindici anni ci ha dimostrato;
Era un principe debole, spirito mal formato,
Pure, con lei a reggerlo, ha bene governato.

ASPARE.
E tuttavia sei restano generali d’armata
Che al comando hanno l’indole a fondo accostumata:
Vorranno essi ricevere forse ordini sovrani
Da chi sempr’ebbe a prenderne di loro dalle mani?
Signore, è assai difficile sotto un signore stare
Cui già si diedero ordini, e avrebbe a sottostare.

MARZIANO.
E chi può garantirmene, che quei sei generali
Più uniti star potrebbero sotto uno degli eguali?
Più un similare merito ai titoli ci chiama,
E più i maggiori soffrono di qualche invida brama.

ASPARE.
Riuscii insieme a metterli, Signore, e se bramate
Persone, eccome, esistono ancor più segnalate:
Vorran la scelta accogliere, e, tutto acché sia detto,
Al mio zelo affidatevi, e voi sarete eletto.

MARZIANO.
Me, Signore, decrepito, e che la tomba attende!
Aver due dì un autocrate non è quel che s’intende.
So se gli scettri pesano, le forze mie conosco,
E a queste ésche inutili forza non riconosco.
Gli anni che m’usurarono corpo ed ingegno greve,
Entrambi crollerebbero allo sforzo più lieve;
Morte, che a questo tramite vedreste anticipata,
A quei pari ha da rendere la prima idea pensata,
E sarebbe una misera e sùbita occasione,
Per lo Stato, al ripetersi di nuova divisione.

ASPARE.
Onde evitar catastrofi eventualmente nate,
Le funzioni a dividere un genero chiamate,
Per poi, in trono instauratolo, Cesare nominare.

MARZIANO.
Occorrerebbe un genero colle virtù d’Aspare;
Ma l’amor vostro è in vincoli, sarebbe delittuoso
A infedeltà convincere cuore così virtuoso.

ASPARE.
Io amo, ed impossibile sento per me il cambiare;
Pure altri vi direbbero potervi accontentare,
Anche quando nutrissero la più folle passione,
Tosto sacrificandolo a pro della nazione.

GIUSTINA.
Chi ad amarmi s’obblighi per giovare allo Stato
Certo questo mio animo non troverà mai ingrato,
E grazie vorrei rendergli per me e tutto l’impero;
Ma nulla vi può scuotere; e, a dir meglio il pensiero,
Per quanto il bene pubblico mai possa reclamare,
Io non potrò mai essere chi vi farà cambiare.

MARZIANO.
Leone si consideri di nuovo. Non m’è chiara
L’eco a noi sfavorevole che la scelta prepara.
Ché chiunque, vedendovi a sua sorella stretto,
Può ben temerne l’egida, se a lui non ha rispetto;
Se ancòra esser può valido in alcunché il mio ajuto,
Il mio consiglio abbiatevi, come ha Teodosio avuto.

ASPARE.
Ognuno potrà essere di noi su ciò smentito.

MARZIANO.
Ma perire è plausibile per il miglior partito:
A me non potrà togliere che una morente vita,
Presto dagli anni, e spasimi pertinenti, rapita.
Per voi, che d’altro spirito questo rischio guardate,
Avete più da vivere, e più affinché brighiate;
Né voglio fare ostacolo, presso la principessa,
Che il vostro zelo sfolgori quanto più s’interessa.
Fatele pur conoscere tutto quel che credete,
Della scelta esprimetele quello che prevedete,
Sincero proponendole quello che debba fare:
La verità le è amabile, vi potrebbe apprezzare.
Come lei ch’io modifichi allora il mio sentire,
Tenendo pronta l’anima il comando a obbedire.

ASPARE.
Di tra i detti veridici qualcuno ne rimane
Che non è il caso esprimere dinnanzi alle sovrane:
Quelli da noi pretendono abilità, ed ascendente
Soltanto rinvenibili nel ministro prudente:
Da voi, sarà più valido di zelo ciascun segno.
E io, con voi aprendomi, con lei mi disimpegno;
E in questo luogo al termine giunto l’ufficio mio,
Vi lascio padronissimo, e mi ritiro. Addio.

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