869. PULCHERIA, Atto II., Scena I.

12 Mag

ATTO SECONDO.

Scena I.
MARZIANO, GIUSTINA.

GIUSTINA.
Fatta pertanto autocrate la gran Pulcheria fu,
Signore?

MARZIANO.
S’ebbe a rendere giustizia alle virtù.
Leone proponendola, quando io l’ho imitato,
Vidi all’inverosimile esaltarsi il Senato;
Esso ha ridotto sùbito tutte le voci ad una,
A un tratto sbarazzatosi della folla importuna,
Di tanti e tanti emuli gl’inquieti desiderj,
Che di regnar l’anelito spingeva ai ministeri.

GIUSTINA.
Leone così eccoci confermato all’impero.

MARZIANO.
Fu il Senato, è da ammettere, a eleggerlo in pensiero,
E contro i grandi titoli dei suoi competitori
Freddi avrebb’egli, giovane, trovato protettori:
Non che gli manchi il merito; da magnanimità
Più avrebbe a ripromettersi, con un po’ più d’età;
Precoci non si videro mai tante imprese rare;
Ma l’esperienza, e a incarichi maggiori l’arrivare,
Altamente chiamandosi generale d’armata,
Quel onde un nome celebre la fama è incrementata,
Questo vuol la sua epoca; ed oggi fa l’amore
Quel che doveva compiere un giorno il suo valore.

GIUSTINA.
Signore, ahimè!

MARZIANO.
E che t’obbliga, mia figlia, a quell’ahimè,
Di quanto or ora dettoti dal padre tuo, da me?

GIUSTINA.
Dell’impero l’immagine in mani giovinette
Per lo stato in quest’anima il compianto mi mette.

MARZIANO.
In pro del bene pubblico ben raro è si sospiri,
Senza un arcano spasimo a unirvi i suoi martirj:
Mutualmente si occultano, e dàn speciosità;
E piangere è impossibile lo Stato alla tua età.

GIUSTINA.
Alla mia età l’emettere sospiri è un dirsi amanti;
Sospiraste in identico modo voi, poco innanti,
Signore; e osassi esprimermi così al mio genitore…

MARZIANO.
Alla mia età è implausibile il sospirar d’amore,
Lo so, ma ognuno, al termine, ha qualche sua miseria,
Per Leone hai del tenero?

GIUSTINA.
Amate voi Pulcheria?

MARZIANO.
Fammi il favore, e scordati d’averlo indovinato,
A un sospetto non credere che un sospiro t’ha dato.
Gli amori nei miei simili non sono mai scusabili:
Per poco ci si esamini, ci si tien deprecabili,
Ci se n’odia, e lo spasimo che non s’osa scoprire,
Ancòra più fa gemere nasconder che soffrire;
Ma confessione fartene, è non aver parlato;
Ciò cui il rispetto t’obbliga, che amicizia t’ha dato,
E quel che il sangue implica per quanto ti concerne,
Di tacere t’impongono con leggi sempiterne.
Amo, e in dieci anni il palpito mio e la mia pazienza
Al cuore malinconico fanno eguale violenza:
Ragione ben sto a intendere, i detti ho ben graditi,
Ma i detti meglio uditine sono i meno seguìti.
In men d’un dì in cento attimi risano e poi ricado;
Cento volte opponendomi, cento volte giù vado:
Tanto la calma ipocrita, che mal cerco studiare,
Presso un oggetto nobile tanto deve sfumare!

GIUSTINA.
Perché quel serto porgerle voi, sapere vorrei,
Se questo al suo amatissimo Leone è assegnar lei?

MARZIANO.
In età frusta, sappilo, com’è la mia, a formare
Auspicj sfavorevole, e ad alcunché accettare,
Quel ch’ama, senza prenderne nulla, coltiva amore,
Nulla per sé chiedendone, anche contro il suo ardore.

GIUSTINA.
Perché, se non v’è anelito, quel farvi sospiroso?

MARZIANO.
Non è che il non pretendere renda meno geloso;
Le brame affievolendosi sul fine della vita
Alcun’occhiata invida non hanno mai impedita,
Quando può il nostro merito darci molto valore,
Mentre un’età più giovane coglie l’intero onore.
Quanto il solo rivolgersi ai nostri più begli anni
Nelle vessate anime allora getta affanni!
“Ahimè, il non poter nascere qualche lustro più tardi!”,
Mi dicevo, “ella volgermi potrebbe d’altri sguardi,
Gli dèi non opponessero presso la sua altezza
Dell’amore all’eccedere mancar di giovinezza;
Tra tante e tante anime che forzano ad amare
Dovevo esser l’unico che nulla ha da sperare?”
L’amai quand’ero giovane, e non riuscivo ingrato:
Talora che cercassero di piacermi s’è dato;
Puntare era possibile al cuore più innalzato;
Ma ahimè! ch’ero ben giovane, e il tempo è ormai passato;
Il ricordo m’esanima, e mai ch’a tornar m’abbia
Senza, se dirlo è un obbligo, una sorta di rabbia;
Si scaccia, e cento inutili cose poi si progetta;
Sempre più a fondo a immergersi va in cuore la saetta;
E il fuoco che, arrossendone, ci s’ostina a reprimere,
Cresce più ci s’adopera con ogni sforzo a opprimere.

GIUSTINA.
Tanto edotto coll’essere dell’amoroso scorno,
Signore, fare ostacolo potevate al ritorno,
E contro le sue tattiche levare più baluardi.

MARZIANO.
E potevo guardarmene come tu te ne guardi,
Io, figurato essendomi che la decrepitezza
Mi fosse salda egida di contro alla bellezza?
Presi tranquillo incarico di servire costei,
Fiero del pelo candido, forte degli anni miei;
E soltanto convintomi di fare il mio dovere
Eccomi amante fattomi, senz’averlo a sapere.
L’anima mia, dal palpito presa incurantemente,
Gelosia non mostrandosi, non ne saprebbe niente:
Chiunque avvicinandola voleva a me strapparla,
Chi avesse un motto a volgerle cercava a me levarla;
Ch’ella potesse essere troppo bella tremavo,
Tutti più degni essendone, io tutti quanti odiavo,
E m’era intollerabile quando d’altri vedevo
Bene così invidiabile, cui in nulla pretendevo.
Che supplizio è mai il palpito per oggetto adorabile
E in mezzo a tanti emuli vedersi il meno amabile!
Di tutti insieme ardere più, né altrettanto osare,
Per quanto ardenti siano, le fiamme palesare!
L’amore dal mio spasimo avrebbero veduto
Ma d’imbarazzo a togliermi la paura ha saputo.
Pulcheria serenissima m’ardesse pure il cuore,
Mi fu tornar possibile solo da servitore:
Feci di più, gli aneliti di Leone appoggiai,
Gli diede colei l’anima, credito guadagnai,
E riuscii a dissuaderne di darsi a lui il disegno
Salvo all’impero fattosi o signore o sostegno.
E a rendere impossibile quell’imeneo funesto,
Leone senza assistere, distrussi tutto il resto;
Ponendo un lungo termine dell’amore al successo,
Prima del giorno misero sperai morire io stesso.
Ed ora, figlia, eccoci, e almeno è gioja mia
D’aver al suo gran giubilo schiuso l’unica via.
Io morirò nell’attimo che n’abbia fede lui,
Ma questo ho a consolarmene: di tutto autore io fui.
Per tanto ebbi a nascondere la pena che mi strugge,
Che, pur col male fattomi, svanisce adesso, e fugge:
L’amarezza si mitiga mentre il racconto è svolto.
Colla tua fa il medesimo; son io che adesso ascolto.

GIUSTINA.
Un motto sia bastevole, Signore, al non tacere;
Di padre e figlia il nascere un astro ebbe a vedere;
E ho detto. Compatitemi, se l’imprudente ardore,
Presto in nulla a dissolversi, rispetta il mio pudore.
Sono giovane, e il palpito d’amore anima ha presa
D’arte e cure manchevole a oppor la sua difesa;
La principessa, amandomi, schiudendo a me ogni arcano,
Contro me andò prestandogli dardi cui scudo è vano,
E le ragioni tramite cui in sé avvivò l’ardore
Dardi altrettanti m’erano a traversarmi il cuore.
L’esempio suo facendomi legge, non so perché,
“Amante che la merita merita ancor più me”,
Dicevo, “e avesse ad ardere per me come per lei,
Il suo zelo ricevere con più bontà vorrei”.
Più andava ritraendone le rare qualità,
Più i sensi lusingavano soavi vanità.
Il presagio infallibile d’un illustre futuro
Che in volto a lui può scorgersi in modo così puro,
Di quel che vidi crescere di giorno in giorno onore
Del mio era meritevole, come d’altrui amore:
D’imenei felicissimi ogni parte accordata
Non toglieva che giungere dovesse la gran data:
“Può un imprevisto ostacolo sfar le dolci catene”,
Soggiungevo, “e dei palpiti ragione il tempo ottiene”.
Era questo ad infondermi questo sogno gradito,
Di cui fin oggi l’animo ardente s’è nutrito;
Il cuore mio, ostinandosi, non disperando in niente,
Se ne faceva a ogn’attimo passatempo attraente.
Quanto il sogno è piacevole, quando il cuore ferito
Intorno a quel cui spasima è tutto riunito!
Signore, v’è ben cognito, e come a ogn’ora piace
A un non so che piacevole turbar la nostra pace:
Sonno d’irrequietudine sopra un confuso nembo
E’ di piacenti immagini inesaurito grembo,
E da storie ingannevoli speranze è partoriente
Che il risveglio estasiandosi ammira, e mai non smente.
Così, già presso ad essere da gran disgrazia oppressa,
Il pensiero scartandone, ingannavo me stessa;
Ma bisogna respingere così gentili inganni;
E, Signore, ora identici ai vostri provo affanni.

MARZIANO.
Altri t’è amar possibile, vantaggio che non ha,
E che non può permettersi chi ama alla mia età.
Chiunque tu desideri, per te ottenerlo bramo.
Ma Aspare avvicinandosi sta a noi: che ha a dire udiamo.

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