868. PULCHERIA, Atto I., Scc. III.-V.

9 Mag

Scena III.
IRENE, LEONE.

IRENE.
Signore, non parlate;
Che debba io rivolgervi la parola aspettate?

LEONE.
Io non so come esprimermi, sorella, a dire il vero;
M’è amico Aspare, palpita per voi, freme l’Impero;
E s’oggi commisurano le parti d’ambedue,
Pulcheria le mie perora, il merito le sue.
Voler ch’abbia a respingere quel titolo a mia posta
E’ una domanda volgergli indegna di risposta;
E io non oso attenderlo dall’affetto tra noi
Senza un bene pretendere che ha da spartir con voi.
E questo è quel che m’obbliga a rimanere tacito;
Ogni pensiero a offrirvisi mi chiede un beneplacito;
Se non mi fu insoffribile che avesse il vostro cuore,
Vi soffrirò sollecita del pari al suo splendore.

IRENE.
Pure, non riesco a cogliere che frutto n’ho da attendere.
Quanto al trono, egli ha titoli certi per cui pretendere;
Di voi e ogn’altro emulo ben più vi può puntare,
Ma ch’abbia parte a farmene, io n’oso dubitare.
Amore protestandomi, di fatto mi frastorna,
Alle nozze ogni proroga sempre altra scusa adorna,
E v’ama con tale impeto, posto che gli crediate,
Che lieto non sa essere, se lieto voi non siate:
Ma a lui sapervi prospero non molto poi interessa;
Ma sapendo che spasima per voi la principessa,
Resta a guardar qual esito avrà il suo grande piano,
Sposa solo accettandomi sorella d’un sovrano.
Così due anni scorsero, vedete, e lui rimanda,
E a Pulcheria, a ingraziarsela, assai si raccomanda,
Seguendone con scrupolo ciascuna imposizione;
L’aver voi in ogni incarico in sua giurisdizione
Sempre da un gran pericolo la testa minacciata,
M’ha già, a nostro proposito, mezza disingannata;
L’amico da promuovere, distruggere il rivale
Forse in ciò contrastavano con pertinacia uguale.
Ma ormai è giunta l’epoca che costui si dichiari;
E i suoi sforzi benevoli con ciò saran ben rari,
Se a questa prova vistosi, data la sua ambizione,
Contro il suo stesso utile a servir voi si pone.
Forse ha alcunché a promettere; ma per quanto prometta
Rimanga la nostr’anima, Signore, circospetta;
Gli affetti suoi gl’ispirano riguardi così scarsi
Che controvoglia autocrate, vedrete, anche sa farsi;
Amor di me in quell’attimo comunque vi s’opponga,
Di Teodosio ai posteri d’uopo è ben ci s’apponga,
Il Senato obbligandolo gli occhj a stornar soavi
Dov’è Pulcheria, a metterla sul trono dei suoi avi.
Dov’è lo scettro ha l’anima, splenda a chi vuole in mano:
Per sua figlia un sol palpito sarà, se l’ha Marziano;
E il fratello carissimo, e la sorella amante
Speranza di succedergli gli leverà d’innante.
Sul fato mio, e qui termino, tuttora in dubbio sto;
Se gioje a voi si negano, per me io non ne avrò.
Amor di me è già cenere, né amico a voi è dato
Salvo ch’egli abbia a scorgervi sul trono confermato.

LEONE.
E’ aver concetto pessimo d’un eroe che v’adora.

IRENE.
Io credo di conoscerlo come me stessa ancòra;
Credetemi; e tenetevi lo scettro in mano stretto.

LEONE.
Sorella!

IRENE.
Ha vostro ad essere, a suo e altrui dispetto.

LEONE.
Tempo non v’è da perdere; sollecita istruitemi,
La via che può condurmivi velocemente apritemi,
Se il vostro fato prospero dal mio è dipendente…

IRENE.
Del segreto istruitevi di non arrischiar niente.
Per voi non esponetevi; troppi altri se ne dànno
Che più di voi dell’opere loro vanto si fanno,
Che più elevati incarichi han meglio segnalato,
E, francamente a esprimersi, serviron più lo Stato:
Li battete, è possibile, per magnanimità,
Però a voi mancarono l’occasione e l’età;
Comandaste, ma agli ordini solo dei generali,
E non siete autorevole come i vostri rivali.
Pulcheria proponetegli; e lei potrà con agio,
Lo vedrete, in un attimo attrarsi ogni suffragio:
Vivo il fratello, a reggere fu il regno lei, di fatto;
L’Impero dai suoi ordini ogni sua base ha tratto.
Per quindici anni fecero a lei tutti obbedienza;
Fate che, conservatala in quell’onnipotenza,
Abbia il Senato a esigerne lo sposo in cambio poi:
La scelta sua è possibile che tocchi altri che voi?
A un’azione più splendida pensare io non potrei,
Servo amore che in debito si voglia in tutto a lei.
L’amore deve accrescersi, così, farsi più forte;
Servirete, servendola, la vostra stessa sorte.

LEONE.
Consiglio più salvifico per me non v’è, e più bello;
Mai sorella più utile si rese ad un fratello,
Marziano felicissimo sarà, il consiglio udito,
Lui ch’uno non può porgerne ch’è sùbito seguìto.
A Pulcheria promettere volle che ai casi miei
Tutto osa porre in opera, se a comandarlo è lei;
E, creatura essendone, mano darà costante
Più a favorir l’autocrate che a favorir l’amante.

IRENE.
Per poco che s’adoperi, sull’esito non sbaglio.

LEONE.
E’ Aspare; concedetegli, sorella, uno spiraglio;
Fate che…

IRENE.
E’ quella un’indole che occor meglio gestire;
E’ por tutto in pericolo volersi a lui scoprire:
Egli è ambizioso, ha tattica, e inoltre è in tale onore…

Scena IV.
LEONE, IRENE, ASPARE.

LEONE.
Perdòno devo chiedervi se vi lascio, Signore;
Ma sia pretesto valido alla mia scortesia
Mia sorella lasciatavi, più grata compagnia.

ASPARE.
Signore, ho a ringraziarvene, ma in questa contingenza
Con voi mi corre l’obbligo di breve conferenza.
Del mondo è a noi decidere oggi che v’è da fare;
Ve ne riguarda l’esito, e me può riguardare;
Se i miei amici mancano d’unirsi con i vostri,
Divisi, passar possono ad altri avversi ai nostri.
Allora concertiamoci; né gelosia tra noi
Turbi il piano politico, voi di me, io di voi;
Giuriamo che eleggendosi di noi due chicchessia,
L’altro collega autocrate da lui chiamato sia;
E, per assicurarcene, vediamo chi dei due
Tanti voti giustifica grazie alle virtù sue;
Che nome sia più idoneo ad implicare il resto.
Per me, sono prontissimo, e fin d’ora v’attesto…

LEONE.
Sul mio nome, s’è a scegliere, il vostro è in gran vantaggio;
E saprete, io non dubito, farne l’uso più saggio.
Fuorché con voi, pericolo vedrei in ogni intesa,
Signore, e a voi unendomi mai temerei offesa;
Fede vorrebbe farvene quant’amicizia è in me;
Ma ogni atto ch’ho da compiere Pulcheria avoca a sé:
Posso se lei me l’ordina, se non lo fa non oso.

ASPARE.
Certo, ci fosse a scegliere il più fido amoroso,
Tutti sapreste battere, senza contraddizione;
Ma qui è assai dissimile, Signore, la questione.
Il più ammaliante impeto della galanteria
Non può…

LEONE.
E che ho da dirvene? Amo Pulcheria mia;
Né vantando altro merito che la possa acquistare,
Spero nel dolce titolo, e me n’ho da fregiare.

ASPARE.
Non donna, rammentatevi, ma un trono è qui la posta.

LEONE.
Io penserò a trasmetterle, Signore, la proposta,
Ben più di me ella ha pratica dei bisogni di Stato.
Addio; vogliate attenderne la risposta in Senato.

Scena V.
IRENE, ASPARE.

IRENE.
Molto amore è in quell’anima.

ASPARE.
Sì, Signora, e, ho idea,
Pulcheria con ben valido motivo se ne bea:
Ma trovavo auspicabile che in questa situazione
Gli amori si accordassero meglio coll’ambizione,
E amico dimostrandosi, men prono ai vezzi suoi,
Consentisse a non spingerci a batterci tra noi.
Voi testimone siatene, volli un patto proporgli,
Vi sarei sempre amabile, l’armi osando deporgli,
Io che più sono in debito di cure alle fortune,
Quando amore va a metterle tra noi tutte in comune?

IRENE.
Signore, il mio, col cedere a voi tutto il mio cuore,
Mano non pensò stringere d’alcun imperatore:
Senza darmi quel titolo poteste esser felice.
Ma di Leone è arbitra piena l’Imperatrice,
Cui il fasto della nascita non senza gran motivo
Sposo fa che non tolleri di quel gran nome privo.
Prima che il mio carissimo fratello colei sposi,
Deve il potere giungersi con i sensi amorosi,
E che il titolo massimo acconcio dia splendore
Al segnalato merito, e agl’impeti d’amore.
Amore è in voi bastevole a non farvi contrario
A ciò che lieto a rendere Leone è necessario?
Voi che poteste, amandoci tanto, serenamente
Avverso dirvi ad esserlo, or ora, lui presente,
E che meglio conoscere assai meritereste
Che s’egli non vuol esserlo, male voi lo sareste?

ASPARE.
Questo è tropp’oltre spingersi, in voi già audace parla
La sorella d’un despota, che induca me a lasciarla.
Io v’amo, e del mio palpito non arse mai più bello…

IRENE.
Signore, è amore che ordina di perder mio fratello?

ASPARE.
Dovrei io forse perdere in onor suo il mio onore?
La mia letizia mettere a questo prezzo, è amore?
Io che tre campi a cedere forzai, venti muraglie,
Io che in dieci anni vincere seppi sette battaglie;
La fama mia si merita che formi leggi a lei
Chi ha comandato agli ordini o di Procopio, o miei?
Sia io a volerlo autocrate, e da me stesso d’onte
La corona mancandomi, aggravi a me la fronte?

IRENE.
Non sono irragionevole, da voi io non pretendo
Che amico a dimostrarvigli voi v’andiate avvilendo.
Già per Oreste Pilade assai di più si spese,
Pure è passata l’epoca di similari imprese;
Le disdegna il grandanime, il secolo è cambiato;
Amar s’è stessi è un obbligo sempre più inderogato,
E alle virtù dell’epoca ogni anima ossequente
Dei vecchj eroi mal giudica l’indole sorprendente.

ASPARE.
La mia gloria è in pericolo; quanto all’età passate…

IRENE.
Signore, essa può essere là dove non pensate;
Se anche il giusto a credere speranza vi portò,
Per la gloria il pericolo sta nel rischiare un no.
Pulcheria ha il poter massimo, quindi ne ha più di voi;
Vi sian dunque temibili gli odj, e gli sdegni suoi.
Del suo amore è sollecita, e i suoi fastosi modi…

ASPARE.
Autocrate m’eleggano, chi teme più i suoi odj?

IRENE.
Ma s’altri designassero, proprio sotto i vostr’occhj,
Cui il venerato titolo ad onta vostra tocchi,
Oh turbamento! Oh spasimo! Dall’onta riportata
Nulla più avrebbe a tergere la gloria deturpata!
No, Signore, credetemi, non andate in Senato,
Solo dalle grandi opere siate raccomandato;
Senz’altri che cospirino, sarà più gloria certo
Vedervi ai piedi stendere da loro quel gran serto;
Dal vostro solo merito la scelta sia guidata,
Senz’averla, mostrandovi, coi detti mendicata!
Procopio avesse a coglierla, o Leone, o Marziano,
A voi il tronfio proposito s’imputerebbe invano,
Di screditare libero tutti quei vostri amici
Che incauti e troppo fervidi formaron quegli auspicj.

ASPARE.
Son sentimenti nobili, cui è duro rispondere,
Signora, s’è pur obbligo, senz’aversi a confondere:
Vi scorgo molto spirito, ma ancor più d’artefatto;
Ma quel che posso dirvene di fretta, e in stile piatto,
Saper cose in non facile materia & tali, & tante
Fan la sorella un angelo, terribile l’amante.
Ma l’ora è tarda. Statemi bene; vado a vedere
Amici che san mettere la gloria col dovere:
Il Cielo, loro tramite, mi dia qualche contezza
Su come l’una mettere coll’altra in sicurezza,
Sicch’abbia quel che merita ciascuno, a gaudio mio,
Voi, il fratello carissimo, la Principessa, & io.

IRENE sola.
Perfido, non puoi giungere dove il tuo sogno avanza.
T’ho penetrata l’anima, vidi la tua speranza.
Dell’amore giuratomi io vedo l’illusione;
Ma a te sia intero l’esito solo di confusione.

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