867. PULCHERIA, Atto I., Scene I.-II.

7 Mag

PULCHERIA.

ATTO PRIMO.

 

Scena I.
PULCHERIA, LEONE.

PULCHERIA.
V’amo, Leone, e chiuderne non voglio in me il segreto:
Fiamma alla mia consimile non pone al dir divieto.
V’amo, ma già non palpito io di quel folle ardore
Che l’occhio, che s’abbacina, tiranno fa del cuore,
Non d’amore che figliano i sensi nel tumulto,
Al quale applaude l’anima in modo a sé inconsulto,
Che dando solo nascita a ciechi desiderj
Vien tra i favori esanime, e muore tra i piaceri:
Quella che nutro solida, generosa passione
Ha la virtù per anima, per guida la ragione,
La gloria per anelito, e in vostra potestà
Vuole me e il mondo mettere in pari chiarità.
Teodosio mio avolo, Arcadio mio parente,
Dell’Impero anni quindici mio fratello gerente,
Del regno l’abitudine, l’orrore di scadere,
Nello sposo volevano pari trovar potere.
Io degno volli credervi; nella speranza mia,
Che inclinazione amabile mi mutò in garanzia,
Di tutti quegl’incarichi ch’ho fatto in voi cadere
Nessuno v’ha che confuti il giusto antivedere.
Presto le imprese nobili ci schiudero un impero;
Annuì il fratello all’ergermi nel primo mio pensiero:
Volle egli parte farvene, tutta io fui per voi;
Ma, sventurato principe, morì presto per noi.
L’impero è disponibile; ed il Senato insieme
Un capo deve scegliere al gran corpo che freme,
Di cui e l’Unno e il Vandalo, ed il Goto, & il Franco
Il complesso sconvolgono, e van straziando il fianco.
Leghe e partiti sorgono dovunque nel reame,
Ciascuno l’altro pondera, e tesse le sue trame.
Procopio, Aspare possono, Areobindo, Graziano,
Lo scettro alto cesareo strapparvi dalla mano:
Ha ciascuno il suo merito, ma Aspare conta pure
Sulla memoria vivida di suo padre Ardabure,
Che Mitrane al sommetterci in singolar tenzone
Sul Perso seppe renderci piena giurisdizione,
E con ciò le nostr’aquile placando già allarmate
Portar la guerra la termine solo innanzi a due armate.
Do a voi gli amici, il credito, l’auspico generoso;
Ma, a meno di quel titolo, né amore, né più sposo;
D’uopo è, per quanti fascini in quest’amore sono
Di Teodosio al cespite la ritirata, o il trono;
E se l’intero esito i miei progetti irride,
Andrò in Giudea com’esule, presso d’Atenaide.

LEONE.
Signora, io là seguendovi non mi farà più oltraggio
Quant’hanno tutti gli emuli sopra di me vantaggio;
Negaste al fato togliere colà qualche rigore,
Morrò, mostrato essendomi indegno, di dolore,
Vi morrò innanzi, i fascini vostri adorando intanto.
Forse vorrete tergermi qualche stilla di pianto,
Forse il cuore magnanimo, che molle non vuol farsi,
Da quel mio estremo anelito male saprà guardarsi,
E lampo imprevedibile di dolore e d’ardore
A sua volta, tradendovi, seguir vorrà il mio cuore.
Morte, a voi innanzi termine di quanti affanni provo,
Mi sarà più gradevole del fato in cui mi trovo.
M’amate, ah!, ma che palpito sarà d’un tale amore
Che forse inclina a cedere di qualcun altro al cuore,
Che scopo han quegli aneliti, inani tuttavia
Quando in voi non compiacciano la nobile albagia?
E cosa può quel palpito tenuto alla cavezza,
Onde il trono vuol stringere a sé ogni vaghezza,
Schiavo cui il grado massimo è il massimo contento,
Titolo che lo stimola, lo spegne a piacimento?
Le cose che considero di voi, ah, non son queste;
Nell’esilio più squallido più cara mi sareste:
Là i miei occhj instancabili solo voi nel vedere
Dell’amore farebbero l’unico mio dovere;
E le mie cure, unitesi nel nobile servaggio
Saprebbero ad ogni attimo a voi rendere omaggio.
Sorte in amore a cogliere è d’uopo il mondo intero
Chiuso in un cuore ch’esservi vuol solo prigioniero,
Che le cure più nobili di fiamma tanto pura
Condivise si facciano da tutta la natura?
Signora, ah che ben merita di farsi inquieto il cuore
Se amore deve perdere, salvo d’imperatore.

PULCHERIA.
Mai non dovrete perderlo; ma le bennate menti
Non sempre hanno a confondere le nozze e i sentimenti;
L’amore tra due anime le vuol solo accoppiare,
Imene in più a sorreggere la gloria ha da pensare;
E, voglio confessarvelo, le vite segnalate
Dal fasto della nascita sono tiranneggiate;
Spesso i più begli aneliti fanno solo penare,
Gli obblighi a sé combattono quel che ci si vuol dare;
L’amore di quest’obblighi mal geme al gran rigore…
Dato, ah!, gli dèi m’avessero un padre senatore!
Ma al sesso mio il mio genere dona i più grandi cuori:
Placidia, Eudossia diedero al tempo imperatori;
Non oso loro cedere quanto a grande coraggio;
E ad onta dei miei palpiti esigo egual retaggio:
Sicura penso d’esserne; ma m’è di pena atroce
Ogni mia gioja pendere soltanto da una voce.

LEONE.
E che può farvi fremere? Chiunque abbia l’Impero,
L’amante avrete a stringere, o almeno un uomo altèro,
Il cui gran nome, al popolo caro, alla corte in cuore,
La gloria saprà reggervi, vincere il vostro amore.
Areobindo e simili, come Procopio o Aspare,
Del grande nome ornatisi, saran buoni da amare;
E di quel rango il fulgere, che ha tanti contendenti
Come me, li ha da rendere per voi molto attraenti.

PULCHERIA.
Ah che siete inflessibile, ah che mi siete ingiusto
Tutto il cuore annettendomi al titolo d’Augusto!
Checché della mia nascita esiga la fierezza,
Voi solo avete ad essere mia gioja & allegrezza;
Ché d’ognun altro autocrate la gloria tediatrice…

LEONE.
Ma in sposo avreste a prenderlo, felice od infelice?

PULCHERIA.
Non tanto ormai pressatemi, e insieme a me credete
Che da una così nobile scelta la fede avrete;
Se il Senato deliberi contro dei nostri voti,
Il cielo i passi a compiere certo mi farà noti.

LEONE.
Esso vorrà ispirarvene qualche savio dolore,
Che un sospiro da spendere solo avrà in mio favore.
Sì, così grandi emuli…

PULCHERIE.
Ma tutti hanno una dama.

LEONE.
Il trono pone un’anima sopra quello che ama.
Del gran Teodosio il titolo dato che sia, si tratta
Di sistemar tra cariche il resto della schiatta;
Egli vorrà, quell’emulo, chiunque eletto sia,
Con gl’imenei assumere la vostra signoria.
Se ad altra ebbe a promettere il cuore, fu perché
Quel cuore ebbe da credere già troppo incline a me;
Ma in trono ormai vedendosi, visto me nella polvere,
Crederà fiera l’indole vostra tutto risolvere;
Ed al piede inchinandovi quel ben del vostro cuore
L’oggetto in quella ha a farvisi visto con più favore.

PULCHERIA.
Potreste un poco spingere oltre la mia pazienza,
Signore; ho fiera l’anima, e tanta previdenza
Chiede, perché si tolleri, ancòra più dolcezza
Di quanta aveste a scorgere finora in me alterezza.
Nessun detto è dannabile, se amore in esso ferve;
Ma, se temere è lecito, dirne tanto non serve.
Tutto quel ch’ho a promettere non meno manterrò.
I miei auspicj abbiatevi, gli amici io vi darò;
Quanti Marziano seguono daranno per voi il voto:
E’ più, benché decrepito, che d’età in virtù noto;
Tenesse a sé medesimo, l’opre monumentali
Molto a temer darebbero ai più forti rivali.

LEONE.
L’impero, è vero, uomini non può contar più insigni:
Dal rango separatevi, e ch’io colui designi.
Se a lui è dato togliermi il rango di sovrano,
Almeno non ho a credere punti alla vostra mano:
Le sue virtù potrebbero; ma non la sua vecchiezza.

PULCHERIA.
Checché sia, vi dà in carico a lui la mia dolcezza:
Sotto il fratello, agli ordini miei ligio lo trovai,
La fede or ora è un attimo di nuovo io ne provai.
Ma Irene ecco che approssima; la trova bella Aspare;
L’amore ond’egli palpita fate per voi oprare;
Dato che nulla ha d’essere al caso in ciò lasciato,
D’una sorella l’utile da voi sia ricercato.

Scena II.
PULCHERIA, LEONE, IRENE.

PULCHERIA.
Potete, Irene, assistermi un fratello a mitriare?

IRENE.
Soccorso così debole utile non mi pare,
E il Senato riunendosi…

PULCHERIA.
Voi non di meno agite:
I voti ai miei aneliti, cure alle cure unite,
E mostriam ch’è possibile in questa congiuntura
A un amore che ajutino legàmi di natura.
Io vi lascio; pensatevi.

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: