865. OTONE, Atto V., Scena VII.

6 Mag

Scena VII.
OTONE, PLAUTINA, FLAVIA.

OTONE.
Donna, detto dei crimini di Lacone vi fu?

PLAUTINA.
L’ho saputo in quest’attimo, mio padre non è più.
Signore, via, evitatevi oggetto di tristezza,
D’un dì a voi memorabile gustate l’allegrezza,
Voi siete fatto autocrate, fuggite lo sconforto
D’un padre dover scorgere…

OTONE.
Ahi, più di lui son morto;
Se quel pietoso animo non mi ridà una vita
Che il cuore trafiggendogli m’ha un perfido rapita,
Solo a voi posso volgermi da sventurato amante,
Che fa ai vostr’occhj un obolo del proprio estremo istante.
Per voi sola il mio palpito d’amore amò vittoria,
Senza voi quel medesimo non può soffrir la gloria,
E non accetta il titolo di padre dei Romani
Se non con me per mettervi il mondo tra le mani.
In voi sta emetter l’ordine di che gli resti a fare.

PLAUTINA.
Sta in me sul padre piangere, in me sta il lamentare;
Non che la mia v’imputi pena senza misura
E di Lacone i crimini, e di questa sventura,
Ma infine…

OTONE.
S’è possibile, concludete da amante,
Le fiamme…

PLAUTINA.
Non s’esasperi spasimo già gigante.
Sapete già i miei obblighi, fede quanta in me v’è,
O in questo stato orribile rispondete di me?
Signore, addio.

OTONE.
Vi supplico, solo questo vi voglio
Dire, Signora.

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