860. OTONE, Atto V., Scena II.

4 Mag

Scena II.
GALBA, CAMILLA, LACO, VINIO, ALBIANA.

GALBA.
Ma pure Laco approssima. Ebbene? che novelle?
Che poteste ambo apprendere dal campo a noi ribelle?

VINIO.
Che la marina unitasi insieme cogl’Illirj
Ai pretoriani aggiungersi volle in mezzo ai delirj;
E’ solo quanto esercito dal Nilo fu chiamato
Che ai loro assalti rabidi non abbia paventato.

LACO.
Tutti gl’irriducibili son semplici soldati,
Non v’è capo a coinvolgersi tra quei vani attentati:
Così non c’è da fremere per una massa armata
Dove diggià, è possibile, discordia è seminata.
Come si senta il popolo con alta acclamazione
Chieder dei responsabili di ciò la proscrizione,
Come d’Otone il perfido pretenda esso la testa,
Costernazione a spegnere verrà la gran tempesta,
E, Signore, bastevole sarà farvi vedere,
Per a un’occhiata rendere ciascuno al suo dovere.

GALBA.
Vinio, ed andremo a premere, là mostrando l’Augusto,
Perch’abbia effetto anelito così soave e giusto?

VINIO.
Mai si ponga in pericolo, se non nell’emergenza,
L’effetto formidabile dell’augusta presenza.
S’ha successo, si schiudono tutte le vie, si cede,
Ma il rimedio, assentandosi egli, svanir si vede.
D’uopo è, a che s’abbia il massimo potere ad esplicare,
O certezza incrollabile, o in tutto disperare;
E, se non si vuol fingere, non dobbiamo, Signore,
Tutto quanto scommettere, di tutto aver timore.
Se corrono al gran crimine con piena avidità,
Lasciate che rallentino quelle impetuosità,
Da sé stesse abortiscano, la téma dei rigori
Armi i più caldi complici contro gl’ispiratori,
Un avviso salvifico agisce con lentezza.

LACO.
Un autentico principe opra con alterezza,
E nulla di salvifico in quest’avviso pare,
Quando Otone incoronano, e noi si lascia fare.
Se corrono al gran crimine con quell’avidità,
Bisogna ben reprimere la sua impetuosità,
Prima che là chi esita per sensata temenza
Incoraggj ad insorgere la nostra indifferenza,
E la meglio essi abbiano d’un consiglio assennato
Di cui si cerca l’esito quando il tempo è passato.

VINIO.
Sempre il vostro a distruggere verrà il consiglio mio;
Sempre altri ve ne vengono, purché parlassi io,
E il raro & alto credito finché terrete stretto
Non avrò che da esprimermi per esser contraddetto.
Pisone, la cui nobile scelta avete ispirato,
Pisone potrebb’essere, non più, da me indicato:
A lite deste fomite tra Marziano ed Otone
Solo di questi udendone dal labbro mio elezione;
Come ad altri tangibili avreste prove, e chiare
Se il vostro possa essere avviso salutare,
Ma avete inteso l’animo, fino al dì che moriate,
Fare ai consiglj ostacolo che voi stesso non diate.

LACO.
E voi l’amico ad essere d’Otone, e dissi assai.
Già genero, oggi autocrate voluto, chissà mai
Non sia che alcuno auspichi la scelta in suo favore
Per ottenerne un genero in uno, & un signore.

VINIO.
Otone ebbi carissimo, e a gloria questo m’era
Fino a codest’ignobile azione, e così nera,
Ch’altri dirà dovutosi a gesto disperato
Cui, malgrado il mio spendermi, l’avete voi portato.
Io lo volli per genero, lo scelsi per l’impero;
Ambo scelte dissimili già dal vostro pensiero;
Donde lo stato prospero s’è fatto, e ne grandeggia,
Così che v’è sensibile come oggi a voi inneggia.

GALBA.
E’ sventura d’un principe quando dei consiglieri
Lo zelo cerca prendere differenti sentieri,
Ed il geloso stringersi d’ognuno ai proprj intenti
Li spinge fino a battersi ad idee differenti!
Forse non ebbi a illudermi, posso zelo chiamare
Quest’odio che ambo domina, e non si può lasciare,
E crederò che oppostasi ai mali che prevede,
Sola al mio bene essa operi, se sé consulta, & crede?
Fate meglio, è il pericolo grande, che si proclami
Voi che Laco m’è utile, e voi che Vinio m’ami,
Solo Otone s’abbomini, pensate che oggi stesso
Di dirne male è l’unico atto ch’è a voi concesso.

VINIO.
Oso dunque ripetervi, sincero servitore,
Che male fa chi stimola tante genti in furore,
Che bisogna ai non perfidi, per poi collaborare,
Lasciar tempo a riprendersi, e insieme radunare,
E ai perfidi concedere quel che occorra a imparare
Quanto sia un’empia opera contro il signore andare.
Pisone è verosimile ne stornerà il furore,
Del vostro offeso animo spargendovi il terrore,
E con astuzia aggiungervi speranza di clemenza
A patto di redimersi da una tale insolenza;
E se infine è soccorrerlo d’uopo secondo voi,
Quel che si vuol nell’attimo si potrà sempre poi.

LACO.
Ne ho dubbio, e credo esprimermi come servo sincero,
Che amici non annovera ribelli dell’impero.
Sire, e possiamo attendere che Pisone scacciato
Qui ritorni, e ci tumuli sotto il travolto Stato,
Che s’abbia in armi a scendere a battaglia schierata,
Che in questa reggia tengano la corte qui assediata,
E agli occhj vostri correre Otone in Campidoglio
Grazie agli dèi a rendere per l’usurpato soglio,
E la fronte cingendosi dell’imperial splendore
A voi stesso dia ordini, felice traditore?
Signore, andiamo, andiamovi, colà colle armi in mano
Il senato a difendere, e il popolo romano;
D’Otone gli occhj vedano che fio andiam cercando,
A lui il più insostenibile, a noi il più onorando,
E con nobile impeto andiamogli a mostrare…

GALBA.
Nipote, ebbene? ditemi: è dolce assai regnare?
E’ bello aver da reggere le redini a un impero,
Per sentir chi v’ha incarico a idea oppor pensiero?

CAMILLA.
Più tra pareri insorgono nuove contraddizioni,
E tanto più a ben scegliere s’han delucidazioni.
Così vorrei esprimermi se non fossi in sospetto;
Di Pisone sapendomi, e anche se vi rispetto,
Sire, a due detti aggiungere pure mi faccio audace:
Avessi avuto credito, ora staremmo in pace.
Plautina, che qui portano, avrà pensiero uguale.
Ella mi pare vittima di qualche grave male…

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