851. OTONE, Atto III., Scena V.

22 Apr

Scena V.
OTONE, CAMILLA, ALBINO, ALBIANA.

CAMILLA.
Potete in questo leggermi l’anima tutta intera,
Signore, e a me impossibile la sarebbe occultare,
Dopo l’atto amorevole che per voi giunsi a fare;
Quel che Galba s’incarica aprirvi mio pensiero…

OTONE.
Quale? Che Otone avvincere vi costerà un impero?
Sa meglio quale ha merito, e non è a tale prezzo
Ch’egli sia conseguibile con nobile disprezzo.
Egli d’opporsi è in obbligo allo sforzato onore
Cui per lui va umiliandosi un troppo grande cuore,
E con sforzo consimile di magnanimità
Un trono a un cuore rendere cui troppo si confà.
D’amore così nobile quale sia la ragione…

CAMILLA.
Quanto le cose valgano non ho in reputazione,
Signore, e al lieto attimo che ha l’anime incantate
Mi siete meno in debito di quanto presumiate.
Erra chi mi vuol scorgere per voi d’impero priva,
Pensa che irragionevole amore lo prescriva;
Io vi amo, è verissimo, ma, s’ha i vantaggj suoi,
L’impero ho da riprendere, pur donandomi a voi.
Finché può Galba vivere, dell’età sua il rispetto
Deve i suoi voti assistere, o almeno averne aspetto;
Pisone creda reggere; speranza non ci è tolta
Che Roma abbia a permettersi di scegliere a sua volta.
A creare un autocrate spingendo chicchessia,
O che sia in grado il merito, o che la razza sia,
Leverà il nostro vincolo evviva in ogni lato,
Io il sangue conferendogli, voi il pregio avendo dato.
Con nome tanto celebre a farvi preferibile
Di Galba sia l’epigono in tal modo eleggibile,
S’amerà quel gran titolo in sposo in cui s’ha fede,
E mio l’impero ha d’essere se vostra mi si vede.

OTONE.
Signora, ah!, l’ingannevole sogno sia tralasciato
Che s’abbia un giorno a metterci di nuovo in predicato.
Quando la legge prendere da Pisone ci tocchi,
Roma, finch’abbia a vivere, per me non avrà occhj,
A sua posta può fremere contro indegno signore,
Comunque sia lo tollera, e vile e malfattore.
Tiberio fu malefico, Caligola brutale,
Claudio molle, nei crimini Nerone senza eguale,
Da sé stesso ebbe a perdersi a forza di reati,
Ma gli altri per legittimi prìncipi son passati.
Claudio, Claudio medesimo, senza cuore né occhj,
In uno collo schiuderli aprì alla furia sbocchi,
E, furibondo resolo, per Narciso e Pallante
Sotto la sua grand’egida barbarie fu regnante.
Pure, ebbe un trono a premere, per quanto segno all’ire,
Finché fu insopportabile a Nerone obbedire,
E quel mostro, pericolo per la nostra virtù,
Dall’odio del suo popolo tardi abbattuto fu.
Da quello ch’essi osarono da voi sia giudicato
Ch’è da Pisone attendersi, da Laco governato:
Appena sia che tolleri, se ha in voi ogni pensiero,
Che dia quest’a me stringervi diritto sull’impero.
Ognuno a tal proposito verrà a qui corteggiare,
Ed il potere massimo sa amore far rischiare.
Se un Nerone benevolo Poppea pur m’ha levata,
Pensate a riconquidere quella mano usurpata
Quale si faran scrupolo del più nero attentato
Contro chi vuol contendergli e l’amore e lo Stato.
Esilio non può esservi, né esiste Lusitania
Che sottragga il mio vivere di Pisone all’insania:
Troppo di corte ho pratica, non dubito un momento
Del tenace malanimo suo, del suo compimento.

CAMILLA.
E questo è quel grand’animo che intrepido fu detto?
Come altri, ecco il pericolo l’ha nella téma stretto,
E quel gran trono a premere, e me per conquistare
Il suo più bell’anelito nulla oserà arrischiare?
Pisone lo fa fremere? Dite, se tanto è dato,
Quando oggetto medesimo amare avete osato,
S’ambo desiderabile trovava tanto il trono,
Siete tra voi meno emuli, se sposa a voi non sono?
Con che diritto smettere pensate un odio, allora,
Per cui venne a contendergli il trono e la signora,
E manchi di riflettere, avendo in mano un regno,
Che potete nell’animo voi serbarne il disegno?
Non vogliate più illudervi, ha visto egli in quel cuore
E l’ambizioso anelito vostro, e tutto l’ardore,
E contro voi possibile gli è tutto, salvoché
Troviate in Galba un’egida collo sposare me.

OTONE.
Ebbene, egli distruggermi vorrà perché v’ho amata,
L’odio suo sarà amabile all’anima infiammata,
E il mio sangue non merita d’essere risparmiato,
Se solo per suo tramite un regno a voi è dato.
Ma vogliate permettere al mio amore sincero
Che non debba nascondere, di nuovo, il suo pensiero.
Pisone tanto ascendere si vede che a voi preme
O dall’impero escludervi, o prenderlo a lui insieme.
E prima di decidere, pensatevi, Signora,
Fa il vostro bene esprimere così quel che v’adora.
Mille dolcezze adornano grado così eminente,
Cui pensaste, può essere, meno del conveniente;
Può darsi che in un attimo siate disingannata,
E s’è Poppea possibile che a voi sia ricordata,
Dirò che, non ne dubito, ella m’amava un poco,
Ma presto un trono accenderla seppe d’un altro fuoco.
Se più grande e bell’anima vi diedero gli dèi,
Principessa vi fecero, e donna come lei.
L’orrore d’altra scorgere al rango a voi dovuto,
La pena inevitabile d’aver troppo perduto,
Spingeranno quell’anima in segreto alla resa
D’innanzi anche alla minima speranza di ripresa.
Gli occhj non sempre accettano di serrarsi a comando,
Mentre l’impero fascino va sempre esercitando,
Passa amore, o si logora; per quanto forte appare,
Non sempre può resistere all’ansia di regnare.

CAMILLA.
Ignoro quale palpito d’amore abbia ispirato,
Signore, ma trattandosi d’impero è assai ferrato,
Lo trovo consapevole, ed anzi ne ha nozione
Tale da saper scernerne ciascuna seduzione;
Sulla scelta fatidica, per quanto se ne ascolta,
Certo degnò riflettere non una sola volta.
Con voi io voglio credere che sia fermo e sincero,
Che non voglia nascondermi, soltanto, il suo pensiero,
Ma lealmente a esprimermi…

OTONE.
Ah, Signora, crediate…

CAMILLA.
A Pisone avrò a credere, sì, cui voi m’inviate;
Voi, poiché al vostro giubilo contribuir voglio anch’io,
A Plautina affidatevi, cui invece io v’invio.
La gelosia m’è estranea, quieta ormai chiaro ho in mente
Voi all’impero intendere, a voi io solamente.
Nulla a temere abbiatene, son donna e principessa,
Ma non da fasto ed indole debole compromessa,
E il vostro non distinguere mi fa troppa pietà
Per volerlo anche opprimere con la mia ostilità.

Esce.

OTONE.
Quante, Albino, s’approntano trame alla mia rovina!

ALBINO.
Signore, è la catastrofe se andate da Plautina.

OTONE.
E tuttavia andiamoci, l’angoscia in cui sono io
Consiglio solo tollera da un cuore tutto mio.

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