849. OTHON, Atto III., Scena III.

19 Apr

Scena III.
GALBA, CAMILLA, ALBIANA.

GALBA.
Quando, i figlj morendomi, mi mancò una famiglia,
Nipote mia, amorevole vi presi come figlia,
E in voi volendo scernere i resti della schiatta,
Lusingavo i miei spasimi con voi lor pari fatta.
Roma, che volle in séguito gravarmi del suo impero,
Quando degli anni il carico reggere appena spero,
Vide l’amor medesimo farmelo sobbarcare,
Men per toccar quei culmini che a farli a voi montare.
E poich’era impossibile a Roma un altro albore,
Tale da poter reggersi senza un proprio signore,
Non ebbi indegno a credermi, in quel lieto momento
Che da me avesse origine il suo risorgimento:
E’ impero interminabile, è troppo sconfinato,
Senza una testa a reggerlo n’è il corpo scardinato,
E sol che le si nomini un re il suo invitto orrore
Però adeguarla agli ordini seppe d’imperatore;
Così ch’essa non tollera, tanto tempo vi fu,
Né d’esser tutta libera, né tutta in servitù.
Dunque vuole un autocrate, e Nerone crollato
Mostra ch’ella desideri da un capo coronato.
Né io né Rufo, o Vindice, causammo il suo sconcerto;
Causa sono i suoi crimini, e il cielo l’ha sofferto,
Ai sovrani in gran monito che devono in realtà
Onorare col merito la scelta che ne fa.
Fino alla gran catastrofe, un ontoso servaggio
Di stirpe sola & unica ci rendeva retaggio;
Roma volle riprenderne, per tutta libertà,
Agio ad altrui trasmettere la sua sovranità:
E, dopo me, a un grandanime lasciare questa soma
E’ quanto m’è possibile oggi, e non più, per Roma.
Farsi un tanto alto carico è farsene di voi,
Uno è lo sposo datovi, e il capo dato a noi;
E il mio zelo va unendosi al mio paterno amore
Perché troviamo nobile voi sposo e noi signore.
Giulio & Augusto l’inclito scelsero tra i parenti
A chi lasciar quel titolo, o tra i loro clienti;
Io senza dare credito a nodo familiare,
Scelsi, ma la repubblica quell’uomo deve dare;
E Pisone ebbi a scegliere, da Crasso ha discendenza,
Trae da Pompeo origine, e probità e decenza:
Di quegli eroi ben celebri cui certo egli somiglia
Ai nomi potrò aggiungere quelli di mia famiglia,
Ché nozze non esistono in cui la parità
Possa l’impero adergere a maggior dignità.

CAMILLA.
Mi sforzai a rispondere a quel paterno affetto
Con riverente, tenero, amoroso rispetto,
Signore, e più sensibile rende quest’elezione
Da voi sollecitudine, da me l’obbligazione.
Pisone non m’è incognito, so la sua elevatezza,
Ma agli occhj vostri ostendere s’oso una debolezza,
Per quanto meritevole sia di Roma e di me,
Cuore e fede promettergli facile a me non è,
Signore, e devo ammettere che per i miei imenei
Per Roma ho qualche debole, patria dei giorni miei.
Io non voglio pretendere la piena libertà,
Quand’essa il fasto intrepido da sé bandendo va;
Ma se m’è fatto un obbligo per voi servaggio intero,
Come per essa, è il reggerlo giogo troppo severo.
Non troppo consapevole in materia di Stato,
Non so come dev’essere tanto gran potentato;
Ma Roma entro i suoi limiti ignora altre persone?
Di Roma meritevole non ha se non Pisone,
E tra i suoi interi àmbiti due nomi non son noti
Che i favori conciljno vostri con i miei voti?
Nerone mosse al merito una ben fiera guerra,
Se del tutto ne spopola tre parti della terra,
E se siete, ad eleggerci dei degni imperatori,
Voi e Pisone gli unici scampati ai suoi furori.
Altri eroi non ne mancano in così vasti imperi,
Si potrebbe anche sceglierne presso voi volentieri,
Tali che unir saprebbero, in modo di voi degno,
L’arte d’avvincer le anime all’arte alta del regno.
D’una virtù selvatica si teme aspra cavezza,
Spesso s’ha a disgustarsene mentreché la s’apprezza,
E se la gran delibera deve darmi uno sposo,
Sarebbe anche auspicabile che avesse del grazioso,
Che avesse in sé visibili in pari proporzione
D’amante i bei caratteri, l’orgoglio del padrone,
E incline in modo identico a dare il proprio amore
E a far la corte fremere intera dal terrore.
Spesso un che d’amorevole nel cuore d’un monarca
Nobiltà non ne menoma, anzi più ne rimarca.
Non che io pensi, al termine, Signore, rifiutare,
Amo eseguire gli ordini vostri, non contestare:
Se al sacrificio correre voglio volenterosa,
Però, debba, sposandomi, lui pure a me qualcosa:
Nel servaggio cui l’animo assente a sottostare
Gli basta ad esser libero tra uno o due l’optare.
Pisone vostro è facile che più m’avrà a piacere
Cominciando a non essermi più sposo per dovere,
E l’amore portatomi da lui sarà assodato,
Quando vedrà a quali emuli l’avrò privilegiato.

GALBA.
Così voi dilungandovi, pur con delicatezza,
Agli omaggj amorevoli unite l’accortezza;
Se quel rifiuto è indebito, è espresso civilmente.
Su dunque, il vero ditemi, Otone avete in mente?
Di già me lo proposero, qual è il vostro pensiero?

CAMILLA.
Vi parve immeritevole peraltro dell’impero,
Signore?

GALBA.
No, ma avendolo vagliato con ragione,
Trovai che preferibile restava a lui Pisone.
La sua virtù più solida, e del tutto incrollabile,
Come d’Augusto, il secolo nostro farà incomparabile,
Quando in prave abitudini da Nerone affossato
L’altro al lusso ricorrere dovrà in cui fu allevato,
E a tutti quei disordini dell’infame licenza
Con cui Nerone offendere osò l’alta potenza.

CAMILLA.
Presso un signore simile si seppe destreggiare,
Finché giungesse l’epoca di potersi spetrare.
Si rifà il servo abile agli usi del signore;
Ma tornò sé medesimo di province pretore,
E la virtù sua nobile con i suoi illustri fatti
Seppe presto disperdere quei vizj contraffatti.
Con voi la fama crescere vide ogni dì onorata;
Ma Pisone mai incarico non ebbe, né un’armata;
E se privo d’incarichi fino ad oggi si vede,
Quel che vale dà a credere solo per buona fede.
Io creder voglio, origine se trae da tanti eroi,
Che in lui virtù ne allignino, seguirà gli avi suoi,
Che deve un nome estollere di quei gran nomi al pari,
Ma riuscirei a credere di più ad atti chiari.
Se lungamente esule è parso senza vizio,
E’ la virtù degli esuli spesso solo artifizio,
Senza un servigio resovi l’avete richiamato,
Ma dell’altro col tramite voi siete coronato.
Tra due, la vostra scegliere parte volle, e, vedete,
Di tutto uno v’è in obbligo, tutto all’altro dovete.

GALBA.
Sia perciò vostro incarico che m’abbia a sdebitare,
E poiché al poter massimo devo altro appoggio dare,
Pisone avrete a credere di Roma degno assai,
E basti il dubbio a togliere che io lo nominai.

CAMILLA.
Per l’impero non dubito, se detto da voi è;
Quanto all’altro, io dubito sia men degno di me.

GALBA.
E invece dubitatene, tal dubbio addice a un cuore
Che rivorrebbe il secolo pravo del già signore,
E Otone avendo a scorgere come coll’altro incocchi…

CAMILLA.
Da voi abbiate a sceglierlo, e io chiuderò gli occhj.
La grazia vostra unica del fato ordinerà,
Cieca voglio concedermi a chi mi si darà.
Ma se consiglj all’opera Marziano e Laco dànno,
Sposo da loro prendere m’è prendere un tiranno,
E se oso il tutto esprimere, in questa congiuntura
Pisone mi pare essere la loro creatura,
Che regni ai loro ordini, la voce presti loro,
E presto anche me obblighi a identico disdoro.
Trono non posso premere che a loro mi cattivi,
Al fasto me ne vincoli, e, checché me ne arrivi,
Sposo m’è preferibile un vero imperatore
A sposo che, coll’esserlo, soffra un governatore.

GALBA.
Non è già mio proposito i cuori contraddire.
Roma – più non parliamone – saprà altre donne offrire
Cui Pisone promettere può la sua fede e sé;
E’ vostra la vostr’anima, resta l’impero a me.

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