847. OTHON, Atto III., Scena I.

15 Apr

ATTO III.
Scena I.
CAMILLA, ALBIANA.

CAMILLA.
Fu tuo fratello a dirtelo, Albiana?

ALBIANA.
Sì, Signora.
Pisone è fatto autocrate; siete sua sposa, ora,
Cioè, a meglio esprimersi, Laco v’incatenò,
Salvo un imprevedibile e ardimentoso no.

CAMILLA.
D’Otone che può essere?

ALBIANA.
Tra poco sarà vista
La testa sua ai malevoli ornare la conquista,
La mano, ossia, far stringere vostra da quel Pisone,
E a chi il suo nome inalbera sommetter la nazione.
Soli lo raccomandano in fila gli avi suoi,
Sicché padroni restano Laco e Marziano a noi;
Solo Pisone un idolo può esser consacrato
Che su un altare imbecchino con quel che loro è grato.
Quell’onestà sua stupida, che pur pietà non tocca,
Le leggi a render pubbliche asservirà la bocca,
E la prima delibera che gli faranno fare
Otone ha da rimuovere, poiché li può scalzare.

CAMILLA.
O dèi, quant’è a compiangersi!

ALBIANA.
Pietà ce n’è da avere,
Sì, lo lasciaste correre a quel che ha da temere;
Ma la morte lo libera da tutti i mali suoi,
E temo aver da piangere, più che per lui, per voi.

CAMILLA.
Qualche potere il vincolo nuziale a noi concede.

ALBIANA.
Ottavia la sua perdita dovette a questa fede.
Il sangue ancòra fumido vi mostri a che destino
Può esporre il vostro vivere un nuovo Tigellino;
Due la scelta fatidica ve ne dà a paventare;
Io più il pensiero v’applico, e più devo tremare.

CAMILLA.
Che mezzi, o Albiana, restano?

ALBIANA.
Amare, e far vedere…

CAMILLA.
Che amore è più inflessibile che in me non sia il dovere?

ALBIANA.
Non da Galba: guardatevi da Laco che, protervo,
Vi sfida, e fa contendere, pure, sino da un servo;
E dai vostri pericoli, e chissà che fautore
Il dovere non rendersi debba un dì dell’amore.
Benché ai poteri massimi si sia noi sottomesse,
Signora, sempre in debito restiamo anche a noi stesse,
Soprattutto se gli ordini che udiam gravi impartire
Sotto quei grandi autocrati vediam d’altri venire.

CAMILLA.
E’ amore il suo?, dimmelo.

ALBIANA.
Signora, ah!, se è amore?

CAMILLA.
Plautina, s’ebbe a credere, ne aveva tutto il cuore.

ALBIANA.
Così v’era da credere, eppure era sbagliato.
Vinio, altrimenti, è a credersi l’avrebbe candidato?
La speranza può perdere di farne il proprio genero?

CAMILLA.
Che mire l’indurrebbero a fingersene tenero?

ALBIANA.
D’avvicinarvi e schiudersi la corte ebbe disegno,
Trovando un franco tramite a un amore più degno.
Di Vinio in modo simile vincendo la burbanza
Egli seppe persuaderlo ad un’altra speranza,
D’un rango lusingandolo più certo e di più onore,
Purché, per vostro tramite, grazie a lui imperatore.
Vedete che in quest’opera Vinio si va applicando
Mentre Otone a voi visita rende, e si vien spiegando.

CAMILLA.
Però di dichiararmisi ben tardi ha stabilito!

ALBIANA.
Tutto fino a quell’attimo v’ha Albino riferito!

CAMILLA.
Sei tu che pensi a spingermi a che i dubbj licenzj,
E intanto Albino incarichi di vincerne i silenzj,
E poi Vinio medesimo, che me l’ha nominato,
Vide, e non fu difficile, che fors’egli era amato.

ALBIANA.
E’ il male in cui fa incorrere le donne d’alta sorta
Rispetto, imposto scrupolo, che loro ognuno porta.
Esso arresta gli aneliti, le brame esso deprime,
Gli sguardi a terra obbliga, i sospiri sopprime,
In mezzo al cuore vincola la dolcezza inespressa;
E’ fato inevitabile d’amante principessa,
Per quanto abbia a ricevere amore, e altrui ne dia,
Che a indovinarlo ell’obblighi, che indovinato sia.
Per quanto poco aprendosi, si teme indiscrezione,
Pena persino implica giurarle ammirazione;
Del ridur quell’ostacolo del rispetto è poi prezzo
Ch’ella, che vuol concedersi, si dia non più che a mezzo.
Otone, è a voi sensibile, non tacerebbe ancòra,
Non fosse Albino, a incarico mio, che colui rincuora?

CAMILLA.
Che m’ami sei certissima?

ALBIANA.
E ch’è nei voti suoi
In voi destare i palpiti che in lui destate voi.

CAMILLA.
Amore è pronto a credere in tutto, ahi!, quel che spera!
La ragione rimproveri le volge invano altèra,
La diffidenza inutile più che può se ne duole,
Ma esso crede, e credere può perché creder vuole.
Con me o Plautina, tattica qui c’è da qualche parte,
E io con gioja m’obbligo ad accecarmi ad arte.
L’ingannata commisero, ed ingannata io sono
Forse, e tra eterni spasimi da me io m’imprigiono.
Forse proprio in quest’attimo in cui crederti è caro,
A Plautina gli aneliti proprj dà in dono raro,
Forse…

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