844. OTONE, Atto II., Scena IV.

9 Apr

Scena IV.
LACO, MARZIANO.

LACO.
Di Plautina invaghitovi! Fede questa non è
Che contro Vinio in vincolo doveva unirvi a me!

MARZIANO.
Se esercita alcun fascino l’occhio in me di Plautina,
Signore, e che pericolo perciò vi s’avvicina?
Il momento auspicabile che sposo a lei mi faccia
V’aprirebbe, mio tramite, di Vinio e le mie braccia.
Grazie a ciò fra tre animi nuova amicizia sia,
Che da essi ormai sradichi l’odio e la gelosia;
Ed un potere triplice dai tre ora confermato
Dal vostro amico e genero suo ormai sia rannodato,
Ed alcunché intraprendere contro voi osi, io dico…

LACO.
Sareste sempre genero suo, benché mio amico.
E’ appoggio molto debole nella corte, io trovo,
Amicizia non giovane contro un amore nuovo.
Checché possa pretendere una donna adorata,
Invano s’ha a resisterle, o per poca durata,
Sceglie ella la sua epoca, e così astutamente,
Che si trova impossibile il rifiutarle niente.
Siete voi sicurissimo che il nodo è garanzia
Di non sommar la perdita, semmai, vostra alla mia?
Sappiate che due animi scissi forzatamente
Modo di ricongiungersi trovano facilmente.
Otone in tutto spegnere le fiamme sue amorose
Negò, e agli sposi togliere seppe sempre le spose,
Stile che, lui insegnandolo, è oggi assai diffuso,
E che Nerone tramite suo spesso pose in uso.
Presso questa bellissima, se è giusto il mio pensiero…

MARZIANO.
A Vinio voglio credere, se in lei in tutto non spero.
E il mio, Otone a eleggere, garantito sostegno
L’indurrà certo a scegliere secondo il mio disegno.

LACO.
Ma come, e da voi s’auspica aver signore Otone?

MARZIANO.
Quale in Roma più nobile e più degna elezione?

LACO.
Per quello, quanto ad esserne degno, è ben meritevole,
Ma tutta quanta a dirvela, ne è troppo consapevole.
Troppo barcamenandosi va tra virtù e nequizia;
Sotto Nerone autocrate, già fu la sua delizia,
E Lusitania accrediti se invero un solo Otone
Seppe regnar da Cesare, giudicar da Catone.
In Roma stimatissimo, in provincia assoluto,
Da cortigiano debole gran principe è cresciuto,
E l’animo pieghevole, mentre attende la sorte,
Sa in corte come muoversi, tenère una sua corte.
Sotto siffatto autocrate siamo ben poca cosa,
Mai sulla nostra opera l’opera sua riposa,
E’ il solo egli a decidere sue liberalità,
Solo impartisce ed ordina e Stati e dignità,
Al timone cui stringersi va non ha d’altre guide,
Da solo opta e delibera, ode e da sé decide,
Per quanta sia la polvere da noi ad arte alzata,
Quando ci voglia perdere, ci sfà con un’occhiata.
Galba ora si consideri, quanta forza ci dà,
Quanto ci fa autorevoli con la sua inanità.
E’ legge un nostro ordine, noi diamo e noi togliamo,
Niente può porsi in opera se noi lo proibiamo;
Quando ottenere il massimo potere è d’uopo a noi,
I seguaci ai nostr’ordini son molti più dei suoi,
E il nostro non dipendere sarebbe anche oltre giunto
Se non v’avesse il prospero Vinio parte in ciò punto.
Non altro ci preoccupa se non che ci contesti;
Ma ecco Galba spingere l’età a giorni funesti;
Con lui non vogliam corrervi, si cerchi altri supporti,
Ma, come lui, per reggerci, sian deboli, non forti.
Ci vuole chi di titoli soddisfatto si mitrj,
Del potere lasciandoci i più assoluti arbitrj.
Pisone ha cuore semplice, e spirito abbattuto,
Poco in virtù, di nascita è meglio provveduto;
Quella virtù che il crimine detesta, e lo disdegna,
La probità inflessibile, di stima non è degna,
Essa semmai necessita ad un uomo decente,
Però è in un autocrate o poca cosa, o niente;
Prudenza è indispensabile, occorre avere lume,
Vigore cui s’assocjno fierezza con acume,
Che abbacinando penetri, sparga illecebrità…
Mille virtù, diciamolo, che egli non avrà.
Lui stesso vorrà chiederci d’amministrar l’impero,
Quanto non s’abbia a schiudergli non sfiori il suo pensiero;
Più in basso costringendosi, più in alto ci porrà,
E siffatto è l’autocrate che aver ci converrà.

MARZIANO.
Ma fare il trono premere, Signore, a un uomo tale,
E’ a Roma stessa irridere, lo Stato servir male.

LACO.
E a noi che può importarcene di Roma e dello Stato?
Che importa che ne vedano lo splendore smorzato?
Per bene garantiamoci, beffiamoci del resto.
Via, via ogni bene pubblico, se a noi si fa funesto.
Gelosi i cuori siano solo della grandezza,
Per noi pensiamo a vivere, di noi s’abbia contezza.
Vi ripeto che metterci Otone sulla testa
Significa attirarcene orribile tempesta.
Se noi vogliamo crederci, c’è in tutto debitore,
Ma se per nostro tramite egli esce vincitore,
Vinio sarà poi l’unico vantaggj ad ottenere,
Di lui essendo l’opera, ché l’ebbe a sostenere.
Morte od esilio, in séguito a ciò, o degradamenti,
Questi per noi han da essere tutti i ringraziamenti.

MARZIANO.
Sì, chi si vuol proteggere di Pisone si curi.
Ma voi stesso ottenetene Plautina m’assicuri,
Per lui voglio promettervi il voto mio a tal prezzo.
Violenza si giustifica dopo tanto disprezzo,
Parte iniziamo a prendere da ciò del suo potere,
Vediamo se ad opporcisi audacia avrà, e volere.

LACO.
E l’amoroso anelito farà suo capitale
Di lei pur sempre il fascino, e il nodo coniugale?
Vedremo chi più implicita d’utilità promessa
Il credervi… S’approssima però la principessa.

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