842. OTONE, Atto II., Scena II.

7 Apr

Scena II.
MARZIANO, FLAVIA, PLAUTINA.

PLAUTINA.
Che m’avete apportato?

MARZIANO.
Ch’è solo in voi decidere del nostro impero il fato,
Signora.

PLAUTINA.
E Galba accogliere può quel che udrà da me?

MARZIANO.
No, ma a ispirarne l’opera siamo solo noi tre,
E s’ha Otone a ricevere, per voi, il mio sostegno,
Io vengo qui ad offrirvelo, con il mio omaggio indegno.

PLAUTINA.
Con?

MARZIANO.
Con voti i più candidi, e umiltà sottomessa,
Che fare anche più possono, se speranza è concessa.

PLAUTINA.
Che speranza, e che aneliti?

MARZIANO.
Questo grave servizio,
Che un rispetto umilissimo offre a voi in sacrifizio…

PLAUTINA.
Di certo saprà compiere ogni mio dolce voto;
Ma che pensiate attendervi in cambio mi sia noto.

MARZIANO.
Dolce amore ricevere.

PLAUTINA.
Di chi?

MARZIANO.
Il vostro amore.

PLAUTINA.
Il mio?

MARZIANO.
Di voi medesima; gli occhj ce li ho; e il mio cuore…

PLAUTINA.
Quel vostro cuore, usandomi codesta civiltà
Dovrebbe pure accludervi un po’ di verità.
Fidarsi non è semplice di tanta deferenza,
Quando si vede il séguito aver poca apparenza.
L’offerta, certo, è valida, e un premio le è adeguato;
Ma è proprio nello sceglierlo che vi siete sbagliato;
Voi, meglio conoscendomi, fareste più apparire…

MARZIANO.
Se proprio è il mio conoscervi quel che mi fa soffrire!
Ma infine voi medesima male vi conoscete,
Che alla forza del fascino vostro, ahi, non credete.
Se qual è il vostro merito saper condiscendeste,
Dell’amore che suscita non mai dubitereste.
Otone può provarvelo, nessuna aveva amato,
Poi che Poppea col fascino suo l’aveva ammaliato;
Benché l’avesse al vincolo suo Nerone strappata,
Nel cuore suo l’immagine se n’era conservata;
Morte, morte medesima non la poté scacciare,
Voi sola aveste merito di saperla cassare,
Voi d’un’occhiata l’unica foste a ottener la gloria
Di far d’indi dissolvere la più dolce memoria,
E di saper persuadere a brame rinverdenti
Un cuore impenetrabile ai volti più attraenti.
E stupore può prendervi che a voi io possa ambire!

PLAUTINA.
Più stupore ha da prendermi che me l’osiate dire.
Stupisco nell’apprendere che alla memoria un velo
Abbia Marziano prospero, che fu da schiavo Icelo,
Che, se il nome modifica, serba il volto immutato.

MARZIANO.
Coraggio instilla all’anima l’iniquità del fato.
Se quel che son posso essere, dal basso avendo mosso,
Quel che valgo può intendere chi vede quel che posso.
Puro caso a noi regola senza noi il nascimento;
Ma è sottoposto il merito nostro al nostro talento,
E l’onta d’una nascita che male era sortita
Tanto più onore prodiga a chi ne trova uscita;
Qualunque macchia lascjno nel sangue mio i parenti,
Poi che i Romani vollero accettare reggenti,
Quei reggenti si scelsero sempre chi mi somiglj
Per i più alti incarichi, e i segreti consiglj.
Per essi il fato pubblico da noi in mano si serra,
E alla nostra politica sottomessa è la terra:
Più monarchi deposero Patrobio e Policleto,
Pallante, e stati sorsero di Narciso al decreto.
Ci fan dai ceppi ascendere ad altezze divine;
Felice, in Claudia epoca, fu sposo a tre regine,
E se amoroso palpito in me v’offre uno sposo
Come schiavo trattandomi dite il mio intento ontoso!
Signora, d’ogni origine nascita abbiate tolto,
L’aver del poter massimo l’orecchio è pure molto.
Poiché, se Vinio è console, ed è Laco prefetto,
Né l’altro o l’un coll’essere, pure son più, in effetto,
Di consolati libero essendo, e prefetture,
Di fare col mio placito mie proprie creature;
Se Galba a me dà credito, io sono come fui
Senza quei grandi titoli il primo dopo lui.

PLAUTINA.
Signore, perdonatemi, dunque, la cecità,
Se su quei ceppi erronea fondai autorità,
Ma meglio conoscendomi vedo ormai che il mio cuore
Quegli onori non merita dovuti al vostro amore.
L’infrangere quei vincoli un grado alto procura
Disopra da ogni console, prefetto ossia pretura,
E se dei vostri spasimi non m’offro in lenimento,
Rispetto è ad impedirmelo, non vostro svilimento;
Pure, detto m’avevano che spesso la natura
Serbasse ai vostri simili la prima sua tintura,
E che ogni nostro cesare che i vostri abbia ascoltato,
Con qualche atto spregevole ha il nome suo infangato,
E che per poter togliere l’impero a tal vergogna,
D’un vero eroe ad ascendervi l’universo abbisogna.
Questo mi fece credere, & auspicare Otone:
Speranze, a quanto apprendere mi fate voi, non buone.
Dunque gli dèi provvedano, rendetevi giustizia,
Cuore romano autentico sfuggite, e sua malizia,
Cento regine anelano d’avervi in sposo al vanto,
Tre un Felice impalmarono, che non valeva tanto.

MARZIANO.
Signora, consentitemi questo solo, che v’ami;
Che ho in mano il poter massimo da voi già si richiami,
Che il mio suffragio in bilico tra Pisone & Otone,
In qua o in là col pendere d’un re fa l’elezione.
Finora a me si devono quegl’imenei intralciati
Che in vincoli unirebbero d’Otone e di voi i fati;
Avrei più oltre spingermi benissimo potuto;
Badate a non indurmivi ripetendo il rifiuto.
Da Otone quel desistere, e il soffrir me al suo posto,
Han più d’una possibile grazia per proprio costo;
Quanto a colui di stringervi, non lo sperate mai.

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