841. OTONE, Atto II., Scena I.

5 Apr

ATTO SECONDO.

Scena I.
PLAUTINA, FLAVIA.

PLAUTINA.
Dimmi, sù, proponendosi a Camilla, Otone
Parve stesse forzandosi? Lei mostrò approvazione?
L’omaggio da lui resole ebbe il successo atteso?
Ella com’ebbe a prenderlo? E lui, come l’ha reso?

FLAVIA.
Vidi tutto, ma l’indole vostra, così curiosa,
E’ i suoi supplizj a infliggervi un po’ troppo ingegnosa;
Qualunque in voi superstite amore per Otone
Fino come si nomini ponga ora in oblivione.
Voi vi sapeste vincere in pro della sua gloria,
Il trionfo godetevi dopo quella vittoria:
La perigliosa cronaca che me ne comandate
E’ un contrasto che aggiungere agli altri v’arrischiate.
Non è ancòra quell’anima al punto distaccata
Ch’egli ad altre si dedichi, e non ne sia toccata.
Siate meno sollecita a vederne il successo,
E dal troppo conoscere non sia quel cuore oppresso.

PLAUTINA.
A mostrarsi volubile io stessa l’ho forzato,
E il mutarsi vedendone in quanto mio operato,
Devo interesse prendervi che nulla ha di geloso,
Che sia accettato, e autocrate, null’ha per me di odioso.

FLAVIA.
N’ho dubbj, non è solita gran fiamma che sopporta
Docile che il suo fervere altrui…

PLAUTINA.
E a te che importa?
Il rischio intero lasciami; nulla dissimulare;
Con che contegno, dimmelo, le seppe egli parlare?

FLAVIA.
Solamente a voi s’imputi, e a quell’anima inquieta,
Se mio malgrado stimolo qualche pena segreta.
La principessa ospite in Otone omaggiante
Più il cortigiano scorgere dové, che il vero amante.
La sua eloquenza in vincoli unendo con sagacia
Del suo silenzio l’alibi con quello dell’audacia,
Sé in troppo scelti termini palesò circospetto
Per tanto lunga proroga all’omaggio sospetto.
I gesti troppo armonici, gli sguardi su misura
Nessun detto lasciavano correre alla ventura,
Era decoro e metodo in quel che palesava,
Proprietà nei medesimi sospiri che esalava,
Passo a passo attenendosi con sforzo alla memoria,
Cosa meno di credito degna che di sua gloria.
Camilla da una simile idea parve colpita,
Trovando più gradevole dizione men forbita,
Gli occhj suoi lo dicevano, ma questa diffidenza
Troppo poco con l’anima aveva intelligenza.
Sospetti ragionevoli dagli auspicj sdegnati
Tosto distrutti andarono, o almeno trascurati.
E volle a tutto credere, e con tutto il ritegno
Da amore consentitole, prevenuta era a segno,
Che, pur poco, visibile faceva trapelare
La sua beatitudine nel lasciarsi ingannare,
E quando, ripugnandogli, nella sua costrizione
Qualche sospiro autentico andar lasciava Otone,
La bramosia di sùbito regnar sul di lui cuore
L’amore volle leggervi, e invece era dolore.

PLAUTINA.
E poi, ch’ebbe a rispondergli?

FLAVIA.
Essa fine m’è parsa;
Ma in lei finezza è il tramite dell’amore ond’è arsa,
Come in Otone il palpito d’amore è una finezza.

PLAUTINA.
E non ebbe rimprovero per la sua leggerezza,
Per la fede prestatale, e forse mal serbata?

FLAVIA.
Ella seppe respingere l’idea malaugurata,
Nulla manifestandogli che seppe solamente
Per i vostr’occhj sciogliersi egli non lungamente.

PLAUTINA.
S’udì alcunché promettergli?

FLAVIA.
Sì, il fido suo dovere
Di Galba, e quanto le ordini, d’adeguarsi al volere,
E temendo oltre spingersi, d’aprirgli troppo il cuore,
Volle inviarlo sùbito presso l’imperatore.
Adesso sta parlandogli. Signora, che vi pare,
E da codesta visita che volete sperare?
Volete che l’accettino? Meglio se nulla ottiene?

PLAUTINA.
Io stessa, ho a riconoscere, non saprei troppo bene.
Dato che, provenendomi da un lato o l’altro, duro
Mi sarà il colpo, l’esito mi godo non sicuro;
Tutte amerei potessero l’ore di vita scorse
Mai più uscire farmene, farmi star sempre in forse.

FLAVIA.
Ma bisogna risolversi, e per qualcosa optare.

PLAUTINA.
Lascialo, senz’affliggermi, al cielo decretare.
Una volta che l’ordine suo abbia risoluto,
Volere ci sia obbligo quello che avrà voluto.
La mia ragione cedere a Otone vuol l’impero,
E’ del mio onore debito il non mutar pensiero;
E sia quel grande anelito volontario o forzato,
Bello è giungere a termine come s’è cominciato.
Marziano sta appressandosi?

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