839. OTONE, Atto I., Scena III.

5 Apr

Scena III.
PLAUTINA, OTONE, VINIO.

PLAUTINA.
No, Signore, non ditelo; quello che il cielo invia
Prendo, senza percorrere alcun’ontosa via,
E a me l’atto spregevole restituirebbe un cuore
Più degno in petto a un despota, che ad un imperatore.
Poiché incombe il pericolo, a darvi sicurezza
L’ardore mio sacrifico, ogni mia tenerezza;
Di così fiero obbligo l’orrore vincerò
La vita per proteggere a chi me la donò.
Ma in me ciò che agli aneliti miei mostra intolleranza,
Fugge gli ontosi fascini d’ignobile speranza;
La virtù che quel palpito doma, e toglie di torno,
Solo virtuoso tollera l’eventuale ritorno.

OTONE.
Ah di supplizj artefice virtù troppo proterva!
Signore, e con che tramite volete ormai vi serva?
Vedete voi; gli spasimi miei per aver davanti,
Non del padre vi servano gli occhj, ma degli amanti.

VINIO.
Della mia schiatta i meriti non mi sono preclusi,
So che attrattive eserciti, che meriti abbia infusi;
Credo ella ne partecipi che basti a che commetta,
Volesse alcuno perderci, ad altri la vendetta,
Facendosi conoscere dai nemici temibile,
E rendendo la perdita propria non prescindibile.
Signore, ho da presumere di più: nulla sarà,
Finché il vostr’occhio estatico il suo incontrerà,
Che il tempo qui tra futili discorsi va esaurito,
Per cui, questo ad eludere, tre detti, & ho finito.
Mancate il trono, e d’obbligo ci sarà in tre perire;
Sta in voi l’ordine attendere, oppure prevenire,
Per quanto voi medesimo riguarda io non m’immischio:
Ma di mia figlia il credito, e il mio qui posto è a rischio,
Del suo e del mio vivere son padrone assoluto,
Di disporne son libero come ne ho risoluto.
Morte non mi fa fremere, ma in me è gran ripugnanza
Riceverne da ordine nemico infame istanza,
E tutto il sangue spargere saprò, vero Romano,
Se la scelta che auspico non frena la mia mano.
Un’ora o due ci restano che Galba si pronunzj,
Quel che oserei intraprendere non v’occorre v’annunzj,
Insieme decidetene.

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