838. OTONE, Atto I., Scena II.

31 Mar

Scena II. VINIO, OTONE.

VINIO.
Soli, Albino, lasciateci; con lui ho a conferire.
Che m’amiate ho da credere, Signore, e che mia figlia
Vi faccia a cuore prendere tutta la mia famiglia.
Ma una prova necessita, e non sarà bastante
Quella che suole chiedersi a sollecito amante.
Ne occorre una più solida, da anima non doma,
Invero meritevole di comandar su Roma.
D’amarla occorre smettere.

OTONE.
Come! E in prova d’amore…

VINIO.
Ed altro anche necessita; in questo dì, Signore,
Il cuore ad altra volgere.

OTONE.
Ah! Che m’osate dire?

VINIO.
Con lei a formar vincolo so quali abbiate mire;
Ma lei, voi, noi in pericolo siamo tutti di morte,
E solo voi mutandovi cambierete la sorte.
Signore, forse in debito mi siete d’alcunché;
Senza ch’io opponga il credito mio a loro, senza me,
Laco e Marziano reggervi poco avrebber potuto;
Sta in voi ora distogliere il colpo, o son perduto,
Un colpo che, il vostr’animo se non scorda Plautina,
Va entrambi a coinvolgere in questa mia rovina.

OTONE.
Mentre speravo prossime le brame mie accettate
Darmi d’un cambio l’ordine! E voi stesso!

VINIO.
Ascoltate.
L’onore derivanteci dagl’imenei pregiati
Talmente opprime l’animo dei due che ho nominati,
Che Galba, che seguirono finora ad assediare,
Che i voti s’esaudiscano disse di rifiutare.
D’essi il frapposto ostacolo vi mostri senza pena
Quant’odio e invidia gli animi contro noi ne avvelena,
E ch’oggi, col malanimo con cui noi ci guatiamo,
Vorranno presto perderci, se noi non li spacciamo.
E’ un fatto ben visibile, fin troppo manifesto,
Signore, su cui reggerci dobbiamo; e passo al resto.
Galba, ormai vecchio, fragile, vistosi senza prole,
Sicuro che la debole età spregiarsi suole,
Sa che d’altri dipendere nessuno mai amò
Che il tempo a riconoscerci per bene aver non può.
E vede in ogni angolo un tumulto eccitato,
Ed in Siria l’esercito tra breve ammutinato.
Vitellio va avanzandosi con le sue truppe unite,
Da Galli e da Germanici insieme rifornite.
Quanto nel corpo invetera porta con patimento,
Il pretoriano mormora contro lui malcontento,
Di quel Ninfidio uccisogli l’ignobile nequizia
Di chi volle immolarselo pretende ora giustizia;
Egli lo sa, ed un giovane facendo imperatore
Pensa riunir gli spiriti, calmandone il furore.
Auspica forza stabile, assoluta, tranquilla,
Se nomina per Cesare lo sposo di Camilla;
Ma resta ancòra in bilico tra chi sceglier per sposo,
E voi restate l’unico in cui sia fiducioso.
Proposi voi grandanime alla grand’elezione,
Laco disse propendere invece per Pisone;
S’udì Marziano esprimersi con molta ambiguità,
Ma poi di Laco prendere le parti si vedrà;
Sicch’è il rimedio, l’unico, Camilla conquistare:
Lei per noi pronunciandosi li potrà tacitare,
Saremo pari al numero, e nella parità
Galba d’occhio benevolo la nipote vedrà.
Come decise, un attimo fa deve aver risolto;
Per voi in quei capi il folgore cada, dai nostri tolto;
Io vi torno a ripetere, contro i grand’invidiosi,
Signore, m’è impossibile che in altri io mi riposi.
Checché mi debba attendere dall’elezione prima,
Più per donno che genero avete la mia stima,
E per noi non so scorgere che un naufragio accertato
S’è d’uopo a noi un principe da mano loro dato.

OTONE.
Signore, ah! in tal proposito troppa è la confidenza,
E’ far indiscutibile troppo la mia obbedienza;
Leggi non posso prendere più che non da passione,
Plautina è oggetto unico di ogni mia ambizione,
Quando il benigno animo vostro da lei mi tolga,
Meno potrebbe affliggermi Laco quando mi colga.
Che me ne importa, al termine, se d’astri è il rio tenore,
Morire per suo ordine, morire di dolore?

VINIO.
Signore, i forti animi per quanto d’amore arsi,
San sempre, ove necessiti, da soli dominarsi.
Certo in Poppea di simili vezzi non rinveniste,
E quando ve la tolsero, certo non ne moriste.

OTONE.
No, Signore, ma perfida Poppea pure era a me;
Solo ad un trono dedita, m’amava men di sé.
D’amore il poco palpito fece il letto d’Otone
Solo un grado ad ascendere a quello di Nerone.
Non consentì al mio vincolo se non per pervenire,
Là uno spazio creandosi, anche me col colpire.
Così me n’esiliarono con titoli d’onore,
E di torno per togliermi, io fui governatore.
Però Plautina venero, e regno nel suo cuore;
Ordinarci di estinguere un così bell’ardore,
E’… Dirlo m’è impossibile. Ci sono altri Romani,
Signore, assai più idonei a secondarvi i piani;
Ve n’hanno la cui anima per Camilla sospira,
E d’un impero in debito a farsi a voi aspira.

VINIO.
Altri, se lo desidera, questa brama anche mostri;
Ma siete sicurissimo che siano dei nostri?
E che a Camilla piacciano più a voi che a me è sensibile?

OTONE.
E lei potete credere da me più conseguibile?
Da me, che d’altri aneliti…

VINIO.
Nulla a voler celare,
Da Galba separandoci, io volli a lei parlare,
Volli in questo proposito l’idea di lei svelata,
Parecchj nominandone io l’ho sollecitata;
Nomi cui atto gelido, basso occhio, triste volto
Mi mostrarono sùbito male ciascuno accolto;
Ma al vostro farsi porpora la vidi, sorridente,
E mi lasciò ben rapida, senz’aggiungere niente.
E’ in voi, che siete pratico su cosa sia amare,
Farvi del cuor suo giudice, e quanto v’è cavare.

OTONE.
In nulla sarò giudice, Signore; o di Plautina,
O amore m’è venefico, letizia m’assassina;
E tutti i dolci fascini del potere sovrano
Mi sono pene orribili, se il prezzo è la sua mano.

VINIO.
Da un tanto fermo animo l’anima avrei rapita,
Se quell’immenso palpito ci assicurasse vita;
Ma il trono è indispensabile, o al giorno dar l’addio;
L’amore a che ci è utile, se c’inghiotte l’oblio?

OTONE.
Ad infondati tremiti nero sospetto invita,
Pisone non è barbaro; ci lascerà la vita.

VINIO.
Ch’egli ci lascj vivere dove ho voi nominato?
Se in Roma egli vedendoci non è preoccupato,
La guida coll’assumerne chi a tutt’e due s’oppone
Scongiurerà in anticipo la tetra conclusione.
Ché chi al potere massimo si vede designare,
Signore, è sempre d’obbligo o morire o regnare.
Ben poco Agrippa postumo con Tiberio è durato,
Nerone volle spargere il sangue del cognato,
Pisone vorrà perdervi per la stessa ragione,
Se non siete sollecito a prevenir Pisone.
Solo una soda tattica è un solido terreno…

OTONE.
E l’amore è quell’unica che applica il mio seno.
Signore, vi fu inutile il nome mio invocare,
Pensaste in trono mettermi, ma io non so che amare.
Potrei dell’altro apprendere, se l’astro che mi resse
Me con Plautina a premere un trono un dì volesse,
Ma lo strappar quest’anima a quel che alto la chiama,
La vita a porre in vincolo con quello che non s’ama!

VINIO.
Bene, se tanto l’anima anela a quel consorzio,
Regnate, chi legifera può ben fare un divorzio;
Il vero amico scorgere, poi, dal trono è permesso;
E a chi ha il potere massimo, tutto sarà concesso.

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