837. OTONE, di Pietro Cornelio, trasportato in italiano. Atto I., Scena I.

30 Mar

“Le traduzioni, sia quelle nuove sia quelle preesistenti, ma riviste e corrette per l’occasione, seguono il principio della fedeltà letterale, a costo di sfidare i limiti della lingua italiana. E’ il caso in particolare di Othon, dove si è addirittura cercato di usare lungo tutto il testo la stessa parola italiana per la stessa francese. L’osticità della resa, però, non è quasi mai superiore a quella dell’originale, e sarebbe stato assurdo semplificare la complessa retorica di quei versi”.

Adriano Aprà, Premessa a Jean-Marie Straub / Danièle Huillet, Testi cinematografici, per cura Adriano Aprà, Edd. Riuniti, Roma 1992., p. XII.

“Il testo detto nel film è il testo originale francese completo di Pierre Corneille, gli attori lo hanno durante tre mesi letto, imparato, provato, esercitato, ed è stato poi – unicamente recitato a memoria – registrato durante quattro settimane sui luoghi stessi: sempre nello stesso tempo dell’immagine. | I sottotitoli italiani cercano di comunicare un’impressione della lingua di Corneille, molto serrata eppure semplice, molto moderna eppure straniera; questi sottotitoli sono una traduzione (di Adriano Aprà, Leo e Gianna Mingrone, Danièle Huillet e mia) sempre letterale, eppure frammentaria del testo parlato, e non c’è nemmeno bisogno di leggere tutti questi sottotitoli: sono lì offerti alla scelta dello spettatore, come segnali”.

Jean-Marie Straub, Presentazione di “Otone” alla RAI, in: Op. cit., p. 350.

“19 febbraio 1970 | Caro Dottore, | i venti milioni di telespettatori italiani, l’industria culturale o la cultura di massa sono un mito totalitario, al quale rifiuto di sacrificare doppiando Les yeux ne veulent pas en tous temps se fermer (Gli occhi non vogliono in ogni tempo chiudersi). Non credo alla massa, credo agli individui, alle classi sociali e alle minoranze (che, come dice Lenin, saranno le maggioranze di domani) […]”,

Jean-Marie Straub, Il doppiaggio è un assassinio, in: Op. cit., p. 352.

“[…] Pasolini subì un processo per ‘oscenità’: l’accusa è adesso insostenibile ma in quegli anni, per quanto assurda fosse, aveva un significato persecutorio preciso. Che cosa rappresentasse per lo scrittore la taccia di ‘oscenità’ e, soprattutto, il processo, si può giudicare da certi suoi versi:

Mi aspettava nel sole della vuota piazzetta
l’amico, come incerto… Ah che cieca fretta
nei miei passi, che cieca la mia corsa leggera.
Il lume del mattino fu lume della sera:
subito me ne avvidi. Era troppo vivo
il marron dei suoi occhi, falsamente giulivo…
Mi disse ansioso e mite la notizia.
Ma fu più umana, Attilio, l’umana ingiustizia
prima di ferirmi è passata per te…

[…] Questo è Recit, ne Le ceneri di Gramsci. Il fatto che Pasolini abbia usato qui senza alcuna timidezza, vale a dire senza necessità di filtri ironici, uno dei metri più vieti della poesia italiana, il falso alessandrino di Pier Jacopo Martelli, per la sua emozione all’annuncio del processo datogli dall’amico Attilio Bertolucci, suggerisce molto sull’arte di Pasolini. Chi conosce la detestata cantilena di quel metro, chi sa con quale forza il ‘martelliano’ evochi, nella sua facilità e leggibilità assolute, la piatta ‘civiltà’ e il ‘raisonnable’ di un certo Settecento che contenne le tragedie e le passioni in confini il più possibile domestici, sa anche quale maestria e quale dramma abbiano portato Pasolini a scegliere e trasfigurare così un modello letterario tanto invecchiato e remoto”.

“R. G.”, “Introduzione” a PPP, Scritti corsari, “Epoca – I libri del punto esclamativo”, Garzanti, Milano 1975. Pp. XII.-XIII.

PIETRO CORNELIO.

OTONE.

***

AL LETTORE. Se gli amici non m’ingannano, questo dramma pareggia o supera il migliore dei miei. Un numero di suffragj illustri e ben fondati si sono dichiarati per esso, e se oso unirvi il mio, vi dirò che vi trovere qualche aggiustatezza nella condotta, e un po’ di buonsenso nel ragionamento. Quanto al verso, non se ne sono visti di miei lavorati con maggior cura. L’argomento è tratto da Tacito, che comincia le sue Storie da questa, e ancòra non ho fatto calcare le scene ad alcuna d’esse cui abbia serbato maggior fedeltà, e prestato maggior invenzione. I caratteri di quelli che vi faccio agire sono gli stessi che si trovano presso questo incomparabile autore, di cui ho tentato al possibile di dare una traduzione. Mi sono incaricato di far apparire le virtù del mio eroe in tutto il loro splendore, senza dissimularne più di lui i vizj, contentandomi d’attribuirli a tattica cortigiana, allorquando il sovrano sprofonda nei bagordi, e – il suo favore essendo solo a questo prezzo – c’è gran concorso a chi sarà della partita. Vi ho conservato gli avvenimenti, e mi sono preso la libertà di mutare il modo in cui si producono, per scaricarne la colpa su un unico malvagio, che sin d’allora era sospettato d’aver dato ordini segreti per la morte di Vinio, tanto la loro inimicizia era forte e dichiarata. Otone aveva promesso a quel Console di sposarne la figlia se l’avesse fatto scegliere da Galba quale proprio successore, ed essendosi visto Imperatore senz’esservisi adoperato, si credette disimpegnato dalla promessa e non la sposò. Non sono voluto andar oltre la Storia, e posso dire che non s’è ancòra veduto dramma in cui si propongano tanti matrimonj per non concluderne nemmeno uno. Sono intrighi di Gabinetto che si distruggono tra loro. Ne dirò altro quando i miei libraj aggiungeranno questo dramma alle raccolte che hanno fatto di quelli di mia fattura che l’hanno preceduto.

***

ATTORI.

GALBA, Imperatore di Roma.
VINIO, console.
OTONE, senatore romano, amante di Plautina.
LACO, prefetto del Pretorio.
CAMILLA, nipote di Galba.
PLAUTINA, figlia di Vinio, amante d’Otone.
MARZIANO, liberto di Galba.
ALBINO, amico d’Otone.
ALBIANA, sorella d’Albino e dama d’onore di Camilla.
FLAVIA, amica di Plautina.
ATTICO, soldato romano.
RUTILIO, soldato romano.

La scena è in Roma, nel Palazzo imperiale.

***

ATTO PRIMO.

Scena I. OTONE, ALBINO.

ALBINO.
L’amor di voi vuol spingermi, Signore, a troppo ardire;
Ne abuso, consapevole che posso infastidire;
Che vi parrà dannabile la mia curiosità;
Ma io avrei da credere usarvi infedeltà
Nulla avessi a nascondervi di quel ch’a udir mi trovo
Del vostro nuovo palpito in quest’impero nuovo.
Si stenta ovunque a credere che un uomo come Otone,
Otone, che in grand’opere ha la reputazione,
D’un Vinio accondiscendere alla figlia si veda,
Si vincoli a quel console, che imperversa e depreda,
Che tutto, e so comprenderlo, può sull’Imperatore,
Ma il cui potere è utile solo a produrre orrore,
E solo può distruggere, quanta più forza prende,
L’amore che dai sudditi alta virtù pretende.

OTONE.
Quelli che si stupiscono di questo nuovo amore
Mai bene concepirono d’una corte il tenore.
Un uomo comparabile a me, mai se ne toglie,
Riparo non può esservi od ombra che l’accoglie,
E del potere massimo se manca a lui il favore,
E’ d’uopo o che precipiti o ch’abbia un protettore.
Quando il monarca opera con i criterj suoi
Incolumi al suo séguito ci poniam tutti noi,
E poi il sangue e il merito ci sanno far spiccare;
Ma quando il più autorevole si lascia governare,
E del potere massimo grandi depositarj
Ragion di Stato credono i loro proprj affari,
Quei nemici spregevoli di ciascun forte cuore
Cercano di respingerci col massimo rigore,
Salvoché la nostr’abile e sùbita osservanza
Riesca a privar di folgori la loro titubanza.
Del Senato nell’attimo che Galba fu elezione,
Feci alle leggi suddita la mia giurisdizione,
Ed al novello principe il primo Otone era
A dar tutto un esercito, e una provincia intera:
Tra i primi del suo séguito d’esser nutrii il miraggio.
Ma Vinio dopo un attimo s’era posto in vantaggio.
Quel liberto a te cognito, Marziano, alle razzie,
Con Laco volle chiudere altrui tutte le vie;
Vederlo era impossibile, se a loro non piaceva;
Sceglier fra tre, a raggiungerlo, forza mi si rendeva.
Tutti e tre s’accalcavano intorno ad un signore
Per poco, d’anni carico, del trono possessore,
E a gara s’affrettavano tutti e tre al gran cimento
Al primo che s’ingurgiti il regno in un momento.
Ebbi orrore dell’egide rimastemi a coprire;
Sperai per breve epoca di poterle sfuggire;
Ma poi Ninfidio uccisero, e in Roma fu lasciato
Campo al pupillo all’ordine di cui fu condannato;
Pertanto Laco fecero prefetto del pretorio;
E quindi, degno culmine dell’atto proditorio,
Gli assassini medesimi fecero anche Varrone,
E Turpiliano uccidere, e Macro, e Capitone;
Ecco l’ora di prendere ormai le mie misure,
Di Nerone schiacciavano tutte le creature,
E, rimanendo l’unico di quella corte io,
Presto, s’altri non l’eviti, sarebbe il turno mio.
Vinio pensai di scegliere in questa titubanza,
E più ad assicurarmene ne cercai l’alleanza.
Sorelle e figlie mancano agli altri da impalmare;
E, senza quel gran vincolo, tutto n’è a sospettare.

ALBINO.
I voti s’esaudirono?

OTONE.
Sì; di già gl’imenei
E di Plautina avrebbero unito i fati, e i miei,
Se i due di stato emuli non stessero a sviare
Un signore che a scegliere deve in loro fidare.

ALBINO.
E’ solamente tattica, perciò, quel vostro amore,
E quel che il labbro esplica non sente affatto il cuore?

OTONE.
Albino, era insensibile quando è iniziato ciò;
Ma in amore la tattica dopo si trasformò.
Tutto n’amo, e m’affascina, e le prime incertezze
Oggetto tanto amabile rivela per sciocchezze.
Ora, è ben Vinio console; Vinio è assai possente,
Ha dalla sua la nascita, e s’egli, intraprendente,
Dei favoriti séguita la via troppo ritrita,
Plautina da quel correre la sorte è infastidita,
Ha cuore grande e nobile.

ALBINO.
Per quanto sia virtuosa,
Dovrebbe un poco l’anima vostr’esser dubitosa.
Tutto un impero eredita di Galba la nipote,
Qualche sospiro merita una simile dote.
Lo zio presto ha da sceglierle lo sposo conveniente;
E voi la schiatta e il merito fanno così splendente
Che lo splendore a giungervi pure delle corone…

OTONE.
Potessi al cuore ingiungere sottrarsi alla passione,
E Camilla, mostrandomi d’aver tanta bontà,
Qualche speranza d’esserne udito mi darà,
Se, come tu rammemori, ha in mano un potentato,
Non c’è tra i nostri despoti chi d’esserlo è stancato,
E sarebbe un chiamarseli di contro tutti e tre,
Aspirassi senz’ordine richiederla da me.
Soprattutto irritabile di Vinio temo il cuore,
Tutto a schiacciarmi spingerlo saprebbe il disonore,
Saprebbe vendicarsene anche in faccia agli dèi
Se su Camilla volgere osassi gli occhj miei.

ALBINO.
E tuttavia pensateci, n’è in corte mia sorella,
Posso tornarvi utile, è l’occasione bella,
Qualunque amante i fascini suoi saprebbe apprezzare;
E più vorrei aggiungere, se voi l’osaste amare.

OTONE.
Adescatrice e inutile parola; altrui ridilla,
Plautina un cuore occupa ch’è chiuso per Camilla.
Dell’oggetto il rifulgere, l’onta sull’incostante,
Il non sicuro esito, il rischio a me incessante,
Tutto forma ai tuoi calcoli invincibili ostacoli.

ALBINO.
Signore, in men d’un attimo si posson far miracoli.
Ai rivali temibili forse sarebbe caro
Sottrarre a Vinio un genero che stia con voi a paro,
E a Galba proponendovi l’uno, per vantaggiosa
Sorte… Non ch’io, al termine, ne sappia qualche cosa,
Ché troppo mi sospettano per confidarsi a me;
Pure se posso esprimervi a parer mio com’è,
Stessi in loro, voi l’unico vorrei io designare.

OTONE.
Mai non porranno in opera quel che vorresti fare,
E se avviene che vedano mai con qualche favore
Il fare a Galba scegliere un proprio successore,
Con la scelta vorrebbero porsi in qualche tutela,
Non certo candidandone fuor dalla clientela.
Io so… Ma mi par scorgere Vinio ora qui venire…

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