836. ORAZIO, Atto V., Scena III., & ultima.

29 Mar

Scena III.

SABINA.
Sabina possa esprimere, Sire, quant’abbia in cuore
La pena d’una coniuge, di sorella il dolore;
Desolata, lagnandosi va al vostro sacro piede
Della schiatta, e in pericolo lo sposo suo ormai vede.
Non che con questa io auspichi adesso mia malizia
Di sottrarre un colpevole di mano alla giustizia:
Checché sia il vostro debito, trattatelo per tale,
Però sia io punibile per l’alto criminale;
Del mio compassionevole sangue tutto espiate;
Non per questo di vittima, per nulla, voi cambiate:
Non già che aver significa un’ingiusta pietà,
Ma sì sacrificarsene la più cara metà.
Degl’imenei i vincoli, la fiamma sua infinita
Più assai che in sé medesimo in me gli dànno vita;
E s’oggi par legittimo a voi dar morte a me,
In me più vita perdere dovrà che non con sé.
La morte che desidero, e d’uopo è mi si dia,
La pena deve accrescergli, por termine alla mia.
Sire, vedete il culmine delle mie tristi pene,
Lo stato spaventevole a cui il mio viver viene.
Che orrore al petto stringersi d’un uomo il di cui brando
Venne ai miei consanguinei lo stame, ahimè, troncando!
E che empietà può essere l’odiare nello sposo
Tanto allo stato e al popolo, e a voi, ben operoso!
Amare chi s’insanguina dei miei fratelli tutti!
Non amare in lui il coniuge che ha i mali a noi distrutti!
Sire, voi date ordine di lieta morte a chi
D’amarlo è imputabile, e s’amore finì.
Un favore grandissimo quest’ordine io credo;
La mano mia può compiere certo quel che richiedo;
Ma la mia morte, al termine, nulla avrà di luttuoso
Se dall’onta avrà a tergere il nome del mio sposo;
Se posso il sangue spargere la collera a placare
Gli dèi che forse rigida virtù ebbe a irritare,
Se morendo sacrifico di sua sorella ai mani,
E appoggio tanto valido serbo a tutt’i Romani.

IL VECCHIO ORAZIO.
Sire, adesso rispondere a Valerio a me spetta.
I figlj miei ricercano con lui su me vendetta;
Tutti e tre voglion perdermi, s’arman con frenesia
Contro il sangue scarsissimo che resta in casa mia.
Tu che con quegli spasimi contrarj ai tuoi doveri
I fratelli a raggiungere, lasciar lo sposo speri,
Va piuttosto, e consultane i mani ardimentosi;
Per Alba essi morirono, e ne sono orgogliosi:
Poiché i cieli vollero che fosse essa asservita
Se i morti alcunché sentono dopo usciti di vita,
Male è per loro minimo, né han dei colpi orrore,
Sopra noi ricadendone tutto quanto l’onore;
Tutti han da disattendere la pena che ti tocca,
Degli occhj le tue lacrime, i lai della tua bocca,
L’orrore ch’esprimendoci vai di sposo valente.
Sorella ancòra siigli, al dovere ossequente.
Valerio invano s’anima contro il tuo caro sposo;
Non è mai stato un crimine un primo atto impetuoso:
Ed è la lode debita, e non la punizione,
Quando è virtù che eccita quell’impetuosa azione.
I nemici amicandosi con quest’idolatria,
La patria, quando muojono, dannar con frenesia,
Farsi allo stato auspici d’un dolore infinito,
Questo si chiama crimine, e questo egli ha punito.
Amor di Roma è l’unico motivo del fendente;
Soltanto meno amandola sarebbe ora innocente.
Ah, Sire – egli è incolpevole; del padre il braccio, il mio,
Sarebbe sceso a coglierlo già, fosse stato rio;
Meglio del poter massimo usato avrei, quant’è
Nel diritto di nascita che autorizza me;
Sire, ho l’onore amabile troppo, e non sono tale
Che nel mio sangue tolleri o un’onta o un criminale.
Valerio voglio unico di questo testimone:
Vide qual fu ad accoglierlo pronta l’indignazione
Quando a metà conoscere lo scontro non potevo,
E traditore e voltosi in fuga lo credevo.
Chi gli fa farsi carico di quel ch’è in mia famiglia?
Chi, contro di me, chiedere vendetta per mia figlia?
E a che scopo animandosi, nella morte di lei
Va interessi prendendosi, ov’io non ne ho di miei?
Dopo la consanguinea, si teme altre maltratti!
Sire, dei nostri importano a noi gli ontosi fatti,
Ed in qualunque siasi modo poss’altri agire,
Quel che non va toccandoci, non ci farà arrossire.
Valerio, tu puoi piangere, d’Orazio agli occhj stessi;
Della sua razza ai crimini avvien non s’interessi:
Chi non gli è consanguineo non può arrecare onte
Ai lauri indeperibili donde ha cinta la fronte.
Lauri, branche sacerrime che in polvere si vuole,
Riparo contro i folgori della sua testa sole,
Potreste farlo correre all’infame coltello
Che, del boja col tramite, fa degli empj macello?
Roma, e da te si tollera quest’uomo ti s’immoli
Se devi quel tuo essere Roma ai suoi atti soli;
Qui d’un Romano ad opera il nome si diffama
D’un guerriero cui devono tutti una bella fama.
Di’ tu, Valerio, diccelo, se vuoi il suo precipizio,
Dove pensi di scegliere luogo atto al suo supplizio?
Entro i muri ov’echeggiano mille e mille clamori
Può essere, ove rendono alle sue imprese onori?
O fuori, dove s’aprono quei medesimi spazj
Ancòra tutti fumidi del sangue dei Curiazj,
Di tra i tre loro tumuli, in quel campo d’onore
Teatro del suo animo, e del nostro favore?
Pena non puoi nascondere sua alla sua vittoria;
Tra i muri e fuori, dicono tutte le cose gloria,
Tutto s’oppone all’impeto del tuo iniquo amore,
A che quel sangue nobile brutti così bell’ore.
Alba non sia che tolleri un simile spettacolo,
E Roma con le lacrime troppo opporrà d’ostacolo.
Sire, sta in voi impedirnelo; e giusta decisione
Saprà meglio proteggere l’utile alla nazione.
La già compiuta opera, egli saprà rifare;
In sorte sfavorevole, sempre la può salvare.
Dalla mia età ormai debole, Sire, torcete i ciglj;
Oggi Roma può scorgermi padre di quattro figlj;
Tre in questo dì medesimo per causa sua son morti;
Uno resta, serbatelo voi di Roma ai conforti:
Alle sue mura il valido sostegno non si tolga;
Tollerate, da ultimo, che a lui io mi rivolga.
Orazio, no, non credere che il volgo poco arguto
D’una fama ben solida sia padrone assoluto;
La voce sua con impeto piuttosto spesso rugge,
Ma è fama che alza un attimo, e un attimo distrugge;
E quello che può aggiungere ad una rinomanza,
In men di niente evapora, e solo fumo avanza.
Spetta ai re, spetta ai nobili, a spiriti perfetti
La virtù piena scorgere nei suoi menomi effetti;
Solo d’essi ricevere si può la vera gloria;
E solo essi assicurano ai veri eroi memoria.
Da Orazio segui a vivere, sempre seguendo loro
Grandezza e lustro debbono permanere, e decoro,
Per quanti casi avvengano, meno alti, men brillanti,
Che inique attese illudano di popoli ignoranti.
La vita non respingere, vivi almeno per me,
Perché il servizio séguiti tuo al paese, al re.
Se, Sire, ebbi a diffondermi, la questione vi tocca;
Roma intera parlandovi sta ora per mia bocca.

VALERIO.
Oh Sire, permettetemi…

TULLO.
Valerio, ormai cessate;
Le cose da voi dettemi non van per lui cassate;
Ne serbo nel mio spirito le forze più cogenti,
Gli argomenti fornitimi mi restan ben presenti.
Quest’azione terribile fatta sugli occhj miei
Natura stessa vulnera, ferisce anche gli dèi.
Da un primitivo impeto che induca in tal reato
Non sarà mai possibile che sia giustificato;
Le leggi più flessibili prevedon pari sorte;
E se a seguir le avessimo, egli è degno di morte.
Se d’altronde volessimo guardar solo al colpevole,
Il benché grave crimine, enorme, abbominevole,
Vien dal brando medesimo, dal braccio stesso viene
Per cui oggi a due popoli il re Tullo diviene.
Due scettri ho in mano a splendermi; Alba è a Roma asservita,
Ben altamente parlano in pro della sua vita;
Senza lui dovrei cedere, dove le leggi emano,
E dovrei esser suddito, dov’ho due serti in mano.
Alle province sudditi non mancano valenti
Che dàn tributo ai prìncipi di voti inconseguenti;
Ché tutti amarli possono, ma non a tutti è dato
Con loro illustri opere assicurar lo stato;
Son l’arte e l’attitudine di sostener corone
Doni dati dai superi a non molte persone.
Tra servitori simili il re sue forze elegge,
Al disopra ponendoli persino della legge.
Ch’essa dunque si taciti; io, e Roma in me, nascondo
Quanto già vide in Romolo appena sorta al mondo:
Tollerar le è possibile nel suo liberatore
Quello che sopportabile le fu nel primo autore.
Orazio, devi vivere, guerriero troppo ardente:
Per tua virtù dal crimine la gloria tua va esente;
Il caloroso impeto produsse il tuo reato;
Di bella causa l’esito dev’esser sopportato.
Vivi, allo stato oh egida; però Valerio ama:
Tra voi due non rimangano né ira né empia brama;
E ad ispirarlo fossero o l’amore o il dovere,
Sempre tutto impassibile dovrai colui vedere.
Sabina, sottraetevi al male che vi spezza;
Esca da quel grand’animo, segno di debolezza;
E’ asciugando le lacrime che voi ci mostrerete
La sorella veridica di quelli che piangete.
Ma noi dobbiamo ai superi domani un sacrifizio;
E il cielo avrà a rispondere ai voti mal propizio
Qualora i nostri aruspici, avanti d’immolare,
Non trovassero il tramite quello a purificare:
Ha il padre cura a prendersi di ciò; gli verrà fatto
Che di Camilla mitighi i mani tutt’a un tratto.
La compiango, e per rendere al rigoroso fato
Quello che forse auspica, spirito innamorato,
Poiché nel giorno identico zelo d’un solo ardore
Di lei il fato ebbe a compiere, del suo dolce amatore,
Voglio che un dì medesimo, di doppia sorte dura
Teste, i corpi abbia a chiudere solo una sepoltura.

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