835. ORAZIO, Atto V., Scena II.

26 Mar

Scena II.

IL VECCHIO ORAZIO, ORAZIO, TULLO.

IL VECCHIO ORAZIO.
Ah, Sire, onore simile troppo eccede per me;
Non questo è il luogo idoneo per vedervi il mio re:
Genuflesso concedere…

TULLO.
No, in piedi, padre mio:
Quello che un bravo principe fa dovrò fare io.
Servizio tanto unico, e di tale importanza
Vuole un onore unico, ed alta risonanza.
Già poteste riceverne la sua parola in pegno;
Non volli far trascorrere l’ora oltre questo segno.
So quale, e me lo dissero, né dubbio mai fu in noi,
Per i due figlj uccisivi portaste lutto voi,
E, ed essendo in quell’anima tale la decisione,
Come tornasse inutile la mia consolazione;
Ma or ora mi ridissero che stravaganza infesta
Seguì del figlio celebre alle nobili gesta,
E un amore che smodera per il comune bene
A un padre la sua unica figlia a ritoglier viene.
Colpo a cui mal può reggere lo spirito più forte;
Mi chiedo come accogliere potete questa morte.

IL VECCHIO ORAZIO.
Sire, mi duole l’anima, però porto pazienza.

TULLO.
Questo è un effetto nobile della vostra esperienza.
Molti che molto vissero, come voi impararono
Che sempre ai più begli attimi le pene seguitarono:
Ma pochi usan del farmaco che usar da voi si vede,
E, colpita nell’intimo, tanta virtù poi cede.
Se voi poteste cogliere nella mia compassione
Qualche allevio possibile per la vostra afflizione,
Com’è per voi lo spasimo, estrema la proclamo,
E ch’ho io da compiangervi tanto quanto io v’amo.

VALERIO.
Sire, in mano agli autocrati poiché gli eterei seggj
La giustizia depongono, la forza delle leggi,
E lo stato sollecita a chi lo scettro tiene
Che le virtù si premjno, che i crimini abbian pene,
Vogliate che un buon suddito vi faccia sovvenire
Che non convien compiangere quello ch’è da punire;
Vogliate…

IL VECCHIO ORAZIO.
E che? Al patibolo si danna un vincitore?

TULLO.
Lasciate ch’egli termini; io, di giustizia autore,
Amo a ciascuno renderla, in ogni luogo ed ora.
Da semidio, suo tramite, un re sé stesso onora;
E questo mi preoccupa, che dopo tanta azione
Mi si possa richiedere per lui la punizione.

VALERIO.
Vogliate, dunque, o equanime tra gli equi, grande re,
Che tutti gli equi spiriti vi parlino per me.
Non che i gelosi animi disturbi la sua gloria;
Se molta ebbe a riceverne, è in premio alla vittoria;
Piuttosto abbiate a crescerla che averla a sminuire:
Ancòra disponibili vi siamo a contribuire;
Ma quando un tale crimine credette a sé addicevole,
Vincitore esaltiamolo, danniamolo colpevole.
Freno al rabbioso animo; togliete a quelle mani,
Se pur volete reggere, il resto dei Romani:
Ne va qui della perdita nostra, o della salvezza.
S’ebbe la guerra a svolgere con sanguinosa asprezza
Tale, e imenaici vincoli, nei concordi destini
Tante volte già strinsero i popoli vicini,
Che tra i Romani un numero ben alto è riguardato
Dalla morte d’un genero tra i nemici, o un cognato,
E che ora il lutto obbliga a tributare pianto
A dolori domestici, s’è in festa Roma intanto.
Se questo è Roma offendere, se dell’armi i successi
Le permette le lacrime punir da odiosi eccessi,
Che sangue sarà incolume dal bruto vincitore,
Di sua sorella rigido ed fiero esecutore,
Da lui, che manco tollera quel dolore pressante
Che il morto amante genera nel cuore dell’amante,
Quando ormai presso al fulgere di fiaccole nuziali,
Con lui i suoi sogni scendono tra marmi funerali?
Roma facendo vincere, costui se l’è asservita;
Diritto in noi esercita e di morte e di vita;
Dei nostri giorni il crimine non potrà più durare
Più che al clemente animo suo paja tollerare.
Potrei ancòra aggiungere di Roma all’interesse
Come un’azione simile d’uomo indegna paresse;
E io potrei richiedere ai vostri occhj tratto
Il grande e raro esito di quel glorioso fatto;
E un bel sangue, è possibile, l’ira sua ad accusare,
D’un fratello insensibile nel volto rosseggiare:
In quella inconcepibile vedreste un’orridezza;
Vi farebber commuovere l’età, la sua bellezza;
Ma aborro questi tramiti, che sanno d’artificio.
Per domani medesimo fissaste il sacrificio:
Pensate voi che i superi, scudo degl’innocenti,
Gl’incensi avran gradevoli del boja dei parenti?
Su voi questo sacrilego chiamerà punizione;
Di loro si consideri oggetto d’avversione,
Con noi vogliate credere che in tre combattimenti
Le nostre sorti fecero più che i suoi ardimenti,
Poiché gli stessi superi, padri della vittoria,
Al contempo permisero macchiata tanta gloria,
Ed un tale grandanime, già tanto degno e forte,
Degno in un dì medesimo e di tripudio, & morte.
Sire, su questo è d’obbligo che da voi si decida.
I Romani qui videro il primo parricida;
C’è da temerne il séguito, ed i numi adirati.
Di sua mano salvateci; gli dèi sian paventati.

TULLO.
Orazio, difendetevi.

ORAZIO.
Che serve una difesa?
V’è nota la mia opera, l’avete appena intesa;
Checché n’abbiate a credere forma una legge a me.
Sire, difesa è inutile contro il parer d’un re,
E l’anima più candida si fa tosto imputabile
Se agli occhj del suo principe appare condannabile.
Reo contro quel che giudica è il volersi scusare:
Il sangue appartenendogli nostro, ne può usare;
E spetta a noi di credere, quand’egli ne dispone,
Che ne affronta la perdita non senza equa ragione.
Oh Sire, pronunciatevi, dunque, v’obbedirò;
Altri v’è che ama vivere, la vita io sprezzerò.
Io non farò rimprovero di Valerio all’ardore
Che il fratello egli incrimini di lei che aveva in cuore:
Io e lui adesso identici desiderj formiamo:
Lui me morto desidera, e io la morte bramo.
Tra noi in un solo ed unico punto divario appare;
Che l’onor mio in quel tramite cerca sé confermare,
E che a un fine medesimo ambo recarmi parla,
Lui la mia gloria a sperdere, ed io per conservarla.
Sire, è non frequentissimo che s’offra causa vera
Di mostrar d’un grandanime la virtù tutta intera.
Al caso essa appigliandosi più o meno opera presta,
E ai testimoni debole, forte si manifesta.
Il popolo, che scorgere può soltanto la scorza,
I suoi effetti medita per giudicar la forza;
Vuole che il dato estrinseco serbi un corso ad ogn’ora,
E chi fece un miracolo, ne faccia ancòra, e ancòra.
Dopo una grave, altissima, e strepitosa azione,
Quanto men brilla è inabile a coglierne attenzione;
Ci vuole tutti identici in tutti i tempi & ore;
Non pensa se possibile fosse un che di migliore,
Né che, sempre un miracolo se non ha evidente,
Meno propizio è l’attimo, la virtù equivalente:
La sua ingiustizia intorbida, distrugge i grandi onori;
La gloria di date opere cancellan le ulteriori;
Se l’ordinario il celebre grido viene a passare,
Solo a non compromettersi, nulla si deve fare.
Non io sarò che l’opera mia esalti, e gli ardimenti;
Sire, ai vostr’occhj furono ben tre i combattimenti:
E sarà ben difficile che un quarto vi s’aggiunga,
E a caso comparabile a questo più si giunga,
E a forza del mio animo, dopo quei fatti chiari,
Possa raggiunger esiti che stiano alla pari;
Sicché perch’abbia a vivere di me degna memoria,
La morte oggi è l’unico tramite a me di gloria;
Morte desiderabile, avessi soccombuto
Pure, perché per nobile fama già assai vissuto.
Per un uomo a me simile la gloria è compromessa,
Quando qualche pericolo d’ignominia s’appressa;
E diggià a garantirmene la mano avrei pur forte;
Ma senza il vostro placito, il sangue mio non sorte:
Stanteché, appartenendovi, permesso da voi chieda;
Altrimenti esso spargere è un contro voi far preda.
A Roma già non mancano guerrieri generosi;
Dei lauri vostri siano altri, e non io, pensosi;
Vostra maestà al termine io prego mi dispensi;
E se l’impresa opera merita dei compensi,
Vogliate, oh re, permettere alla mia valentia
Che la gloria essa vendichi, non la sorella mia.

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