833. ORAZIO, Atto IV., Scena VII.

25 Mar

 

Scena VII.
SABINA, ORAZIO.

 

SABINA.
Perché arresti in quest’attimo quella nobile ira?
Guarda tuo padre reggere tua sorella che spira:
Vieni, i tuoi occhj pascano visioni deliziose:
O, se non ti stancarono le imprese generose,
Al bel suolo sacrifica dei valorosi Orazj
In me l’avanzo misero del sangue dei Curiazj.
Del tuo cotanto prodigo, del mio non serbar stilla;
Sposa e sorella vincola, Sabina con Camilla;
Come per sorte misera, pari siamo ribelli;
Anch’io profondo gemiti, e piango i miei fratelli:
Su questo più colpevole verso le leggi e te,
Ch’ella avesse uno a piangere, e ch’io ne pianga tre,
E che, lei castigandosi, io nel reato insista.

ORAZIO.
Sabina, basta lacrime, od escimi di vista:
Degna del nome renditi di mia casta metà,
E il cuore non opprimermi d’un’indegna pietà.
Se il potere invincibile d’una fiamma decente
Di noi fa solo un’anima, & una sola mente,
E’ a te che far ascendere i sensi ai miei bisogna,
Non ai miei di discendere dei tuoi alla vergogna.
T’amo, e so conto rendermi se il cuore ti si spezza;
Alla virtù mia aggrappati, vinci la debolezza,
Della gloria partecipa, non volerla insozzare.
Pensa prima a vestirtene che a farmene spogliare.
Nemica tu implacabile sei dell’onore mio
Tanto che a te più amabile se infame sarei io?
Più che sorella, essere donna devi, e imitando me
Una legge immutabile formi il mio esempio a te.

SABINA.
Cercati come emule anime più compìte.
Non t’imputo le perdite che, trist’a me, ho subìte,
Idea se ne fa l’anima quale ne deve avere,
La sorte è più colpevole, per me, del tuo dovere;
Pure, alla fine abdico alla virtù romana
Se averla vuol dir rendermi spietata & disumana;
Né è dato mi consideri solo al vittore sposa,
E non di quelle vittime la sorella pietosa.
Prendiamo parte in pubblico ai pubblici successi;
Sfoghiam tra noi per gl’intimi dolori i cuori oppressi,
Da noi non si consideri beni a tutti comuni
Quando vi sono spasimi a noi soli importuni.
Perché scegli, insensibile, condotta d’altra sorta?
Lasciati, qui avanzandoti, i lauri sulla porta;
Con me acconsenti a piangere. Come? E i miei vili detti
La tua virtù non armano contro i miei giorni abietti?
Il raddoppiato crimine non muove l’ira in te?
Oh Camilla invidiabile, che spiacerti poté!
Ella è riuscita a prenderti quel che da te ha voluto,
Ora laggiù recupera tutto quel ch’ha perduto.
Oh caro sposo e artefice del male che m’ha oppressa,
Abbia pietà a convincerti, se collera in te cessa;
O l’una o l’altra esercita, dopo tali rigori,
A punire me debole, o a togliermi ai dolori:
La morte io desidero per grazia o punizione;
Voglio ch’essa sia esito d’amore o di ragione,
Non conta; aspetta il folgore il cuore mio bramoso,
Purché contro scagliarmelo solo veda il mio sposo.

ORAZIO.
Fu ingiustizia dei superi alle donne lasciare
Tanto imperio, e invincibile, sulle anime più chiare,
E compiacersi a scorgere deboli vincitori
L’autorità distendere sopra i più illustri cuori!
La mia virtù, a che termine condotta ormai si vede!
Solo la fuga tramite ormai di scampo crede.
Addio: dietro non corrermi, non udrò più un sospiro.

SABINA.
O sorde pietà e collera a quello cui più aspiro,
Trascurate il mio crimine, la pena mia vi sazia,
Senza ch’abbia a ricevere supplizio io, né grazia!
Andiamo, a queste lacrime forse sarà men forte,
E poi il solo tramite cerchiamo in noi di morte.

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