830. ORAZIO, Atto IV., Scena IV.

24 Mar

Scena IV. CAMILLA.

CAMILLA.
Sì, gli farò visibile, con infallanti segni
Come un amor veridico mano di Parca sdegni,
E le leggi non tolleri dei despoti cruenti
Che un astro miserabile ci diede per parenti.
Tu il mio dolore biasimi, osi chiamarlo vile;
Quanto per te è insoffribile, per me volto ha gentile,
Oh mio padre inflessibile, e per giustizia forte
Pari lo voglio rendere d’asprezza alla mia sorte.
Quando un fato altri videro in rimutar d’eventi
In men di nulla assumere volti più differenti,
E farsi dolce un attimo, e poi farsi brutale,
Da tanti far precedere quindi il colpo mortale?
Dove si vide un’anima più in un giorno in balìa
Di speranza e di fremiti, di pena & d’allegria,
Ridotta schiava in vincoli di varj avvenimenti,
E banderuola misera di tanti cambiamenti?
M’assicura un oracolo, un sogno mi tortura,
La pace calma il palpito che il pugnar mi procura;
Le nozze mie s’apprestano; e quasi in un istante
Mio fratello a combattere fan scelta del mio amante;
E’ scelta che m’esanima, tutti vile la trovano;
Gli scontri s’interrompono, e gli dèi li rinnovano;
Si vede Roma perdere; fu solo su tre Albani
Curiazio a non immergere nel sangue mio le mani.
Oh dèi! Leggeri palpiti dunque eran per me quelli
Per Roma miserabile, e i due morti fratelli,
Troppo andavo illudendomi credendo di potere
Amarlo senza crimine, qualche speranza avere?
La sua morte io merito per fio, e il crudele modo
Con cui, smarrita l’anima, la notizia ne odo:
E’ il suo rivale a dirmelo, dicendo, con me astante,
Dell’evento terribile la storia ripugnante,
Mostrando in volto esplicita frattanto un’allegria
Dovuta al bene pubblico men che alla pena mia;
Costruendo nell’aere sopr’altri vinto e oppresso,
Come il mio consanguineo, ne trionfa egli stesso.
Ma tutto è tollerabile, visto quello che resta:
La mia gioja domandano in quest’ora funesta;
Ad applaudir mi s’obbliga gli atti del vincitore,
Una mano baciandogli che m’ha trafitto il cuore.
Con motivo di lacrime così grande & onesto
E’ una vergogna piangere, è sospirare infesto;
Quella virtù insensibile vuole felicità,
E manca, il meno barbaro, di generosità.
Da un padre tanto nobile degenerare è bello;
Cuor mio, non ti rimeriti generoso il fratello:
Mostrare un cuore esanime sempre una gloria fu
Dove in fare dispotico consiste alta virtù.
Mie pene, scatenatevi: perché voi trattenere?
Nella totale perdita, cosa resta a temere?
Al vincitore orribile non portate rispetto;
Gli occhj non evitatene, crescete al suo cospetto;
La vittoria offendendogli, l’ira ne fomentate,
Piacere, s’è possibile, a spiacergli pigliate.
Già viene. Prepariamoci a dimostrar costante
Come un’amante obblighi la morte dell’amante.

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